Srebrenica, la cronologia del genocidio del luglio 1995: dalla "zona sicura" dell'Onu alla caduta della città e al massacro di oltre 8.000 uomini e ragazzi bosniaci
La morte di Ratko Mladic, l'ex comandante militare dei serbi di Bosnia condannato all'ergastolo per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, riporta al centro della memoria una delle pagine più drammatiche delle guerre nell'ex Jugoslavia: il massacro di Srebrenica.
Quella che era stata dichiarata dalle Nazioni Unite "zona sicura" divenne nel luglio 1995 il teatro dell'uccisione sistematica di oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci. È il peggior massacro commesso in Europa dalla Seconda guerra mondiale e uno degli episodi per i quali i tribunali internazionali hanno riconosciuto il genocidio.
1992: l'inizio della guerra e la conquista dell'enclave
Srebrenica, città a maggioranza musulmana nella Bosnia orientale, viene coinvolta nella guerra di Bosnia iniziata nell'aprile 1992, dopo la dissoluzione della Jugoslavia.
Le forze serbo-bosniache, affiancate da gruppi paramilitari provenienti dalla Serbia, conquistano progressivamente diversi centri nella valle della Drina e costringono migliaia di bosniaci musulmani a lasciare le proprie case. È la politica di espulsioni e persecuzioni che verrà definita "pulizia etnica".
Le forze bosniache musulmane riescono temporaneamente a riprendere il controllo di Srebrenica, ma l'enclave rimane circondata e isolata. Alla fine del 1992 i collegamenti stradali vengono nuovamente bloccati e la popolazione resta sempre più dipendente dagli aiuti umanitari.
1993: Srebrenica diventa una "zona sicura" dell'Onu
Tra marzo e aprile 1993, mentre l'assedio si intensifica, circa 8.000 persone vengono evacuate dall'enclave. I bombardamenti delle forze serbo-bosniache provocano vittime anche tra i civili.
Il 16 aprile il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dichiara Srebrenica una "zona sicura", affidandone la protezione ai caschi blu. L'obiettivo è impedire nuovi attacchi e garantire l'accesso agli aiuti umanitari.
Il giorno successivo viene raggiunto a Sarajevo un accordo per il cessate il fuoco e la smilitarizzazione dell'enclave, sotto l'egida delle Nazioni Unite. L'intesa, però, non viene pienamente rispettata.
A maggio l'Onu istituisce altre cinque "safe areas" in Bosnia: Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde e Bihać.
1994: arrivano i caschi blu olandesi
Il 1° marzo 1994 un contingente di circa 450 caschi blu olandesi viene schierato a Srebrenica, sostituendo i militari canadesi che avevano precedentemente operato nell'enclave.
Il contingente, noto come Dutchbat, ha il compito di contribuire alla protezione della "zona sicura" e della popolazione civile. La missione si trova però a operare in condizioni estremamente difficili, con risorse limitate e senza un mandato militare sufficientemente robusto per fronteggiare un'offensiva su larga scala.
Luglio 1995: l'offensiva finale
All'inizio di luglio 1995 le forze serbo-bosniache lanciano l'offensiva decisiva contro l'enclave. L'attacco arriva da sud, est e nord.
Il 9 luglio i serbo-bosniaci conquistano alcune posizioni dei caschi blu dopo aver preso in ostaggio circa 30 militari dell'Onu. Le loro forze arrivano a meno di due chilometri dal centro abitato. L'11 luglio la Nato effettua alcuni raid aerei contro le forze serbo-bosniache. Ma nello stesso giorno Srebrenica cade.
Le truppe guidate da Ratko Mladic entrano in città mentre decine di migliaia di persone cercano rifugio nella base dell'Onu a Potočari, appena fuori Srebrenica. La maggioranza dei profughi è composta da donne, bambini e anziani.
11-13 luglio: la separazione di uomini e donne
Dopo la conquista dell'enclave, le forze serbo-bosniache procedono alla separazione della popolazione. Donne, bambini e anziani vengono trasferiti fuori dall'area controllata dai serbo-bosniaci. Gli uomini e i ragazzi, invece, vengono fermati, interrogati e trasferiti in diversi luoghi di detenzione.
Parallelamente, migliaia di uomini tentano di fuggire attraverso i boschi verso il territorio controllato dalle forze bosniache, in direzione di Tuzla. Molti vengono catturati durante il percorso.
Il massacro
Nei giorni successivi alla caduta di Srebrenica, gli uomini e i ragazzi bosniaci musulmani catturati vengono uccisi in esecuzioni organizzate e sistematiche.
Le vittime vengono portate in diversi luoghi, tra scuole, magazzini e altri edifici, dove vengono fucilate. I corpi vengono quindi sepolti in fosse comuni.
Le uccisioni proseguono per diversi giorni. In seguito, molte delle fosse vengono riaperte e i resti trasferiti in altre sepolture nel tentativo di rendere più difficile la ricostruzione di quanto accaduto e l'identificazione delle vittime.
Le testimonianze dei sopravvissuti e le successive indagini internazionali documentano una sequenza di omicidi, detenzioni, maltrattamenti e altri crimini.
Il numero complessivo delle persone uccise è superiore a 8.000. Le vittime sono soprattutto uomini e ragazzi bosniaci musulmani, ma tra i morti ci sono anche minori.
Perché si parla di genocidio
Srebrenica non è stata riconosciuta semplicemente come un massacro.
Il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia e la Corte internazionale di giustizia hanno stabilito che gli eventi di Srebrenica costituiscono un genocidio.
La definizione giuridica è legata alla volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Nel caso di Srebrenica, i tribunali internazionali hanno riconosciuto l'intento di distruggere una parte significativa della comunità bosniaca musulmana della Bosnia orientale.
Il genocidio di Srebrenica è quindi diventato uno dei casi più importanti nella giurisprudenza internazionale sui crimini di massa commessi in Europa dopo il 1945.
Il ruolo dei caschi blu olandesi
La caduta di Srebrenica ha aperto anche una lunga discussione sulla responsabilità della comunità internazionale.
I caschi blu olandesi del Dutchbat erano presenti nell'enclave, ma non riuscirono a impedire la conquista della città né a proteggere la popolazione dagli eventi successivi.
Il loro ruolo è stato oggetto di numerose inchieste e procedimenti giudiziari. La vicenda ha alimentato un ampio dibattito sui limiti delle missioni internazionali di peacekeeping quando le forze dispiegate non dispongono di mezzi, mandato e capacità sufficienti per fermare un'offensiva militare.
Novembre 1995: gli Accordi di Dayton
Il massacro di Srebrenica contribuisce ad aumentare la pressione internazionale per porre fine alla guerra di Bosnia.
Il 21 novembre 1995 vengono raggiunti gli Accordi di Dayton, che mettono fine al conflitto. La Bosnia-Erzegovina viene mantenuta come unico Stato, ma organizzata in due principali entità: la Republika Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione di Bosnia-Erzegovina, prevalentemente croato-musulmana.
Il nuovo assetto istituzionale garantisce alle due entità un'ampia autonomia e costruisce un sistema politico estremamente complesso, tuttora alla base dell'organizzazione dello Stato bosniaco.
Le vittime e la memoria
L'identificazione delle vittime è proseguita per anni grazie all'analisi dei resti recuperati dalle fosse comuni e alle tecniche di identificazione genetica.
Il memoriale e cimitero di Potočari, alle porte di Srebrenica, è diventato il principale luogo della memoria del genocidio. Ogni 11 luglio, anniversario della caduta dell'enclave, vengono celebrati i funerali delle vittime identificate successivamente.
Srebrenica resta così un simbolo della pulizia etnica nelle guerre jugoslave, ma anche del fallimento della protezione internazionale dei civili. A trent'anni dagli eventi, il suo nome continua a rappresentare una delle ferite più profonde della storia europea contemporanea.