Pensioni, confronto tra i Paesi europei

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Di Euronews
Un'anziana
Un'anziana   -   Diritti d'autore  Charly TRIBALLEAU / AFP

Lo sciopero nazionale in Francia è fissato per 19 gennaio. Motivo di contestazione: la proposta di riforma che alza, da 62 a 64 anni, entro il 2030, l'età anagrafica minima per andare in pensione. A illustrare il nuovo sistema il primo ministro Elisabeth Borne, con l'obiettivo di portare a 43 gli anni di l'anzianità contributiva ritenuta "necessaria" per garantire un assegno adeguato. 

La norma dovrebbe entrare in vigore in modo progressivo: con un aumento di sei mesi subito e poi di sei mesi all'anno, fino a raggiungere i 64 anni nel corso del decennio. Ma, inevitabilmente, scatena forti critiche sia da parte dell'estrema destra sia dall'estrema sinistra. A contestarla persino premi Nobel. Preoccupati cittadini e sindacati: temono che il cambiamento colpisca le fasce più deboli, questione che non investe solo Parigi, ma la maggior parte dei paesi come dimostra l'analisi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Requisiti minimi, aspettativa di vita, effettiva uscita dal mercato del lavoro: quali sono le differenze in Europa? A questi interrogativi dà una risposta il rapporto "Pensions at a Glance", che analizza i dati del 2022 e mette a confronto le diverse soluzioni adottate. 

Si parte da una premessa: ci sono due "età" per la pensione, la minima e quella in base ai contributi per legge, ovviamente variabili, fino a quando l'uscita dal lavoro diventa obbligatoria. Per gli uomini, va dai 59 anni in Lituania ai 63,7 fissati in Germania; per le donne, dai 58 anni, sempre in Lituania, ai 63,7 in Germania; per entrambi, è di 62 anni in Italia come in Francia, Svezia, Portogallo, Norvegia, Grecia e Austria. In base alle tasse versate, la soglia è più variabile: per gli uomini, raggiunge i 52 anni in Turchia e i 67 in Norvegia e Islanda; per le donne, i 49 anni in Turchia, e i 67, la più alta, in Norvegia e Islanda.

L'età media, ovvero l'età effettiva in Europa, è invece di 64,3 anni, per gli uomini, e di 63,5 anni, per le donne. Secondo i dati Ocse, la pensione arriva, però, a 64,5 anni sia per gli uomini che per le donne in Francia, leggermente dopo gli altri paesi dell'Unione, ma prima che in altri Stati, come la Germania, dove è di 65,7 anni sia per gli uomini che per le donne. Al contrario, l'uscita del lavoro è anticipata a 62 anni in Italia (per le donne con almeno 20 anni di retribuzione), Lussemburgo e Slovenia, il dato in assoluto più vantaggioso, pur se in tutti i paesi - Italia compresa - le regole sono in evoluzione con "quota 102", uscite con 64 anni e 38 di contribuzione o "quota" 103 di fatto formata da 62 anni d'età e 41 anni di contributi, e altre alternative al vaglio in relazione anche alla aspettativa di vita che si è allungata: tra il 1970 e il 2020, è passata da 12 a 19,5 anni dall'uscita dal mercato del lavoro.

Le donne vivono di più, fino a 26 anni e anche oltre dopo la pensione proprio in Italia e in Francia, Belgio, Grecia, Lussemburgo e Spagna. Facile prevedere, dunque, che la possibilità di lasciare il lavoro sarà ancora spostata: a giudicare dalle indicazioni dell'Ocse, a 65 o 66 anni in media nel 2060, e addirittura fino a 74 anni (sempre nel 2060, in Danimarca). Con poche oscillazioni tra uomini e donne. E, per l'Italia, si ipotizza un enorme balzo in avanti: con l'uscita dal mondo del lavoro a 71 anni. Già oggi a gravare sui conti dello Stato pesa tanto questa voce di spesa. Senza contare che ci sono 354mila italiani che incassano l'assegno previdenziale da più di 40 anni nella penisola.