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Dragamine a Hormuz, Berlino apre: capacità di sminamento tedesche e italiane a confronto

Mappa con stretto di Hormuz
Mappa con stretto di Hormuz Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Stefania De Michele
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Al vertice di Parigi l’Ue cerca una linea comune su Hormuz: Berlino apre alla partecipazione con cacciamine e mezzi di supporto, mentre l’Italia non ha ancora definito il proprio eventuale contributo alla missione

Al vertice di Parigi, i Paesi dell’Unione europea cercano di trovare una posizione condivisa e una strategia per sbloccare la rotta energetica dello Stretto di Hormuz, ferma da settimane per le tensioni con l’Iran e ora aggravata dal recente blocco navale degli Stati Uniti.

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La possibile missione internazionale per la sicurezza dello Stretto di Hormuz apre un confronto diretto tra Germania e Italia su uno degli asset più delicati della guerra navale moderna: i dragamine, o più precisamente i cacciamine.

Da un lato Berlino, che potrebbe scendere in campo; dall’altro Roma, che si muove cauta, ma che può contare su una delle flotte più avanzate dell’Alleanza Atlantica.

Il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato la disponibilità della Germania a partecipare alla missione con unità per la caccia alle mine, una nave di scorta e velivoli da ricognizione. Tuttavia, l’impegno è subordinato a condizioni stringenti: cessate il fuoco, mandato internazionale e approvazione del Bundestag.

La Germania dispone di circa dieci unità dedicate alla guerra di mine, tra cacciamine e mezzi di supporto. Una forza numericamente rilevante, ma il cui impiego resta legato a vincoli politici e strategici ancora lontani dall’essere soddisfatti.

La dotazione dell'Italia

L’Italia gioca una partita diversa. La Marina Militare è da anni un punto di riferimento nella Nato per le operazioni di sminamento navale, grazie a una combinazione di tecnologia, esperienza operativa e specializzazione.

Il cuore di questa capacità è rappresentato dalle unità della classe Gaeta (e dalla precedente classe Lerici), progettate specificamente per individuare e neutralizzare mine moderne. Si tratta di navi lunghe circa 52 metri, con equipaggi di una cinquantina di militari, dotate di sonar avanzati e veicoli subacquei filoguidati (ROV) capaci di operare fino a centinaia di metri di profondità.

Ma il vero salto qualitativo sta nei materiali e nella silenziosità: gli scafi sono realizzati in vetroresina rinforzata per ridurre al minimo la firma magnetica, mentre i sistemi di propulsione sono progettati per abbattere vibrazioni e rumore, rendendo le unità estremamente difficili da rilevare dalle mine più sofisticate.

Queste caratteristiche rendono i cacciamine italiani particolarmente adatti agli scenari più complessi, dove le mine non sono semplici ordigni ancorati ma sistemi intelligenti che reagiscono a segnali acustici, magnetici o di pressione.

A differenza dei tradizionali dragamine - che “ripuliscono” aree ampie facendo esplodere gli ordigni - i cacciamine operano in modo chirurgico: individuano ogni singola mina, la analizzano e la neutralizzano con droni subacquei o interventi di palombari specializzati.

È proprio questa capacità di precisione a fare la differenza nello Stretto di Hormuz, uno dei corridoi energetici più sensibili al mondo, dove anche poche mine possono bloccare il traffico petrolifero globale.

I leader, compresa Meloni, discutono le prime possibili azioni per sminare lo Stretto, nella scia del vertice militare che si è tenuto sempre a Parigi e al quale ha partecipato anche lo staff della Marina italiana.

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