Venticinque organizzazioni hanno firmato una lettera aperta agli eurodeputati, al Commissario Andrius Kubilius e alla presidenza di turno cipriota: la semplificazione nella difesa rischia di impedire i controlli sulla destinazione di armi ed equipaggiamenti militari
Il "Defence Readiness Omnibus” - pacchetto di misure proposto un anno fa dalla Commissione europea con l’obiettivo di snellire le procedure e semplificare le regole alle quali deve attenersi l’industria della difesa - comporta una serie di criticità, poiché rischia di indebolire i controlli sulle esportazioni di armi. Ad affermarlo è un gruppo di venticinque organizzazioni della società civile, che hanno per questo indirizzato una lettera aperta ai decisori politici europei.
Cosa prevede il "Defence Readiness Omnibus” proposto dall’Ue
Il documento - nel quale ci si rivolge, tra gli altri, agli eurodeputati, al commissario europeo per la Difesa e lo spazio Andrius Kubilius e alla presidenza di turno cipriota - elenca in particolare una serie di rischi che per le organizzazioni firmatarie discendono dalla formulazione attuale del testo.
Quest’ultimo, secondo quanto indicato dalla stessa Commissione di Bruxelles, dovrebbe semplificare i requisiti amministrativi per coloro che vogliono accedere al Fondo europeo per la difesa, come chiesto dal Consiglio europeo del 6 marzo 2025 e dal “Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030”. Accelerando al contempo i tempi per l’erogazione delle sovvenzioni. Inoltre, snellisce le procedure per gli appalti, introducendo incentivi per quelli congiunti (ovvero che coinvolgono più Paesi membri), per la ricostituzione delle scorte di armamenti e per i trasferimenti intra-europei di equipaggiamenti militari.
Del "Defence Readiness Omnibus” fanno parte poi un sistema accelerato di autorizzazioni per le nuove infrastrutture, nonché quelli che vengono definiti “chiarimenti per consentire ai progetti di difesa di beneficiare delle deroghe esistenti relative a interessi pubblici prevalenti”, rispetto alle normative in vigore su ambiente e sostanze chimiche.
I firmatari: “Le armi non possono essere vendute come se fossero scatole di fagioli”
Dal punto di vista finanziario, inoltre, il pacchetto prevede degli adeguamenti sui criteri di ammissibilità al programma InvestEU, al fine di rendere più semplice la mobilitazione degli 800 miliardi di euro promessi per il riarmo dei Ventisette (nell’ambito del piano ReArm Europe).
Secondo i venticinque firmatari della lettera, però, occorre “impedire che i sistemi di controllo sulle esportazioni di armi vengano indeboliti proprio con il pretesto della semplificazione e dell’efficienza”. Nel documento - che tra gli altri è stato firmato da organizzazioni di Spagna, Regno Unito, Francia, Germania, Belgio, Finlandia, Paesi Bassi, Svezia e Italia - si precisa che “le armi e la tecnologia militare non possono essere vendute come giocattoli o barattoli di fagioli, e i governi dell’Ue sono i responsabili del rispetto del diritto europeo e internazionale, in particolare della Posizione comune europea sulle esportazioni di armi, del Trattato sul commercio delle armi e della Convenzione sulla prevenzione del genocidio".
I principali nodi: destinazioni finali, licenze per il trasferimento di armi, poteri alla Commissione europea
Il rischio concreto, si legge nella lettera, è che, qualora il pacchetto fosse approvato nella sua versione attuale, “le autorità nazionali non sarebbero di fatto in grado di monitorare la destinazione finale di una parte significativa dei loro trasferimenti, comprese le esportazioni al di fuori dell’Ue”.
Per evitare che ciò accada, ai decisori politici europei è stato chiesto di non includere nel "Defence Readiness Omnibus” una serie di novità. Ad esempio, si chiede di escludere dai partenariati e dalla cooperazione transfrontaliera i Paesi non-Ue, “poiché altrimenti si consentirebbero trasferimenti agevolati verso Stati non vincolati dalla Posizione comune dell’Ue”.
Si propone poi di non ampliare o imporre l’uso delle cosiddette licenze generali di trasferimento (GTL), “che già limitano i controlli sulle esportazioni di armi”. Il rischio è che “estenderne l’uso a una gamma più ampia di soggetti avrebbe un impatto significativo sulla capacità degli Stati membri di verificare la destinazione effettiva”.
Ancora, si sottolinea che “la proposta di vietare i certificati relativi agli utenti finali nell'ambito dei GTL per i progetti finanziati dall’Ue dovrebbe essere respinta: nonostante i loro limiti, tali certificati rimangono uno dei pochi strumenti a disposizione degli Stati membri per monitorare, in un certo senso, destinazione e utenti finali degli equipaggiamenti militari nell'ambito delle licenza di trasferimento”.
Il pacchetto ha già aperto agli investimenti “sostenibili” in armi nucleari
A preoccupare le organizzazioni della società civile sono poi le deroghe, così come la proposta di conferire poteri delegati alla Commissione europea in materia di trasferimenti di armi: “Ciò conferirebbe alla Commissione il potere di definire elementi chiave dei sistemi nazionali di controllo delle esportazioni, nonostante essa non disponga di tale competenza ai sensi dei trattati dell’Ue”.
Nella lettera non mancano poi critiche alle clausole che limiterebbero la trasparenza per i trasferimenti di beni immateriali e software, “che possono essere molto delicati, in particolare considerando il massiccio sviluppo dei sistemi senza pilota e autonomi”.
Proprio questi ultimi, nonché le stesse armi nucleari, sono state oggetto di discussione nell’ambito del "Defence Readiness Omnibus”. Quest’ultimo ha infatti ristretto i divieti di investimenti definiti “sostenibili” alle sole armi “vietate”: finora, invece, l'interdizione riguardava tutte quelle considerate “controverse”, ovvero un gruppo molto più ampio.
La prima definizione, dunque, fa sì che si possa classificare come “sostenibile” anche, ad esempio, un investimento in testate nucleari. Gli armamenti “vietati” sono infatti solo le mine antiuomo, le munizioni a grappolo (cluster bomb), le armi biologiche e quelle chimiche.