Dalla missione sanitaria della chirurga italiana rimpatriata ai confini chiusi dall’Uganda: cresce l’allarme Ebola nell’Africa centrale, mentre conflitti e sfollamenti complicano la risposta sanitaria nel Congo orientale
Una chirurga italiana di Medici Senza Frontiere è stata rimpatriata dalla Repubblica Democratica del Congo come misura precauzionale dopo aver assistito un bambino con una ferita da arma da fuoco, successivamente identificato come caso sospetto di Ebola. La dottoressa operava nella provincia dell’Ituri, nel nord-est del Paese, una delle aree più colpite sia dall’epidemia sia dal conflitto armato.
Secondo quanto riferito dall’organizzazione umanitaria, la professionista è ora sottoposta a 21 giorni di monitoraggio sanitario e follow-up, in linea con i protocolli internazionali di prevenzione e controllo delle infezioni. Msf ha precisato che una persona sospetta di Ebola non è considerata contagiosa in assenza di sintomi.
Le procedure di sicurezza adottate da Medici senza frontiere
Msf ha spiegato di collaborare con operatori specializzati nelle evacuazioni mediche per garantire trasferimenti sicuri e cure adeguate al personale coinvolto in situazioni a rischio biologico. L’organizzazione ha inoltre ribadito che il progetto chirurgico attivo nell’Ituri dal 2022 era già operativo prima della conferma dell’attuale epidemia di Ebola.
L’ong continua ad applicare procedure rigorose per proteggere operatori sanitari, pazienti e comunità locali, mentre prosegue il lavoro negli ospedali e nelle strutture sanitarie della regione.
Ebola e guerra nell’Ituri: emergenza sanitaria e umanitaria
La situazione nell’Ituri è aggravata dal conflitto tra gruppi armati e forze governative congolesi. Gli scontri hanno provocato quasi un milione di sfollati interni e oltre 100mila nuovi sfollati soltanto nei primi tre mesi del 2026.
In questo contesto, le équipe di Msf continuano a fornire cure urgenti, trattamenti contro malattie prevenibili e servizi di salute materno-infantile. Nei primi quattro mesi dell’anno, tra Ituri e Tshopo, l’organizzazione ha effettuato oltre 66mila visite mediche e più di 800 interventi chirurgici presso l’ospedale Salama di Bunia.
L’Uganda chiude i confini con il Congo per contenere il virus
L’emergenza sanitaria sta iniziando a coinvolgere anche i Paesi vicini. L’Uganda ha annunciato la chiusura temporanea delle frontiere con la Repubblica Democratica del Congo per limitare la diffusione del virus.
La decisione arriva dopo la conferma di sette casi legati alla variante Bundibugyo dell’Ebola, registrati dopo la dichiarazione ufficiale dell’epidemia lo scorso 15 maggio nell’Ituri. Restano autorizzati soltanto i corridoi umanitari, il trasporto merci e le squadre sanitarie impegnate nella risposta all’emergenza.
Gli esperti: “Cautela sì, ma senza panico”
A invitare alla prudenza senza allarmismi è Gina Portella, anestesista e coordinatrice medica di Emergency, che in passato ha combattuto l’Ebola in Sierra Leone durante la grave epidemia del 2014-2015.
Secondo la dottoressa, il nuovo ceppo Bundibugyo presenta caratteristiche differenti rispetto allo Zaire Ebola Virus che causò migliaia di morti in Africa occidentale. “La malattia non è estremamente contagiosa, ma resta molto aggressiva”, ha spiegato. I tassi di mortalità possono variare dal 30 al 90%, in base al ceppo e alla carica virale del paziente.
Portella ha sottolineato anche la necessità di strutture sanitarie avanzate e terapie intensive adeguate per affrontare i casi più gravi.
Bambini tra le principali vittime dell’epidemia
Secondo Save the Children, almeno il 25% dei decessi confermati per Ebola nella Repubblica Democratica del Congo riguarda minori. I dati più recenti parlano di 17 morti confermate tra bambini e adolescenti, con un’incidenza significativa anche nella fascia sotto i cinque anni.
Dall’inizio dell’epidemia si contano oltre mille casi sospetti e almeno 238 decessi sospetti. Gli operatori umanitari denunciano una diffusione rapidissima del virus, favorita dalla crisi umanitaria, dagli sfollamenti di massa e dalla debolezza del sistema sanitario locale.
“È una delle epidemie più veloci che abbia mai visto”, ha dichiarato Babou Rukengeza, responsabile della risposta all’Ebola di Save the Children nel Paese.