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Ndrangheta, 45 arresti fra il sud e il nord dello Stivale. Il ruolo delle donne tra gli arrestati

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Ndrangheta, 45 arresti fra il sud e il nord dello Stivale. Il ruolo delle donne tra gli arrestati

Ndrangheta, 45 arresti fra il sud e il nord dello Stivale. Il ruolo delle donne tra gli arrestati
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'Ndrangheta: è tutto partito da una operazione dello scorso luglio che questa mattina, 2 agosto, ha visto la sua conclusione: 45 arresti eseguiti dai Carabinieri di Reggio Calabria di persone appartenenti o contigui alle cosche Cacciola e Grasso di Rosarno, radicate nella Piana di Gioia Tauro.

Gli arrestati sono ritenuti responsabili di vari reati tra cui anche, ma non solo, l'associazione mafiosa. Dalle indagini emergono, in particolare, le responsabilità penali di sette donne, che con le loro condotte hanno apportato un contributo sostanziale all'organizzazione: come a esempio la gestione delle iniziative imprenditoriali per ripulire il denaro. Tra loro anche una criminologa, Angela Tibullo, accusata di concorso esterno in associazione mafiosa corruzione in atti giudiziari e intralcio alla giustizia.

Da sempre le mafie, la ‘Ndrangheta in particolare, sono custodi gelose della tradizione, strumento che serve a consolidare codici di comportamento e a imporli. L'organizzazione calabrese è poi quella caratterizzata maggiormente dalla consanguineità, dove aspetti familiari si mescolano con quelli legati all’attività criminale, una fusione più forte di un patto. E le donne, sebbene ancora non coinvolte nel rito di iniziazione formale carico di per sé di simbolismi religiosi e mistici, hanno assunto via via un ruolo sempre maggiore. Da un essenziale rigido ruolo volto solo ad "allevare" il figlio maschio, secondo i dettami delle 'ndrine (così sono denominate le cosche calabresi in generale a loro volta suddivise in "locali" ndr) sono ora passate a gestire gli affari di famiglia passando attraverso altre attività più operative, quali: la custodia delle armi, il recapito delle ‘mbasciate (ambasciate ndr) tra i componenti reclusi e quelli in libertà, organizzazione delle collette per sostenere le famiglie degli affiliati in carcere, vigilanza esterna, acquisizione di informazioni, protezione dei latitanti.

Ma esistono anche esempi positivi di cui si sono rese le donne protagoniste come quello ricoperto da Lea Garofalo testimone di giustizia (ma anche collaboratrice) originaria di Petilia Policastro (Crotone) uccisa, dopo essere stata rapita, in Lombardia e sciolta nell'acido nel 2009 dal marito Carlo Cosco, condannato all'ergastolo. Lea diventa testimone di giustizia perché per sua figlia vuole un futuro diverso e per questo paga con la vita.

Il paternalismo giudiziario (diverso dal maschilismo ma che da esso in certo senso proviene) - che solitamente contraddistingue le indagini e i processi di mafia in generale, e di 'ndrangheta in particolare - viene così del tutto rivoltato dalle necessità e dal cambiamento dei tempi.