Nel 2022 l’economia sommersa in Italia ha superato i 181 miliardi di euro secondo Istat. Oggi il nero si sposta online tra piattaforme, micro-lavori e redditi digitali
Dimmi che lavoro fai e ti dirò anche dove il Fisco guarda di più.
Perché il sommerso italiano non è più soltanto quello del contante infilato nel cassetto o dello scontrino “saltato”. Oggi passa sempre più spesso da piattaforme digitali, prestazioni occasionali, micro-attività online e redditi che nascono sui social o nei marketplace.
La nuova evasione fiscale
Una volta c’era il muratore pagato in contanti, il ristoratore che “il Pos oggi non funziona”, il professionista con la ricevuta scritta a penna e il classico “facciamo senza fattura?”. Il sommerso ha cambiato outfit: meno busta sotto il tavolo, più link in bio. E soprattutto, più piattaforme, app, pagamenti digitali e attività nate online che spesso online pensano anche di poter sparire.
Spoiler: non è così semplice.
E i numeri restano enormi. Secondo gli ultimi dati Istat sull’economia non osservata, nel 2022 il sommerso in Italia ha sfiorato i 182 miliardi di euro, mentre l’intera economia non osservata - comprese le attività illegali - ha superato i 201 miliardi, pari al 10,1% del Pil.
A pesare di più sono soprattutto sotto-dichiarazioni fiscali, lavoro irregolare e redditi non comunicati. I settori più esposti restano quelli tradizionali — ristorazione, commercio, servizi alla persona, costruzioni - ma il fenomeno negli ultimi anni ha cambiato forma.
Meno buste di contanti, più bonifici frammentati. Meno “nero classico”, più zona grigia digitale.
Il sommerso versione 2026: meno contanti, più algoritmi
La trasformazione è evidente. Se prima l’evasione puntava sull’anonimato del cash, oggi sfrutta la confusione del digitale. Piccoli incassi distribuiti su più piattaforme, pagamenti esteri, collaborazioni occasionali, profili social monetizzati: un ecosistema fluido dove tanti pensano ancora che il Fisco non riesca a orientarsi.
Ma, nel frattempo, sono cambiati anche gli strumenti di controllo, come tengono a precisare dalla Guardia di Finanza con il Comandante Generale, Gen. CA Andrea De Gennaro, ospite al Trento Economics Festival 2026.
Tra fatturazione elettronica, incrocio dei dati, tracciabilità dei pagamenti e verifiche sulle piattaforme digitali, il margine per “sparire” si restringe sempre di più. E infatti le attività ispettive si stanno concentrando proprio sui redditi online e sulle professioni nate nell’economia digitale.
Tradotto: se pubblichi video da Dubai, vendi corsi motivazionali, affitti case su tre app diverse e incassi sponsorizzazioni mentre dici ai follower di “mollare il posto fisso”, forse qualcuno prima o poi una domanda se la fa.
Influencer, creator & co: quando il like diventa reddito
Il capitolo creator economy merita un discorso a parte. Per anni è stato percepito come un Far West fiscale: collaborazioni pagate in prodotti, cachet senza inquadramento chiaro, adv gestite in modo artigianale.
Poi il settore è esploso. E con lui sono arrivate anche le attenzioni dell’Agenzia delle Entrate.
Oggi il tema non riguarda soltanto i grandi influencer milionari. Anzi. Il vero terreno grigio è quello dei micro creator: chi guadagna abbastanza da trasformare un profilo social in un’attività stabile, ma continua a considerarlo “un extra”.
La linea di confine è sottile ma decisiva. Se c’è continuità, organizzazione, promozione e soprattutto reddito ricorrente, il rischio è che il Fisco consideri quell’attività a tutti gli effetti professionale. E no, scrivere “collab” nelle stories non equivale automaticamente a mettersi in regola.
Marketplace, lavoretti e seconde entrate: il sommerso quotidiano
Un altro pezzo enorme del nuovo sommerso passa dalle piattaforme di vendita e dai servizi digitali. Vestiti usati, elettronica ricondizionata, oggetti handmade, ripetizioni online, consulenze, servizi freelance.
Da una parte c’è chi vende davvero qualche oggetto ogni tanto. Dall’altra chi ha costruito una mini attività commerciale senza aprire partita Iva, convinto che basti cambiare username per restare invisibile.
Il problema, anche qui, è la continuità.
Se vendi cento prodotti al mese, hai recensioni, sponsorizzi il profilo e ricevi pagamenti regolari, diventa difficile sostenere che sia solo decluttering creativo.
Nel frattempo, le piattaforme collaborano sempre di più con le autorità fiscali e lo scambio di informazioni cresce. Insomma: il web non è più quella terra di nessuno che sembrava dieci anni fa.
Il vero nodo? La normalizzazione del “vabbè, lo fanno tutti”
La parte più interessante del fenomeno forse è culturale.
Perché una fetta del sommerso contemporaneo non nasce da grandi frodi organizzate, ma da una specie di autoassoluzione collettiva. Un mix di confusione normativa, precarietà e storytelling social.
Se tutti monetizzano qualcosa online, se ogni hobby può diventare una side hustle, se i social raccontano solo guadagni veloci e libertà finanziaria, allora anche il rapporto con regole e tasse diventa più sfumato.
Il risultato è un gigantesco limbo dove molti non si percepiscono evasori. Si percepiscono semplicemente “furbi”, “informali”, “in fase di prova”.
Finché non arriva una comunicazione dell’Agenzia delle Entrate che riporta tutti molto rapidamente nel mondo reale.
Il Fisco segue i dati, non i cliché
Il vecchio stereotipo dell’evasore con il materasso pieno di contanti regge sempre meno. Oggi il sommerso è spesso iperconnesso, digitale, perfino estetico. Ha un logo minimal, una newsletter e magari pure un corso su come “vivere senza padroni”.
Ma proprio perché tutto lascia tracce - pagamenti, visualizzazioni, piattaforme, flussi bancari - l’idea di poter monetizzare online senza alcuna conseguenza fiscale sta diventando sempre più fragile.
E forse il punto è proprio questo: il sommerso non è sparito. Ha solo cambiato linguaggio.
Adesso parla social.