Tornata alla sbarra dopo una prima giornata di udienze martedì, Marine Le Pen nega tutte le accuse a suo carico
Marine Le Pen ha negato con fermezza tutte le accuse a suo carico nel processo d’appello sul caso degli assistenti parlamentari del Parlamento europeo. La leader del Rassemblement national (Rn) ha trascorso complessivamente oltre dieci ore alla sbarra mercoledì, per il secondo giorno consecutivo di udienze davanti alla Corte d’Appello di Parigi.
Come già avvenuto nella giornata precedente, l’eurodeputata ha ribadito la propria linea difensiva, contestando “formalmente” l’esistenza di un sistema organizzato e diffuso di appropriazione indebita di fondi europei da parte del suo partito. Dal 13 gennaio Marine Le Pen e altri dieci imputati sono sotto processo in appello per presunti illeciti commessi tra il 2004 e il 2016.
Secondo l’accusa, il Front national – divenuto Rassemblement national nel 2018 – avrebbe assunto assistenti parlamentari pagati con fondi del Parlamento europeo, i quali però avrebbero lavorato in realtà a beneficio del partito. Al termine dell’indagine, i giudici istruttori hanno parlato dell’esistenza di “un sistema fraudolento” volto a finanziare attività politiche attraverso risorse europee.
Nel corso dell’udienza di mercoledì è stato analizzato in particolare il caso di Catherine Griset, ex assistente parlamentare di Marine Le Pen. In qualità di assistente accreditata, Griset avrebbe dovuto risiedere a Bruxelles, ma l’inchiesta ha stabilito che vi avrebbe trascorso soltanto una dozzina di ore nell’arco di un anno. Marine Le Pen ha riconosciuto che l’assistente avrebbe dovuto lavorare nella capitale belga, ma ha insistito sul fatto che svolgesse effettivamente mansioni parlamentari, sostenendo che il lavoro per il partito fosse “residuale”.
I giudici hanno esaminato anche la posizione di Thierry Légier, storico uomo della sicurezza del Fn, retribuito come assistente parlamentare europeo. Condannato in primo grado, Légier non ha presentato appello. Su questo punto, Marine Le Pen ha accusato il Parlamento europeo di non aver agito in buona fede, affermando che l’istituzione fosse a conoscenza del ruolo di Légier da tempo e avrebbe potuto intervenire molto prima.
Durante il controinterrogatorio dell’avvocato del Parlamento europeo, Patrick Maisonneuve, la leader del Rn è tornata anche sulle sue dichiarazioni successive alla condanna di primo grado, quando aveva parlato di una decisione “politica”. Le Pen ha ribadito di ritenere “discutibile” la misura di ineleggibilità con esecuzione provvisoria, indipendentemente dalla persona colpita.
Rispetto al primo processo, la strategia difensiva appare cambiata: Marine Le Pen ha adottato un tono più pacato e distensivo. In chiusura, ha sottolineato che ogni posizione dovrebbe essere valutata singolarmente, poiché “le situazioni dei vari assistenti sono estremamente diverse”, dichiarandosi convinta che nessuno degli imputati avesse l’intenzione di commettere un reato.
La posta in gioco resta elevata non solo sul piano giudiziario, ma anche politico. Se la condanna dovesse essere confermata in appello, Marine Le Pen rischierebbe di non poter concorrere alle elezioni presidenziali del 2027. Il processo si concluderà il 12 febbraio, mentre la decisione è attesa prima dell’estate.