In un'epoca di politica globale, un paradosso è sempre più comune: i leader visti all'estero come visionari e riformatori sono accolti con diffidenza e irritazione in patria. Euronews ne ha selezionati alcuni
C'è un paradosso persistente nella politica mondiale: più un leader è attivo a livello internazionale, più va incontro a un calo di popolarità all'interno del proprio Paese.
Sebbene i partner internazionali vedano questi politici come strateghi, riformatori, architetti del futuro, i loro elettori finiscono per considerarli come forieri di disagi e di sacrifici.
Questa dicotomia tra riconoscimento e malcontento è diventata una delle caratteristiche principali della politica contemporanea.
Francia, tra riforme europee e malcontento in patria
Un esempio di questo paradosso è Emmanuel Macron in Francia. All'esterno il presidente francese è visto come uno dei principali modernizzatori europei, un leader che sta cercando di rafforzare l'autonomia dell'Europa, l'economia e la lotta globale per il clima.
Durante l'ultimo vertice della Comunità politica europea a Yerevan, Macron ha ricevuto un'accoglienza particolarmente calorosa: il suo arrivo è stato un simbolo di sostegno all'Armenia e i suoi discorsi pubblici hanno suscitato una notevole reazione e apprezzamento.
Eppure in Francia le iniziative del presidente suscitano proteste e sfiducia. Il Paese ha sempre reagito in modo doloroso a qualsiasi tentativo di cambiare il modello sociale e dunque anche quei passi che i partner internazionali definiscono "necessari per il futuro dell'Europa" sono percepiti all'interno del Paese come un attacco allo stile di vita acquisito.
Armenia: le pressioni delle élite filorusse
L'Armenia sta attraversando un processo simile, ma più complesso e stratificato. Il premier Nikol Pashinyan è percepito sulla scena internazionale come un leader che sta cercando di guidare il Paese attraverso uno dei periodi più difficili della sua storia recente.
Il percorso di democratizzazione in Armenia, la riforma dell'esercito, il riavvicinamento all'Ue e i tentativi di raggiungere una pace sostenibile con l'Azerbaigian sono rispettati dai partner stranieri.
Ma all'interno del Paese queste riforme incontrano una resistenza non solo emotiva ma anche strutturale.
Il fattore più importante è l**'influenza delle ex élite filorusse** che hanno plasmato il sistema politico ed economico del Paese per decenni. Questi gruppi, strettamente legati a Mosca, percepiscono l'inversione di rotta di Pashinyan in politica estera come una minaccia ai propri interessi.
La loro influenza persiste negli affari, nei media, in parte delle forze di sicurezza e nelle amministrazioni regionali, plasmando il malcontento pubblico e diffondendo narrazioni favorevoli a Mosca.
Per esempio il movimento verso l'integrazione europea viene interpretato come "tradimento" e le iniziative di pace con l'Azerbaigian come una "capitolazione" dopo la perdita del Nagorno-Karabakh.
Germania e Regno Unito: riformatori che hanno diviso la società
Questo paradosso è stato evidente anche in Germania quando l'ex cancelliera Angela Merkel ha ammesso centinaia di migliaia di siriani nel Paese, guadagnando ulteriore rispetto a livello internazionale ma per lo più strali dai nazionalisti di destra.
Il Regno Unito di Tony Blair ha partecipato attivamente alla diplomazia mondiale ma il primo ministro ha perso credibilità in patria dopo la guerra in Iraq.
In Georgia Mikheil Saakashvili è diventato uno degli esempi più eclatanti di come le riforme radicali possano portare contemporaneamente riconoscimento e irritazione interna.
Le politiche anticorruzione lanciate dall'ex presidente e il tentativo di costruire uno Stato moderno e filo-Occidente sono stati ammirati dai partner europei e americani. Ma a livello interno le riforme di Saakashvili sono state accompagnate da stanchezza, proteste e dalla sensazione che i cambiamenti stessero avvenendo troppo velocemente.
Dopo Saakashvili, la situazione ha preso dunque una piega diversa con l'oligarca Bidzina Ivanishvili, la cui ricchezza e i cui legami politici erano da tempo legati a Mosca, e il partito Sogno Georgiano che hanno cambiato politica.
Canada: Trudeau da simbolo di progresso a oggetto misterioso
Nel continente americano, questo paradosso si è manifestato con il governo dell'ex primo ministro Justin Trudeau.
All'estero era percepito come un simbolo delle riforme liberali, un sostenitore della lotta al riscaldamento globale e del multiculturalismo.
Ma all'interno del Canada la sua popolarità è ripetutamente crollata a causa delle difficoltà economiche, degli scandali etici, delle critiche alla politica energetica e del malcontento delle amministrazioni statali.
La stampa internazionale vedeva Trudeau come un leader progressista, mentre parte della società come un politico troppo preso dall'agenda globale e non abbastanza dalle questioni interne.
Corea del Sud e Italia: Park Geun-hye e Mario Monti
L'ex presidente sudcoreano, Park Geun-hye, ha rafforzato l'alleanza con gli Stati Uniti ma il suo governo si è chiuso con un impeachment, mentre il successore Moon Jae-in ha cercato di instaurare un dialogo con la Corea del Nord, che la comunità internazionale ha percepito come un passo verso la pace, ma suscitando sospetti e un calo di consensi in patria.
L'Italia ha sperimentato la propria versione di questo paradosso con Mario Monti, che ha contribuito a contenere la crisi del debito ma ha perso il sostegno dell'opinione pubblica a causa delle misure di austerità.
Anche l**'Ucraina** di Petro Poroshenko, presidente dal 2014 al 2019, ha sofferto di questa distopia interna. I partner internazionali hanno celebrato il suo impegno diplomatico e il suo orientamento verso l'Ue, ma all'interno si sono accumulati stanchezza per la guerra nell'est del Paese e l'insoddisfazione per il ritmo delle riforme.
Tutti questi esempi mostrano lo stesso schema. L'arena internazionale valuta la strategia, gli obiettivi a lungo termine e la capacità di visione di un leader. La politica interna vive nella logica del "qui e ora": prezzi, salari, sicurezza, il solito modo di vivere.
Le riforme sono sempre dolorose, le iniziative di pace sono percepite come concessioni e la lotta alla corruzione o alla modernizzazione tocca inevitabilmente gli interessi delle élite che possono mobilitare il malcontento.