Il libro fotografico di Neal Slavin, “When Two or More Are Gathered Together”, racconta le molte facce dell’America del Novecento ed è celebre per l’uso del colore. Per il 50º anniversario il fotografo ha parlato con Euronews Culture della sua eredità.
Neal Slavin è un pioniere della fotografia di gruppo.
I ritratti dell'artista statunitense sono un punto di riferimento importante nella storia dell'uso del colore e offrono uno sguardo lucido ma incisivo sulle strutture sociali e politiche del suo Paese.
Il Kunstpalast di Düsseldorf, in Germania, ospita attualmente la mostra Photography and Belonging (fonte in inglese)(fonte in inglese)target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Fwww.kunstpalast.de%2Fen%2Fevent%2Fcommunity-photography-and-community%2F&data=05%7C02%7Ctokunbo.salako%40euronews.com%7C658291a91ff44c2a81a708de6353a2db%7Ce59fa28a32ed49aca5a09c46118cfecf%7C0%7C0%7C639057408405220768%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%3D%3D%7C0%7C%7C%7C&sdata=8TkCU37k2kvPXysN0YM4PVAL3W8diKWP8C14Oh9XJvY%3D&reserved=0" tooltip="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Fwww.kunstpalast.de%2Fen%2Fevent%2Fcommunity-photography-and-community%2F&data=05%7C02%7Ctokunbo.salako%40euronews.com%7C658291a91ff44c2a81a708de6353a2db%7Ce59fa28a32ed49aca5a09c46118cfecf%7C0%7C0%7C639057408405220768%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%3D%3D%7C0%7C%7C%7C&sdata=8TkCU37k2kvPXysN0YM4PVAL3W8diKWP8C14Oh9XJvY%3D&reserved=0"> che raccoglie gran parte del suo lavoro, diventato un documento fondamentale per comprendere le dinamiche sociali della fine del XX secolo.
Quest'anno segna l'uscita dell'edizione riveduta per il 50º anniversario del suo studio fondamentale «When Two or More Are Gathered Together », e per l'occasione Slavin ha parlato con Euronews Culture del passato, del presente e del futuro della fotografia.
Quando «When Two or More Are Gathered Together» fu pubblicato per la prima volta nel 1976 divenne rapidamente un punto di riferimento della prima fotografia a colori. Che cosa l'ha spinta, all'inizio, a fotografare i gruppi invece dei singoli individui?
Beh, cominciamo da qui. C'è un equivoco, un errore di fondo. I gruppi sono fatti di individui. E credo che, quando si cerca di fare una foto di gruppo, anche i fotografi che assemblano un gruppo da ritrarre sono così concentrati sulla composizione e sulla forma del gruppo da dimenticare che, per quanti siano, quelle persone restano individui a tutti gli effetti.
Non ho davvero una risposta precisa su che cosa mi abbia spinto a fotografare i gruppi. Posso dire che rimasi affascinato quando vidi la fotografia panoramica di un reparto di boy scout scattata dieci o undici anni prima. Ne fui completamente rapito. Vedevo soprattutto 32 ragazzi, o quanti erano, insomma un gruppo di ragazzi. La prima cosa che mi colpì fu il tema della memoria. Mi dissi: “È straordinaria, ma dove sono oggi questi ragazzi? Adesso hanno undici anni in più. Che ne è stato di loro?”. All'improvviso questo si è saldato con la mia idea della fotografia come memoria.
Tutte le fotografie, più di qualsiasi altro mezzo – pittura, cinema, musica, qualunque cosa – evocano la memoria meglio di ogni altro e fanno rivivere il tempo ancora e ancora. In altre parole, fanno rivivere continuamente l'esperienza a chi guarda. È questo che mi ha portato a fotografare i gruppi, cioè a fotografare individui dentro un gruppo.
All'inizio degli anni Settanta la fotografia a colori lottava ancora per essere riconosciuta nel mondo dell'arte. Quanto era consapevole di lavorare dentro o contro quel momento fotografico?
Moltissimo. Credo che allora ci fossero quindici, forse diciotto fotografi pronti a buttarsi sul colore. Il colore veniva usato soprattutto come strumento commerciale per la pubblicità, non per la fotografia “seria”, tra virgolette. Ci sentivamo dire di tutto dai veterani, che sostenevano che quel lavoro non fosse serio.
Prima di tutto dicevano che le fotografie non sarebbero durate, perché non erano “a prova d'archivio”. Ma noi, da giovani, non ce ne preoccupavamo troppo. Ci interessava di più mettere in circolo l'affermazione di ognuno e aprire un dialogo. E quel dialogo era, appunto, il colore come forma descrittiva. Credo di poter dire, senza esagerare, che per quasi tutti in quel momento il colore era la risposta per fare un passo in più verso la realtà delle immagini che producevamo. Sapevamo che il bianco e nero era a sua volta una splendida astrazione. Non volevamo affatto demolire la fotografia in bianco e nero. Volevamo semplicemente allargare il significato di ciò che è il mondo in colore, nel colore reale.
Non so se sto andando troppo avanti, ma ho fatto esperienze, fin da molto presto, che mi hanno segnato. Ricordo un ritratto di gruppo: in realtà è stata la mia prima fotografia a colori, un ritratto di gruppo dei volontari di un corpo di ambulanze. Nel tempo libero facevano gare di velocità con le ambulanze e vincevano dei trofei. Naturalmente erano di tre colori diversi: oro, argento e bronzo. Per puro caso scattai la stessa immagine sia in bianco e nero sia a colori. Ricordo che, dopo aver sviluppato il rullino e fatto i provini a contatto, li guardavo con la lente e mi accorsi di una cosa molto importante. Guardando i provini in bianco e nero non riuscivo a distinguere un trofeo d'oro da uno d'argento; a colori, invece, la differenza era evidente. Per me è stato immediato: ho capito che il colore è informazione e che, senza informazione, che cosa ti resta?
Non so se sia vero, ma credo di aver letto da qualche parte che, quando chiesero a Cartier-Bresson perché non lavorasse a colori, rispose che c'era “troppa informazione”. Quando ho scoperto la questione dei trofei d'oro e d'argento, ho capito invece che io non avevo abbastanza informazione. Così mi sono buttato a capofitto nel fotografare tutto quello che vedevo a colori, mentre il bianco e nero è andato scomparendo dal mio lavoro. Non l'ho mai criticato, non ho mai pensato che fosse una strada sbagliata. È un mezzo meraviglioso, ma per me il colore era fondamentale.
Lei lascia che i suoi soggetti si dispongano da soli nell'inquadratura. Che cosa le ha rivelato questo processo su gerarchie, identità e potere?
Quando la maggior parte delle persone fotografa un gruppo, o anche un singolo ritratto, sposta le persone e le dispone in configurazioni che magari non corrispondono alla personalità del gruppo. Me ne sono reso conto subito: non si possono costringere le persone in stampini, come fossero salsicce.
Non funziona, perché alla fine ottieni solo persone dentro “budelli” tutti uguali. Io faccio il contrario: osservo l'ambiente. Di solito lo faccio insieme al presidente, al direttore, insomma alla persona che guida il gruppo, finché troviamo un luogo in cui lui o lei si sente a proprio agio e che a me sembra adatto. Stabilito questo, mi informo su quante persone ci saranno nel gruppo e, al momento dello scatto, dico semplicemente: venite sul set.
Arrivano e dico loro: mettetevi dove volete. Non mi importa, scegliete il posto in cui pensate di appartenere. “Appartenenza” diventa una parola decisiva nel fenomeno dei gruppi. Sentirsi appartenere a uno spazio è parte integrante del processo fotografico. È una sottigliezza straordinaria, che non molti fotografi prendono in considerazione.
Quando tutti si sentono a loro agio dove si sono messi, di solito compattiamo un po' il gruppo e, se qualcuno non si vede, dico: “Mi pare che John debba avvicinarsi un po'”, o qualcosa del genere. Ma nello stesso tempo succede un'altra cosa.
Ci sono persone che non vorrebbero essere nella foto, ma ci sono perché fanno parte di quel gruppo: che sia un gruppo aziendale, un gruppo di appassionati, un gruppo professionale, seguono il flusso ma sono un po' timidi, e questo devo rispettarlo. Se tengono la testa leggermente girata, devo capire se posso dire: “Ti andrebbe di guardare verso l'obiettivo, o preferisci restare così?”, e così via. In questo modo l'avventura di creare una fotografia con 30, 40, 100 persone, o quante sono, diventa un'esperienza incredibile.
Mentalmente e psicologicamente mi immergo nella folla, così le persone mi conoscono un po' meglio, si fidano e cominciano a giocare: mi volto verso la macchina o no? Sorrido o non sorrido? Lascio che facciano tutto ciò che sentono appropriato. In tanti anni ho capito che il fatto di lasciare le persone libere di essere – torno a quella parola, individui – è ciò che crea il gruppo. Non è il gruppo a creare il gruppo: sono gli individui a creare il gruppo.
A quasi cinquant'anni di distanza, perché ha sentito che questo fosse il momento giusto per pubblicare un'edizione rivista e ampliata del libro?
Sono passati cinquant'anni e guardiamo il mondo con un'altra lente. Non è un gioco di parole, ma è arrivato il momento in cui il fenomeno del ritrovarsi insieme, dello stare insieme, si è ridotto. È diminuita la percentuale di persone che, per esempio, si incontrano la mattina per prendere un caffè. Anche la religione ne ha risentito: i gruppi religiosi vedono diminuire i fedeli nelle loro congregazioni. Ma credo che le persone abbiano bisogno delle persone. L'umanità ha bisogno di sentire, toccare, abbracciare, mettere in gioco le proprie emozioni con gli altri. E se si dà alle persone la possibilità di farlo, lo fanno.
Alle persone piace stare in gruppo, essere fotografate. Il problema è che viviamo in un'epoca molto diversa da quella in cui ho iniziato a fotografare i gruppi, nel 1972. Allora non avevamo computer personali, né l'onnipresente smartphone. Tra schermi, smartphone e social media, le persone sono un po' rientrate in quelli che io chiamo “tranelli”. Non si risponde più al telefono: si manda un'email o un messaggio. Un giorno ero per strada e ho sentito un ragazzo dire a un amico che usciva da casa sua: “Ci vediamo online”. Mi sono detto: certo, ci vediamo online, è lì che ci vedremo. Nel 1972 non succedeva. È uno dei motivi per cui ho voluto ripubblicare questo primo libro. Lavoro in questo genere da oltre cinquant'anni.
Ho pubblicato diversi libri. Il primo è stato «When Two or More Are Gathered Together», nel 1972. Non è stata veramente una mia idea, era un'idea arrivata al momento giusto: ricordarci che siamo esseri umani e individui. Se non avessimo i gruppi – che esistono ancora, solo in numero minore – cosa ci resterebbe? Come dicevo prima, oggi abbiamo schermi, smartphone e social media. Ma, in fondo, alle persone piace ancora radunarsi, stare insieme e farsi fotografare.
Lo smartphone ha sostituito gran parte delle risatine imbarazzate che, un tempo, accompagnavano il farsi fotografare. Oggi il selfie è diventato il nuovo ritratto di gruppo, per così dire, di cinquant'anni fa. Quindi non sono stato io a decidere che questo libro dovesse uscire proprio ora, anche se, quando qualcuno me l'ha proposto, ho detto subito: “Sì, sono pienamente d'accordo”.
Ho pubblicato altri libri della stessa natura, con persone in gruppo, qualunque cosa stessero facendo. Il problema è sempre lo stesso. In tutta franchezza, sono convinto che, se non avessimo i gruppi – che esistono comunque, qualunque cosa si dica – saremmo un pianeta di fantasmi. E non voglio vivere su un pianeta di fantasmi. E nessun altro lo vuole. È il momento di ricordare alle persone che fanno parte di qualche tipo di gruppo, che lo sappiano o no, che lo vogliano o no: facciamo tutti parte gli uni degli altri. E basta che ci siano due, tre, quattro persone perché si formi un gruppo, il vostro gruppo. Lo osservo con molta attenzione, perché sono affascinato, dal punto di vista sociologico, da come le persone, nonostante il calo del “ritrovarsi”, amino ancora stare insieme. Per fortuna, perché altrimenti, come dicevo, saremmo un pianeta di fantasmi.
Questa nuova edizione arriva in un periodo di profonde divisioni politiche e sociali negli Stati Uniti. Vede il suo lavoro in modo diverso oggi rispetto agli anni Settanta?
È una domanda difficile. Lo vedo in modo diverso oggi rispetto agli anni Settanta? No. Nel profondo, le persone sono le stesse. Ci preoccupiamo delle stesse cose che avevamo negli anni Sessanta in America: i movimenti per i diritti civili, la segregazione, e così via. Gli esseri umani sembrano attratti dallo scontro. Siamo le stesse persone di allora.
Guardando oggi attraverso l'obiettivo, rispetto agli anni Settanta, le persone sono le stesse, ma le differenze sono diverse. Le preoccupazioni sono diverse, ma stiamo ancora lottando per gli stessi diritti, per gli stessi modi di vivere, di guardarci a vicenda. Non c'è differenza. Abbiamo tutti una testa, due braccia e due gambe. Siamo gli stessi, e questo non è cambiato. Come si può dire che oggi siamo diversi da allora? Le cause sono cambiate, ma alla radice, al livello più profondo, le cause sono sempre le stesse. Sono cause nate dai singoli che sbocciano in gruppi. Non so se abbia senso, ma sto cercando di mostrarle la lente attraverso cui vedo il mondo.
L'edizione del cinquantesimo anniversario include nuovi gruppi fotografati fino al 2023. Che cosa l'ha colpita di più nel ritrarre i gruppi di oggi rispetto a quelli della serie originale? Ha scelto dieci immagini preferite dal libro per Euronews Culture. Che cosa ha guidato le sue scelte?
Provengono da una mostra in preparazione. Le ho approvate perché le immagini mi piacciono. In realtà la domanda è: come si scelgono le fotografie con cui si è disposti a convivere? Come si fa a capire se piacciono davvero, se ci si può convivere? È molto difficile rispondere, perché ogni fotografia è diversa.
Possono sembrare simili perché ritraggono tutti dei gruppi, ma credo di scegliere le mie foto in base a quanto riescono a comunicarmi, giorno dopo giorno. Se mi allontano da un'immagine per una settimana, poi torno a guardarla e lei “mi parla”, allora mi piace. Se invece resta lì, senza vibrazione, e non mi dice più niente perché l'ho vista troppe volte, allora fa un passo indietro. Questo porta a un'altra considerazione: la bellezza dell'arte sta nel fatto che non è mai finita.
Sono pittore e fotografo. Nella pittura, lo sanno tutti, un quadro non è mai finito: è finito per quel giorno, per quel momento. Tre giorni dopo magari ti dici: “Forse qui servirebbe un po' più di rosso”. Con la fotografia è la stessa cosa. È più difficile, perché l'immagine è già fatta, non puoi più intervenire. Allora ti mordi le mani se non ti piace e ti chiedi: “Perché mai l'ho scattata così?”. Ma è la curva di apprendimento, ed è proprio questa la sua bellezza.
La volta dopo, quando esci con la macchina fotografica, o con qualunque strumento usi, ti accorgi di essere cresciuto: non la scatti più in quel modo, la scatti in un altro. Guardi oltre. Guardi dentro il gruppo, dentro la persona. Parli con la persona. Mi piace dire che, anche quando fotografo cento persone in un gruppo, come dicevo prima “mi immergo” in mezzo a loro e finisco per stringere forse cinquanta amicizie da dieci minuti. È fantastico. Imparo un pezzetto di vita da moltissime persone diverse, più di quanto la maggior parte di noi riesca a fare, persino con i propri amici.
Per me, fotografare i gruppi non è diverso dagli anni Settanta. È cambiato il contenuto, non le persone, ed è questo che amo. Se questa dinamica non esistesse più, non continuerei a farlo. Come dicevo, lo faccio da oltre cinquant'anni ed è davvero una dinamica speciale. Credo che richieda un amore enorme per le persone, tutte le persone su questo pianeta, bianche, nere, ispaniche, chiunque. Amo le differenze. Ma, alla fine, siamo tutti uguali. Ed è questo che mi spinge ad andare avanti.
Nel suo lavoro c'è spesso humour, ma anche una sottile precisione sociologica. Come bilancia ironia ed empatia quando fotografa le comunità?
Credo di aver già risposto in parte quando ho detto, a proposito dell'empatia nel fotografare le comunità: “Amo semplicemente le persone”. Vedere qualcuno, in una certa situazione, con una camicia blu e qualcun altro con una camicia rossa: può sembrare banale, ma adoro osservare le persone e il modo in cui partecipano. Non cerco di bilanciare nulla, lascio che tutto venga fuori. L'errore, secondo me, è proprio tentare di bilanciare; diventa un film dell'orrore. Perché non si può bilanciare. Le persone appartengono le une alle altre, in gruppi composti da individui con camicie rosse, blu, nere, bianche. È scritto nel nostro DNA. Non posso negarlo, e nemmeno lei: è questo l'essere umano.
Esiste una sola forma di appartenenza: o appartieni o non appartieni. Non dimentichi che noi esseri umani siamo bravissimi a escludere alcuni e ad accoglierne altri, e così facciamo degli uni “gli altri”. Se le è mai capitato di far parte di un gruppo e poi di esserne esclusa, sa esattamente di che cosa parlo. La sensazione di appartenere a un gruppo è vitale, è ciò che definisce gli esseri umani. Non si tratta di fare foto buffe o serie di persone che compongono gruppi. Il sentimento di appartenere a un gruppo è l'elemento sociologico più vitale dell'umanità. Già la parola “umanità” è una forza collettiva.
Quanto all'umorismo nel mio lavoro, non c'è sempre. A differenza di altri fotografi, io amo le persone e amo le loro imperfezioni: il modo in cui sbagliamo, il modo in cui ridiamo di noi stessi. Sono quei momenti a fare le mie immagini. Quando qualcuno guarda una mia fotografia e ci trova qualcosa di divertente, è perché le persone ridono con se stesse, non di se stesse. E questa, credo, è la differenza rispetto ad altri fotografi che si occupano di sociologia. Non rido mai di qualcuno, rido con le persone, e ridiamo tutti insieme. Non cerco la derisione, non voglio ridicolizzare o criticare nessuno. Se c'è una situazione buffa e siamo tutti parte della battuta, benissimo. Ci tenevo a chiarirlo.
Che cosa spera che il pubblico europeo, in particolare, colga da queste immagini della società americana?
Penso che l'Europa sia sempre stata affascinata dall'America. Questo perché l'America ha creato il grande esperimento: tutti gli uomini e tutte le donne sono creati uguali. Non è sempre stato il principio dominante in Europa e nel resto del mondo. L'America è diventata una sorta di capsula di Petri di uno stile di vita che storicamente le persone non avevano mai avuto. Noi abbiamo avuto e abbiamo problemi, li abbiamo ancora, e speriamo che il Paese superi questi tempi difficili. Ma, storicamente, non posso dire che cosa il pubblico europeo, in particolare, ricava da queste immagini, perché credo che ciò che esse rappresentano non riguardi solo l'America o gli americani, bensì il modo in cui le persone si comportano, parlano e comunicano fra loro. E in America siamo noti per un discorso pubblico molto aperto. Credo che sia questo ad affascinare tutti.
Ho altri libri, tutti su gruppi. Uno si intitola «Britons», e sto lavorando a un grande progetto sulla preghiera e la meditazione in gruppo: su come appariamo quando ci ritroviamo per pregare. Queste immagini non sono quelle che si definirebbero “divertenti”, ma vi ritroverete gli stessi elementi che c'erano nel 1974, quel filo conduttore che ci unisce tutti. È questo che conta davvero. E penso che gli europei lo capiscano e siano incuriositi da ciò che facciamo. Ma credo anche che l'Europa abbia fatto una strada enorme. Non ho alcun interesse a criticare un Paese in particolare, e non lo farò: l'Europa è andata avanti. L'America è meno vista come qualcosa di strano, perché in Europa ci sono democrazie e forme sociali di governo, e quindi non si guarda più agli Stati Uniti come negli anni Cinquanta o Sessanta.
Capisco benissimo la domanda, e credo che ci sia ancora una fascinazione per questo Paese, che è lungo 24.000 miglia da un capo all'altro, per chi siamo e per le cose che facciamo, cose che molti europei non penserebbero mai di fare. Ognuno di noi ha in mente “configurazioni” sociologiche diverse, chiamiamole così, e impariamo gli uni dagli altri. In qualche modo penso meno all'America in sé, ma agli americani: è questo che affascina gli europei. Più parlo e più mi rendo conto che la frase giusta è: gli europei sono affascinati dagli americani più che dall'America. È questa l'impressione che ho.
Dagli anni Settanta la fotografia è cambiata radicalmente: dallo sviluppo analogico all'onnipresenza del digitale, fino alle immagini generate dall'intelligenza artificiale. Che cosa, secondo lei, abbiamo guadagnato e che cosa abbiamo perso?
Potrei parlare un giorno intero solo di questo. Che cosa abbiamo guadagnato? Non ne sono sicuro. L'unico vero vantaggio che vedo è che, se succede qualcosa, puoi tirare fuori lo smartphone e documentarla. Quando un fotografo si prepara – a meno che non sia un fotografo di guerra, sempre pronto – l'evento rischia di essere già finito. In tutto questo si inserisce ciò che dicevo prima: è come se ci stessimo un po' intorpidendo. Scrivi una frase e metà delle parole te le completa il correttore del computer. Poco a poco diventiamo pigri.
Viviamo una vita passata a guardare schermi. Conosciamo tutti situazioni aziendali in cui le persone lavorano fianco a fianco in piccoli box e, invece di spostare la sedia e chiedere: “Ehi Joe, a che ora vai a pranzo?”, mandano un'email a Joe e poi aspettano la risposta. È molto preoccupante. Allo stesso tempo, il mondo digitale ha aperto possibilità incredibili, che non avremmo mai immaginato. Come in tutte le cose, si tratta di trovare un equilibrio.
Quanta intelligenza artificiale ci serve per migliorare la vita, e quanta basta per rovinarla? È una domanda enorme, e non ho la risposta. In questo campo mi considero un semplice osservatore. Sul piano dell'uguaglianza, non vedo grande differenza tra fotografia digitale e analogica. Sì, il processo è diverso: non avevamo macchine che calcolavano l'esposizione da sole, come fa uno smartphone, ma in fondo cerchiamo la stessa cosa. Se si riduce tutto all'essenziale, fotografiamo ancora gli uni gli altri, cerchiamo ancora di mostrarci al meglio quando facciamo un selfie. E lo facevamo già nel 1927 o nel 1937. Dal punto di vista umano, insomma, non c'è differenza. La differenza sta nei meccanismi. Ma il problema è che proprio quei meccanismi rischiano di intorpidirci. Siamo in una situazione in cui dobbiamo stare estremamente attenti a non abbassare il livello, a non trasformarci – e ci risiamo – in fantasmi su questo pianeta.
Che ruolo attribuisce oggi alla fotografia, in un'epoca satura di immagini?
Il direttore della fotografia John Szarkowski, prima di morire, disse – credo fosse negli anni Ottanta –: “Ormai nel mondo ci sono più fotografie che mattoni”. Che cosa significa? Che non smettiamo mai di desiderare uno specchio che ci rimandi la nostra immagine, per poterci rivedere.
C'è una barzelletta che ricordo bene: due nonne camminano per strada, una spinge una carrozzina con un neonato dentro. L'altra guarda nella carrozzina e dice: “Che bambina bellissima!”. E la nonna che spinge la carrozzina risponde: “Se la trova carina, dovrebbe vedere la sua fotografia”. Credo che dica moltissimo sulla fotografia. Che cos'è? È memoria, autoriflessione, un modo di contemplazione. Potrei continuare a lungo su questa linea, perché questo è la fotografia. Per molti versi ha assunto il ruolo che prima era della pittura, che cercava di fare esattamente questo. Ma la fotografia lo fa meglio. Non significa che la pittura sia morta, come si diceva una volta. La pittura è un'esperienza completamente diversa, lo so: sono un pittore. E amo la pittura per molti motivi. Alcuni coincidono con la fotografia, altri no.
Ma non perderemo mai il bisogno di comunicare tra noi e con noi stessi attraverso una fotografia. Se ci togliete questo, che cosa resta? Un pianeta di fantasmi.
Con quali strumenti e materiali lavora nel 2026? Come è cambiato nel tempo il suo rapporto con la fotografia fisica?
Lavoro in digitale, perché con il digitale posso fare più cose di quante ne facessi con la pellicola. Ma amo le immagini analogiche, perché hanno un altro sapore: sono più morbide, comunicano in modo diverso. Il digitale, però, mi permette di fissare un'immagine senza doverla sperimentare ogni volta, di ottenere la stessa foto se devo farne cinque stampe identiche. Lo facevamo anche con l'analogico, certo. Ma, in fin dei conti – lo dico senza voler essere scortese – è una questione che per me ha perso rilevanza. Non ci penso più: lavoro in digitale. Non ricordo l'ultima volta che ho usato la pellicola, per la quale ho un grande rispetto. Semplicemente non è più ciò che mi interessa. Mi interessa guardare il soggetto e chiedermi: di che cosa parla questa immagine? Come sto comunicando con il mio soggetto e come il soggetto comunica con me? Questo è l'aspetto essenziale del rapporto fotografico con chi hai davanti, e non cambia mai. Non è cambiato nel 1972 e non è cambiato nel 2026.
Pensa che i ritratti di gruppo abbiano ancora lo stesso peso culturale in un'epoca dominata da selfie e personal branding?
Se sono fatti bene, sì. Con tutti i selfie che circolano, il nostro sguardo si è molto assuefatto. Ma se vede qualcosa che “parla”, se vede 500 persone in una stanza e riesce a distinguere tutte e 500 – non per nome, ma per caratteristiche: “quel tizio ha i capelli scuri, lei è bionda, lei è seduta” e così via – allora quei ritratti diventano mappe stradali verso un luogo di cui nessuno di noi sa esattamente dove sia. È come guardare una carta e dire: “Ora vedo che questa cittadina è a soli 5 miglia da quella città, pensavo fosse più lontana”. Questo è un ritratto di gruppo: una mappa dell'umanità.
Guardandolo, ci si accorge di come una persona si relaziona a quella accanto e poi alla persona che è quattro posti più in là. Si stanno guardando? Vorrebbero stare vicini? È una miniera d'oro. Ed è lì che la conversazione comincia davvero.
In definitiva, quale messaggio o domanda vorrebbe che il suo lavoro lasciasse oggi a chi lo guarda?
Il mio lavoro è in parte sociologico e in parte estetico. Non saprei dire quale messaggio vorrei che lasciasse, perché non ne ho il controllo. Se potessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe che le persone capissero che siamo tutti umani e che ci relazioniamo gli uni agli altri; è per questo che restiamo in gruppo. E, se posso azzardare una previsione, se il pianeta sopravviverà, sopravviveranno anche i gruppi. In un modo o nell'altro, non ci abbandoneremo mai.
«When Two or More Are Gathered Together» di Neal Slavin è già disponibile presso Damiani Books.
Photography and Belonging (fonte in inglese)(fonte in inglese)target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%253A%252F%252Fwww.kunstpalast.de%252Fen%252Fevent%252Fcommunity-photography-and-community%252F&data=05%257C02%257Ctokunbo.salako%2540euronews.com%257C658291a91ff44c2a81a708de6353a2db%257Ce59fa28a32ed49aca5a09c46118cfecf%257C0%257C0%257C639057408405220768%257CUnknown%257CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%253D%253D%257C0%257C%257C%257C&sdata=8TkCU37k2kvPXysN0YM4PVAL3W8diKWP8C14Oh9XJvY%253D&reserved=0" tooltip="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%253A%252F%252Fwww.kunstpalast.de%252Fen%252Fevent%252Fcommunity-photography-and-community%252F&data=05%257C02%257Ctokunbo.salako%2540euronews.com%257C658291a91ff44c2a81a708de6353a2db%257Ce59fa28a32ed49aca5a09c46118cfecf%257C0%257C0%257C639057408405220768%257CUnknown%257CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%253D%253D%257C0%257C%257C%257C&sdata=8TkCU37k2kvPXysN0YM4PVAL3W8diKWP8C14Oh9XJvY%253D&reserved=0"> è in programma al Kunstpalast di Düsseldorf, in Germania, fino al 25 maggio 2026.