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Mafia, smantellato il tesoro di Matteo Messina Denaro: sequestrati 200 milioni di euro e tre arresti

Arresto di Matteo Messina Denaro, foto d'archivio
Arresto di Matteo Messina Denaro, foto d'archivio Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Isidoro Patalano
Pubblicato il
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La Dda di Palermo ha smantellato il tesoro da 200 milioni di Matteo Messina Denaro. Tre arresti in un'operazione internazionale, colpita la famiglia che gestiva e riciclava in mezza Europa e nei paradisi fiscali i fiumi di denaro derivanti dal narcotraffico

Duecento milioni di euro. A tanto ammonta l'incredibile tesoro do Matteo Messina Denaro smantellato dalla Guardia di Finanza. Un vero e proprio impero criminale del narcotraffico nato negli anni Ottanta e poi accuratamente ripulito nei paradisi fiscali di mezzo mondo.

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Il maxi sequestro, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo e condotta dai Finanzieri del comando provinciale del capoluogo, ha permesso di congelare conti bancari, società e beni sparsi in vari Paesi.

L'operazione, che ha inoltre coinvolto le forze di polizia estere, ha portato all'arresto di tre persone.

La figura centrale è Giacomo Tamburello, 66 anni, formalmente un insospettabile ex negoziante di abbigliamento di Campobello di Mazara, lo stesso paese dell'ultimo covo del boss di Cosa Nostra.

In realtà, secondo le indagini, Tamburello - entrato nel business quando aveva poco più di 20 anni - era un "narcos di prima grandezza", l'uomo incaricato "di gestire senza limiti i profitti illeciti derivanti dall'attività di narcotraffico", scrivono i Pm.

Insieme a lui sono finiti agli arresti l'ex moglie, Maria Antonina Bruno, e il figlio Luca.

Da Campobello a Londra: il business della famiglia Tamburello

La storia della famiglia Tamburello è quella di un'escalation criminale impressionante. Giacomo non dichiarava un reddito lecito sin dal 1985, quando gestiva un negozio di abbigliamento.

Da allora ai funzionari delle banche in cui depositava fiumi di denaro prima di investirli in azioni, titoli, attività commerciali e immobili, diceva di aver ereditato grosse somme o di fortunati investimenti immobiliari. Lo stesso è accaduto con la moglie.

Ma il vero salto di qualità nella gestione del patrimonio familiare è arrivato con il figlio Luca. Laureato in discipline bancarie e finanziarie internazionali, con un'esperienza di lavoro a Londra per colossi come Morgan Stanley, l'uomo ha acquisito competenze e conoscenze per affiancare il padre e muovere i soldi sporchi nelle casse della finanza internazionale, schermando i capitali dietro società offshore e prestanomi.

Il portafoglio del clan Tamburello

La mappa del sequestro rende l'idea di quanto fosse ramificata la rete: Andorra, Gibilterra, Isole Cayman, Lussemburgo, Svizzera, Libano, Principato di Monaco e diverse località spagnole come Malaga e Marbella.

Tra i beni congelati ci sono conti milionari, fondi, resort extralusso e una galassia di società come la Lujo Family Office, la Smiley Bubbles e la Cinzano Ltd (quest'ultima registrata nel 2011 alle Cayman).

Gli inquirenti hanno intercettato Luca Tamburello nell'ottobre del 2025 mentre, ignaro di essere ascoltato, raccontava di aver appena "rischiato tutto" per comprare la sfarzosa "Villa Natacha" a Marbella, mettendo sul piatto 3 milioni di euro liquidi a cui due soci hanno aggiunto 300mila euro.

Nello stesso anno, l'uomo stava progettando di prendere la residenza a Dubai per pagare meno tasse e di spostare 12 chili di oro dal Lussemburgo al Principato di Monaco.

Questa complessa operazione era stata studiata a tavolino con un consulente bancario di Monaco, che aveva scelto la Bemo Bank del Lussemburgo e che alla famiglia Tamburello ha fruttato 2 milioni.

"Il tono dell'interlocuzione, la varietà delle opzioni prospettate e la consapevolezza dei costi e delle implicazioni di sicurezza - scrivono i Pm - evidenziavano che il trasferimento non rispondeva a una semplice esigenza operativa, ma si inseriva in un processo più ampio di riorganizzazione del patrimonio familiare all'interno di giurisdizioni selezionate per la loro riservatezza bancaria".

Il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, si rivolge ai giornalisti durante una conferenza stampa a Palermo, Sicilia, 16 gennaio 2023
Il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, si rivolge ai giornalisti durante una conferenza stampa a Palermo, Sicilia, 16 gennaio 2023 AP Photo

Come funzionava il patto con Matteo Messina Denaro?

Sono spuntati i nomi di due nuovi collaboratori di giustizia che hanno spiegato le dinamiche della famiglia con l'ex boss siciliano: Vincenzo Spezia, figlio di Nunzio, ex capo della famiglia mafiosa di Campobello, e dal quale ha ereditato il ruolo nel clan, e Giuseppe Bruno, che dal 2025 collabora dal Brasile, dove è detenuto.

Fedelissimo dell'ex latitante, Spezia vanta un curriculum criminale di eccezionale spessore. Dopo una lunga latitanza in Venezuela, è stato arrestato nel 2003 ed estradato in Italia nel 2007 e poi condannato per mafia e omicidi.

L'ex boss ha raccontato ai Pm che i Tamburello muovevano tonnellate di hashish dal Marocco alla Spagna, per poi smistarlo in tutta Italia partendo da Brescia.

"Tamburello e il fratello hanno aperto sulla Costa del Sol alcune gelaterie però lavoravano pure con l'hashish, ma tonnellate di hashish. Hanno fatto i miliardi", ha detto Spezia di Pm.

Su ogni carico, Matteo Messina Denaro pretendeva una tangente netta del 10%.

"I soldi i Tamburello li hanno sempre dati a Matteo Messina Denaro perché altrimenti li ammazzava. Sono a conoscenza che la percentuale del 10% gli veniva data per ogni carico di droga che arrivava dal Marocco", ha messo a verbale.

Il collaboratore parla di un vero e proprio rapporto societario tra il padrino e il narcos che gestiva i traffici internazionali di stupefacenti anche nell'interesse dell'associazione mafiosa.

"Spezia ha svelato come il rapporto di fedeltà con Messina Denaro abbia consentito a Tamburello - scrivono i Pm - di gestire senza limiti i profitti illeciti derivanti dall'attività di narcotraffico".

"Autorizzato a intraprendere ed instaurare accordi di acquisto e vendita di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti proprio dal capo indiscusso di Cosa Nostra, elargiva all'ex latitante a margine di tale patto illecito, una percentuale di guadagni".

È stato, invece, Giuseppe Bruno a raccontare ai magistrati il ruolo della famiglia di Messina Denaro nell'importazione di hashish dal Marocco e degli affari di droga con la Spagna.

Il legame tra i due era strettissimo, tanto che nel 2016 le cimici registrarono Tamburello mentre parlava di soldi da far avere d'urgenza a una persona che doveva fare un'operazione chirurgica. Gli inquirenti hanno ricostruito che proprio in quel periodo l'allora latitante Messina Denaro si era sottoposto a un intervento per un'ernia inguinale.

L'errore fatale ad Andorra

A far crollare questo castello è stata la segnalazione di una banca del Principato di Andorra. I funzionari si sono insospettiti di fronte ai movimenti anomali sui conti milionari di Maria Antonina Bruno.

Da quel campanello d'allarme, il procuratore Maurizio de Lucia e l'aggiunto Vito Di Giorgio hanno tirato i fili di una rete che avvolgeva mezzo mondo.

I fondi andorrani erano - secondo gli inquirenti - riconducibili alle attività criminali nel settore degli stupefacenti.

Per il Procuratore Nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, non si tratta solo di una questione di soldi.

"È un'operazione di grande importanza dal punto di vista strategico", ha spiegato Melillo in conferenza stampa a Palermo.

"Sottrarre queste ricchezze significa continuare in un processo di disarticolazione necessario per impedire la formazione di una struttura nuovamente in grado di proiettare su scala globale una forza intimidatrice e di condizionamento di Cosa Nostra".

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