Dopo oltre 40 anni la Nave Garibaldi lascia Taranto: ultimo ammainabandiera e nuova vita nella Marina indonesiana. La storia dell’ex ammiraglia italiana tra missioni, Harrier e aneddoti
Questa sera, nel Mar Grande di Taranto, si chiude una pagina lunga più di quarant’anni. La Nave Giuseppe Garibaldi, per decenni simbolo della Marina Militare italiana e sua ex ammiraglia, ammaina per l’ultima volta il Tricolore prima di lasciare l’Italia e iniziare una nuova vita sotto la bandiera dell’Indonesia.
Non sarà una partenza come le altre. Per Taranto significa salutare una nave che per generazioni è stata parte del paesaggio della città, ma anche uno dei simboli della trasformazione della Marina italiana in una forza capace di operare molto lontano dal Mediterraneo.
Perché la Garibaldi viene ceduta gratis all’Indonesia
Dietro il passaggio della Garibaldi all’Indonesia c’è un calcolo economico. La nave, posta in riserva nel dicembre 2024, ha un valore residuo inventariale stimato in circa 54 milioni di euro, ma mantenerla in Italia avrebbe continuato a costare allo Stato circa 5 milioni di euro l’anno.
A questo si aggiungono i costi dell’eventuale demolizione, quantificati in circa 18,7 milioni di euro, con una procedura che avrebbe richiesto almeno due anni. Per la Difesa, quindi, la cessione gratuita è stata considerata la soluzione finanziariamente più conveniente.
Ma la partita non è soltanto contabile. L'operazione viene inserita dal governo in un più ampio rafforzamento dei rapporti strategici con Giacarta, anche sul piano industriale.
Nella documentazione trasmessa al Parlamento vengono indicate possibili ricadute per l'industria italiana della difesa, tra cui ulteriori commesse navali e programmi nel settore aeronautico: si citano, a titolo indicativo, la possibile fornitura di sei sommergibili, velivoli M-346 e tre aerei per il pattugliamento marittimo. Non si tratta però di contratti automaticamente collegati alla cessione della Garibaldi: sono opportunità commerciali inserite nel quadro più ampio della cooperazione tra i due Paesi.
E proprio qui si apre uno degli aspetti più discussi dell'operazione. La cessione della Garibaldi è stata accompagnata da interrogazioni parlamentari che hanno chiesto maggiore chiarezza sul rapporto tra il trasferimento della nave e le prospettive per le aziende italiane della difesa. La questione è diventata particolarmente sensibile perché nella documentazione parlamentare compaiono possibili commesse per centinaia di milioni di euro. Il governo, dal canto suo, presenta la scelta soprattutto come uno strumento per consolidare la cooperazione con un Paese considerato strategico nell'Indo-Pacifico.
L'Indonesia utilizzerà l'unità - privata delle capacità offensive e trasformata in portaelicotteri o portadroni - per attività di comando, addestramento e supporto logistico.
Dalla Somalia all’Afghanistan, la nave che ha accompagnato la storia recente italiana
La Garibaldi non è stata semplicemente una portaerei. È stata soprattutto una piattaforma mobile di comando, capace di portare uomini, mezzi, elicotteri e aerei in alcuni degli scenari più delicati degli ultimi decenni.
Varata il 4 giugno 1983 a Monfalcone, come prima grande unità “tutto ponte” costruita per la Marina italiana dal dopoguerra, è entrata in servizio nel 1985. Lunga 180,2 metri, con un equipaggio che poteva arrivare a circa 825 persone e una velocità massima di 30 nodi, poteva imbarcare fino a 18-20 tra aerei ed elicotteri a seconda della configurazione.
La prima grande missione arrivò nel 1994, in Somalia, durante l'operazione Restore Hope, a sostegno del rientro del contingente italiano. L'anno successivo tornò nell'Oceano Indiano per la missione Ibis III, contribuendo al ritiro del contingente ONU. Proprio in Somalia gli Harrier imbarcati sulla Garibaldi ebbero il loro primo vero battesimo operativo: furono effettuate oltre cento sortite.
Poi arrivarono i Balcani, il Kosovo, il Libano e l'Afghanistan.
Nel 2001 la Garibaldi partì da Taranto per l'Operazione Enduring Freedom. Per 87 giorni rimase in mare senza scali tecnici, percorrendo circa 20mila miglia. I suoi Harrier effettuarono 288 missioni e 860 ore di volo, arrivando a operare sull'Afghanistan da una distanza di oltre 1.500 chilometri dalla nave.
Un dettaglio racconta meglio di molti numeri quella missione: nel 2006 otto piloti degli Harrier della Garibaldi ricevettero la prestigiosa Air Medal statunitense, conferita per le attività aeree svolte a sostegno della coalizione in Afghanistan.
Il paradosso degli Harrier: la nave era pronta, ma mancava la legge
C'è anche un piccolo paradosso nella storia della Garibaldi.
Quando fu progettata, la Marina italiana voleva una nave capace di ospitare aerei a decollo corto e atterraggio verticale. Ma la possibilità per la Marina di utilizzare propri aerei da combattimento imbarcati arrivò soltanto nel 1989, con una legge che mise fine a una lunga discussione sul ruolo dell'Aviazione navale.
Solo allora il progetto poteva essere completato davvero.
La scelta cadde sull'AV-8B Harrier II Plus, capace di decollare corto e atterrare verticalmente. I primi due velivoli da addestramento furono consegnati alla Marina nel 1991 negli Stati Uniti e successivamente raggiunsero l'Italia a bordo della stessa Garibaldi.
È uno degli elementi più curiosi della sua storia: la nave era già entrata in servizio, ma la componente che l'avrebbe trasformata definitivamente in una portaerei operativa arrivò alcuni anni dopo.
I 78 giorni davanti alla Libia
L'ultimo grande capitolo operativo della Garibaldi è legato alla Libia nel 2011.
Nell'ambito dell'operazione Unified Protector, la nave rimase in mare per 78 giorni consecutivi, svolgendo il ruolo di portaerei e nave sede del comando. Dal suo ponte operarono gli Harrier impegnati nelle missioni della coalizione. In quel periodo furono effettuate 1.218 ore di volo, con 173 sortite e 148 lanci di bombe secondo la documentazione della Marina.
È anche il momento che meglio fotografa la parabola della nave: nata negli anni Ottanta, quando la Guerra fredda dominava ancora lo scenario internazionale, la Garibaldi si ritrovò tre decenni più tardi impegnata in una guerra aerea nel Mediterraneo.
Un nome che arriva da lontano
La nave porta il nome di Giuseppe Garibaldi, ma non è la prima unità della Marina italiana a chiamarsi così. È infatti la quarta nave della Marina a portare il nome dell'Eroe dei Due Mondi.
Prima di lei ci furono una pirofregata entrata in servizio nel 1860, un incrociatore corazzato varato nel 1899 e un incrociatore leggero varato nel 1936, poi trasformato nel primo incrociatore lanciamissili italiano.
E il motto scelto per la nave è forse il dettaglio più adatto per raccontarne la storia: “Obbedisco”, la parola tradizionalmente associata a Garibaldi e diventata il motto dell'unità. Dopo quattro decenni, sembra quasi un passaggio di testimone: prima al servizio dell'Italia, ora pronta a cambiare bandiera.
Dal museo mancato alla nuova vita indonesiana
Per Taranto, però, la vicenda ha anche un altro risvolto.
Negli ultimi mesi era stata avanzata l'idea di trasformare la Garibaldi in un museo galleggiante, mantenendola in città come pezzo di memoria della Marina e della storia tarantina. La proposta non ha trovato una soluzione concreta e il Parlamento ha autorizzato la cessione gratuita all'Indonesia.
La scelta ha anche una motivazione economica: mantenere la nave in riserva costava all'Italia circa 5 milioni di euro l'anno, mentre la demolizione sarebbe costata quasi 19 milioni. La cessione consente quindi di evitare ulteriori costi di mantenimento e smaltimento.
L'Indonesia, dal canto suo, si prepara a fare della Garibaldi la prima portaerei della propria Marina. Jakarta ha approvato l'acquisizione e, secondo quanto riferito dai media indonesiani, l'arrivo della nave è previsto per il 20 settembre 2026. Il progetto prevede poi interventi di ammodernamento e riconfigurazione.
L'ultimo tramonto a Taranto
E così, dopo oltre quarant'anni, la storia italiana della Garibaldi finisce dove per decenni è stata scritta: a Taranto.
Il Tricolore verrà ammainato, l'equipaggio saluterà la nave e quella sagoma enorme che per tanto tempo ha fatto parte dello skyline del Mar Grande prenderà la rotta verso l'Asia.
Non sarà però una nave fantasma diretta alla demolizione. La Garibaldi continuerà a navigare, con un altro equipaggio e un'altra bandiera.