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Sanzioni USA contro l'Iran, quali sono le aziende europee che ci vanno di mezzo

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Sanzioni USA contro l'Iran, quali sono le aziende europee che ci vanno di mezzo

Sanzioni USA contro l'Iran, quali sono le aziende europee che ci vanno di mezzo
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Un uomo passa accanto un murales anti-USA a Tehran (REUTERS)
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Sono diverse le grandi aziende europee colpite dalle nuove sanzioni americane contro l'Iran, entrate in vigore il 7 agosto e annunciate da Donald Trump a maggio contestualmente al ritiro unilaterale dall'accordo internazionale per il controllo della proliferazione nucleare di Tehran.

La seconda ondata di sanzioni è attesa per novembre e colpirà il settore navale, quello petrolifero, le transazioni di istituzioni finanziarie, il settore assicurativo e dell'energia.

Politiche UE vs realtà

L'amministrazione Trump ha minacciato di inserire nella lista nera tutte quelle società che intrattengono rapporti commerciali con l'Iran. L'Unione Europea si è impegnata a mantenere l'accordo nucleare e a proteggere le imprese europee varando una legge che protegge le aziende europee dalle misure statunitensi: il cosiddetto "statuto di blocco" permette alle imprese dell'UE di non dover rispettare le sanzioni americane e consente loro di citare in giudizio gli Stati Uniti per danni.

Tuttavia, la realtà è ben più complicata: molte imprese si sentono obbligate a cedere a quello che Federica Mogherini, capo della politica estera dell'UE, ha definito il "peso degli Stati Uniti".

Lunedì la Germania ha promesso di continuare ad offrire garanzie di esportazione e di investimento per le società che operano con l'Iran. Il ministero dell'Economia ha aggiunto di aver mantenuto un dialogo con gli Stati Uniti sulle esenzioni dalle sanzioni per le imprese tedesche.

Il caso italiano

L'Italia è diventata il primo partner commerciale dell'Iran in Europa, seguita da Francia e Germania, con un aumento del 12,5% delle esportazioni verso l'Iran nel 2017, che hanno raggiunto 1,7 miliardi di euro.

Circa 1 miliardo è costituito da meccanica strumentale, che rappresenta il 54% delle nostre vendite a Teheran. Sono coinvolti grandi gruppi come Ansaldo, Fincantieri e FS Italiane, impegnata nella costruzione di due linee ferroviarie ad alta velocità. Una chiusura del doppio binario economico tra Italia e Iran rischia di “congelare” 30 miliardi di euro di business, ha calcolato Il Sole 24 Ore.

Oltre il 90% dell’import italiano dall’Iran dipende dal petrolio e dai suoi derivati.

Quali sanzioni sono entrate in vigore

Le elenca ISPI sul proprio sito:

  • Sull’acquisto di dollari da parte del governo iraniano;

  • Sul commercio in oro o metalli preziosi;

  • Sulla vendita diretta o indiretta, la fornitura e il trasferimento verso o dall’Iran di grafite, metalli grezzi o semilavorati quali alluminio, acciaio, carbone e software per l’integrazione dei processi industriali;

  • Sulle transazioni significative riguardanti acquisto o vendita di rial iraniani, o il mantenimento di conti denominati in rial al di fuori del territorio iraniano;

  • Sull’acquisto, la sottoscrizione o la facilitazione dell’emissione di debito sovrano iraniano;

  • Sul settore dell’automotive iraniano.

Questi i principali settori dell'economia europea interessati dalle sanzioni.

Produttori di automobili e pezzi di ricambio

La francese PSA (Citroen and Peugeot) detiene circa un terzo del mercato in Iran. PSA ha reso noto che all'inizio di giugno avrebbe sospeso i propri investimenti nel paese, aggiungendo che le attività in Iran ammontano a meno dell'un per cento del fatturato totale. PSA aveva firmato accordi con le iraniane Khodro e Saipa nel giugno 2016 per investire congiuntamente 400 milioni e fabbricare localmente 4 modelli Peugeot. Renault ha detto di voler mantenere la propria presenza in Iran ma senza mettere in pericolo gli interessi della società. Nel 2017 ha ventudo 162.079 unità nel paese persiano, +49% rispetto all'anno passato.

La realtà sul campo è che i lavoratori espatriati di entrambe le società hanno cominciato a lasciare l'Iran e il livello di produzione è stato drasticamente ridotto, scrive EFE. Anche altre imprese straniere del settore che operano in Iran, sebbene di dimensioni più modeste, come Scania, Daimler e Volvo, hanno iniziato a ritirarsi - almeno in parte.

La tedesca Daimler ha abbandonato ogni piano di espansione in Iran dopo l'accordo del 2016 con Khodro per la distribuzione di mezzi pesanti Mercedes-Benz.

L'anno scorso la Volkswagen aveva annunciato l'intenzione di iniziare a vendere auto in Iran dopo anni di assenza dal mercato persiano ma la sua forte presenza negli Stati Uniti potrebbe spingere il management a ripensarci.

La svedese Scania, che produce camion, ha avvertito che tutto il fatturato di vendita nel paese potrebbe andare perduto. L'impresa, di proprietà di Volkswagen, ha annullato tutti gli ordini che non potevano essere evasi entro metà agosto. Dall'Iran arrivano circa il 5% degli ordini globali, mentre dagli Stati Uniti il 13% (2017).

REUTERS/Ints Kalnins

Le società straniere sono consapevoli che un'uscita completa dal mercato iraniano in questo periodo di sanzioni renderà difficile il loro ritorno in futuro, come hanno avvertito le stesse autorità persiane e ha ribadito il Vice Presidente per gli Affari Economici Mohamad Nahavandian.

Oltre ai produttori stranieri e ai loro partner locali, le sanzioni statunitensi colpiscono anche l'industria dei pezzi di ricambio, già in crisi.

In una concessionaria ufficiale Saipa, alla periferia di Teheran, una trentina di auto aspettano di essere aggiustate ma mancano i pezzi di ricambio. "Dalla polvere si può dire che sono state parcheggiate qui per più di 20 giorni", ha lamentato Ali Reza, uno degli operai.

Il meccanico ha spiegato a EFE che questa penuria non si deve direttamente alle sanzioni perché per esempio la Corea del Sud continua a vendere parti meccaniche, ma piuttosto dalla svalutazione della moneta nazionale, che sta frenando le importazioni.

La caduta del rial, che ha perso più della metà del suo valore da aprile, ha portato ad un aumento generale dei prezzi (non solo per le merci importate) e ha causato incertezza negli acquisti e nelle vendite. Secondo un venditore di pezzi di ricambio di nome Hasan, con un negozio nel nord di Teheran, la ragione principale di questa carenza è la speculazione.

"I magazzini sono pieni di pezzi di ricambio perché i grandi uomini d'affari hanno importato quantità sufficienti prima della svalutazione del rial, ma non li vendono perché sanno che i prezzi stanno per aumentare", ha detto.

Secondo Hasan, con le sanzioni i prezzi aumenteranno di nuovo, mentre il reddito della sua piccola impresa, ha aggiunto, "non è più sufficiente per coprire l'affitto".

Industria

Nel 2016, il colosso tedesco Siemens aveva siglato accordi relativi allo sfruttamento di gas naturale. A maggio l'amministratore delegato ha dichiarato che ogni nuovo tipo di business in Iran sarebbe stato infattibile. La scorsa settimana la società ha fatto sapere che intende rispettare le nuove regole sulle esportazioni - sanzioni statunitensi incluse.

La posizione di Total, a maggio, era quella di abbandonare il progetto multimiliardario South Pars se non avesse avuto un lasciapassare dagli Stati Uniti. Una richiesta in tal senso avanzata dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire, lo scorso mese, è stata rimandata al mittente. La compagnia petrolifera francese aveva unito le forze con il gruppo cinese CNPC e, nel 2017, siglato un contratto per sviluppare la Fase II del South Pars con un investimento iniziale di un miliardo di euro. Non è ancora chiaro che ne sarà del 30% della sua quota se dovesse cambiare idea.

Il gruppo industriale francese Air Liquide afferma di aver deciso di cessare ogni attività commerciale in Iran, pur dichiarando chiaramente di non avere "alcun investimento" nel paese.

Sono poche le grandi imprese britanniche in Iran ma parecchie di esse hanno contratti in vari settori dell'economia, dalle infrastrutture all'assistenza sanitaria.

Commercio di oro e altri metalli preziosi

Questa prima serie di sanzioni statunitensi incide anche sul commercio di oro e di altri metalli preziosi, come l'alluminio e l'acciaio; vieta l'acquisto di debito iraniano e l'acquisto di dollari da parte del governo iraniano, con ripercussioni su molti settori di un'economia già in difficoltà.

REUTERS/Darrin Zammit Lupi

Spedizioni e trasporti internazionali

A maggio, il conglomerato navale danese A.P. Moller-Maersk ha dichiarato che avrebbe smesso di lavorare in Iran per rispettare le sanzioni statunitensi. Il gruppo aveva registrato perdite attribuibili alle fluttuazioni dei cambi e all'aumento del prezzo del petrolio.

"Con le sanzioni che gli americani imporranno non si potrà fare affari in Iran se esistono interessi negli Stati Uniti, cosa che abbiamo in larga scala", ha affermato Soren Skou, Chief Executive. "Sono certo che dovremo abbassare la saracinesca in Iran".

Il gruppo marittimo francese CMA CGM ha anch'esso annunciato in luglio la cessazione delle sue attività. "I nostri concorrenti cinesi esitano un po', quindi forse hanno un rapporto diverso con Trump, ma noi applichiamo le regole", ha detto Rodolphe Saade, l'amministratore delegato.

Fincantieri ha firmato diversi accordi con l'Iran nel 2016 dichiarando lo scorso anno un aumento del 12,5% delle esportazioni verso il Paese.

MSC è stata la prima compagnia internazionale di trasporto container ad interrompere i collegamenti diretti con l'Iran, il gruppo marittimo svizzero fondato e guidato dall'armatore sorrentino Gianluigi Aponte ha diffuso una nota in cui spiega che, "in considerazione della prossima entrata in vigore di nuove sanzioni da parte degli USA", è spiacente di informare i propri clienti e stakeholder che che "cesserà di fornire accesso a servizi da e per l'Iran". MSC, come altre compagnie del settore, aveva iniziato a collegare direttamente l'Iran con servizi di trasporto container nell'estate 2015, dopo che la firma dell'accordo sul nucleare iraniano aveva comportato la cancellazione della maggior parte delle sanzioni internazionali nei confronti del Paese mediorientale. MSC a maggio aveva già smesso di accettare spedizioni provenienti o dirette in Iran.

Cantieristica aerea

Airbus ha annunciato contratti con compagnie aeree iraniane per l'acquisto di 100 aerei: 46 A321, 38 medio-lungo raggio A330 e 16 A350. Valore totale: 19 miliardi dollari. Ne sono stati consegnati solo tre, finora. Tuttavia, la perdita del mercato iraniano non dovrebbe avere un impatto significativo sulla compagnia europea che ha ordini per un totale di 7.000 velivoli.

ATR, produttore di aeromobili con sede a Tolosa, è riuscito a fornire cinque nuovi aeromobili alla compagnia aerea Iran Air poco prima dell'entrata in vigore delle sanzioni statunitensi. Tuttavia, ne sono stati consegnati solo 13 di un ordine totale da 20 aerei, gli altri potrebbero saltare. Il gruppo opera anche negli Stati Uniti ed è pertanto soggetto a sanzioni.

Ferrovie

Il gruppo FS Italiane nel 2017 ha firmato degli accordi per lo sviluppo del sistema ferroviario iraniano per un valore di 1.2 miliardo di euro. I patti prevedono la costruzione di due nuove linee ad alta velocità sulle tratte Qom-Arak e Teheran-Hamedan.

In maggio l'azienda svizzera Stadler Rail ha dichiarato che avrebbe abbandonato i propri progetti in Iran. Siemens - che ha detto di voler rispettare le sanzioni statunitensi - ha firmato un accordo nel 2016 per migliorare la rete ferroviaria iraniana, fornendo componenti per 50 locomotive diesel-elettriche.

La Symphony of the Seas, Fincantieri, ormeggiata al porto di Malaga - Jon Nazca

Turismo

British Airways e Lufthansa, che avevano ripreso i voli diretti per Teheran, probabilmente dovranno interrompere l'attività aerea se vorranno continuare ad operare liberamente sulle rotte transatlantiche.

Altri gruppi che potrebbero risentire delle sanzioni USA sono la catena francese AccorHotels, che ha aperto due hotel all'aeroporto di Teheran nel 2015, e la società spagnola Melia HotelsInternational, che ha firmato nel 2016 un accordo per la gestione di un hotel a cinque stelle.

Il nuovo farmaco Lyxumia contro il diabete sviluppato dalla francese Sanofi - REUTERS/Ralph Orlowski

Prodotti farmaceutici

Il gruppo francese Sanofi fa sapere che è prematuro stabilire se le sanzioni avranno un impatto a livello economico. Nel 2016 aveva firmato un memorandum d'intesa con Tehran per consolidare la propria presenza nel paese. I medicinali non rientrano dalle sanzioni originali anche se inviare prodotti farmaceutici verso la Persia non è semplice.

"Continueremo a seguire da vicino la situazione, valutando l'impatto delle sanzioni economiche recentemente reintrodotte e continueremo a lavorare per garantire che i pazienti in Iran possano essere assistiti con i nostri farmaci innovativi, gli strumenti di diagnostica e i prodotti per curare il diabete", ha scritto la svizzera Roche.

Settore bancario

Le banche tedesche Helaba e la DZ Bank con sede a Francoforte hanno deciso di abbandonare il paese dopo l'annuncio dell'introduzione delle sanzioni.