Arabia Saudita, Biennale di Diriyah: i direttori artistici raccontano come le antiche rotte beduine hanno ispirato una nuova visione radicale
Nel sito storico di Diriyah, a nord-ovest di Riad, dove le rovine dichiarate patrimonio dell’UNESCO segnano il luogo di nascita del Primo Stato saudita, oltre 65 artisti provenienti da 37 Paesi si sono riuniti per quello che è diventato l’evento di arte contemporanea più ambizioso dell’Arabia Saudita.
La Diriyah Contemporary Art Biennale 2026 prende il titolo da un’espressione colloquiale araba che evoca i cicli della vita nomade: In Interludes and Transitions. L’espressione richiama i ritmi delle comunità beduine che si spostano tra gli accampamenti e attraversano la penisola arabica, in uno stato di continuo mutamento che tuttavia preserva legami e continuità.
Non è però una mostra sulla nostalgia o sulla conservazione del patrimonio. Sotto la guida delle direttrici artistiche Nora Razian, vicedirettrice e responsabile mostre e programmi di Art Jameel, e Sabih Ahmed, curatore e teorico della cultura nonché consulente progetti della Ishara Art Foundation di Dubai, la biennale reimmagina il mondo come una serie di processioni: movimenti che intrecciano gli esseri umani con le correnti planetarie, spirituali e tecnologiche.
Sono oltre 22 le nuove commissioni presentate nel JAX District, un nascente quartiere creativo vicino al sito UNESCO storico di At-Turaif.
Allestita in ex magazzini riqualificati, con una scenografia firmata dallo studio di design italiano Formafantasma, la mostra abbandona il consueto approccio cartografico per quella che i direttori definiscono una "metodologia sonora", basata su echi, riverberi e flussi ritmici.
Abbiamo parlato con Razian e Ahmed di come la poesia araba abbia plasmato la loro visione curatoriale, della politica dei movimenti in un’epoca di immobilità forzata e del perché lanciare la scena dell’arte contemporanea saudita con una biennale, e non con una fiera, rappresenti una scelta radicalmente diversa.
Il titolo della biennale, In Interludes and Transitions, rimanda ai viaggi nomadi nella penisola arabica. Come sono diventate così centrali le processioni?
Nora Razian: Fin dall'inizio abbiamo riflettuto sulle storie orali, sulla lingua, sulla poesia e su come siano un modo condiviso di raccontare e registrare la storia in questa regione. Di fatto, la poesia araba nasce qui. E uno dei metri centrali della poesia araba è nato dal ritmo del muoversi nel deserto: un ritmo preciso, sincronizzato ai passi degli animali. Questi lunghi viaggi, queste processioni, hanno generato una forma culturale. Direi che è qualcosa di profondamente radicato in questo luogo, come in molti altri. Da qui è nata l'idea. E poi, le processioni possono essere gioiose e celebrative, ma anche commemorative. Volevamo evocare l’idea di un ritrovarsi delle persone e di una continuità che si costruisce all’interno di questi flussi.
Sabih Ahmed: Una parte importante delle nostre prime conversazioni riguardava l'idea di trasmissione: trasmissione di storie tramite i corpi, trasmissione di memorie, di merci e beni, cioè le diverse tecnologie della trasmissione. Questa idea di trasmissione poi si è incarnata nelle processioni. All'inizio osservavamo come le cose si trasmettono nel mondo, poi abbiamo capito che i trasmettitori siamo noi. E se i trasmettitori siamo noi, significa anche che tutto si trova in uno stato di "processione".
In che modo tutto questo si traduce nell'esperienza dei visitatori?
SA: Volevamo restituire l'idea di una scenografia quasi sospesa. Gli spazi erano piuttosto impegnativi. Sono magazzini molto grandi. Ci siamo chiesti come suddividerli mantenendo però un flusso, una continuità e un dialogo tra le opere. Non volevamo però un'architettura espositiva pesante. Volevamo che tutto risultasse leggero. Ne nasce un'estetica della fragilità che attraversa l'intera mostra, perché ogni opera è un assemblaggio di molti elementi, sia metaforicamente sia materialmente.
NR: Una delle cose che ho introdotto fin dall’inizio, quando parlavamo di trasmissione, è stato guardare al sonoro come metodologia. E qui "sonoro" non significa semplicemente il suono come medium, ma rimanda a echi e riverberi. Questo ti porta fuori dal solito approccio "archeologico", che di solito implica scavare in profondità, consultare archivi e documenti. Questa metodologia viene applicata a livello curatoriale in tutta la biennale. L'intera biennale è affrontata non in modo archeologico, né cartografico, ma sonoro.
Alla biennale partecipano artisti provenienti da oltre 30 Paesi. Come avete affrontato il rapporto tra rappresentanza e coerenza curatoriale?
NR: Non credo che pensassimo alla rappresentanza in quanto tale, ma a partire da qui. Non a come appare questo luogo dall'esterno, ma a come si pensa verso l'esterno da qui. Ci chiedevamo: con chi siamo in relazione e quali storie passano da qui?
SA: Sì, è questo che facciamo, invece di cercare di rappresentare il mondo in qualche modo. Negli ultimi decenni molte biennali si sono concentrate sul rapporto tra locale e globale. Per noi, almeno, quella fase è superata. Non si tratta più di globalizzazione e di quanto le persone siano connesse a livello globale attraverso informazioni, catene di approvvigionamento o modelli economici. Il mondo è piuttosto un insieme molto più precario di relazioni, legate per esempio all'ecologia, alle affinità e alle solidarietà nate da esperienze condivise, anche tra persone che non si sono mai incontrate, in momenti di vulnerabilità e fragilità. Il COVID ne è la prova.
C'è un filosofo che ha ispirato parte del nostro pensiero, Thomas Nail, che lo ha formulato molto bene. Tutto il suo lavoro ruota attorno a ciò che definisce "kinopolitics", una politica del movimento, una filosofia del movimento come punto di partenza, invece di considerare le cose ferme che poi iniziano a muoversi. Subito dopo il COVID ha osservato quanto sforzo sia necessario per tenere il mondo bloccato e immobile. Si tratta dunque di una consapevolezza del mondo – e parlo di "mondo", non di "globo" o "mappa del mondo", perché ciò che emerge è un mondo di relazioni, non solo una connettività globale di geografie, luoghi e risorse. Ed è qualcosa che opera su livelli che vanno oltre la mappa.
Che ruolo attribuite alla biennale nel panorama culturale saudita, in rapida trasformazione?
NR: A livello locale è la più grande piattaforma dedicata all'arte contemporanea. È quella che attira il maggior numero di visitatori, essendo una piattaforma finanziata con fondi pubblici in un Paese che sta ancora costruendo questi spazi e infrastrutture. È quindi il luogo in cui una parte importante del pubblico entra in contatto con ciò che significa, in concreto, visitare uno spazio di arte contemporanea.
SA: Nora ha ragione a insistere sulla parola "pubblico", perché il linguaggio delle mostre ha spesso trasformato il pubblico in "audience". Il pubblico, invece, è sempre uno spazio generativo, in continuo movimento. Chi sono i "noi" del pubblico? È una domanda aperta, non risolta, perché arrivano nuove generazioni, con le loro priorità. Le norme sociali cambiano grazie all'esposizione a nuove esperienze. Fare una biennale nella regione e in Arabia Saudita significa anche partecipare al dialogo su ciò che è significativo per i diversi pubblici che compongono questo luogo.
La biennale insiste sull'immaginazione collettiva e sulla resilienza. Che ruolo può avere un evento come questo in un momento di incertezza globale?
NR: Siamo bombardati da notizie terribili e da immagini di un mondo al quale non tutti si riconoscono. Per questo è fondamentale che le persone incontrino altri tipi di racconti, altre storie da cui poter imparare. Che sentano un senso di connessione, che magari traggano energia da storie di resilienza e continuità e vedano rappresentazioni diverse di un mondo che potrebbe essere altrimenti.
SA: È interessante che il primo grande evento di arte contemporanea in Arabia Saudita sia una biennale. Si sarebbe potuto iniziare altrove: con fiere d'arte o case d'asta. Il fatto di partire da una biennale ci ha dato, in un certo senso, ancora più coraggio. Immaginiamo l'effetto sulla prossima generazione di artisti: nella loro mappa mentale ci sono le opere che leggono e con cui dialogano in una biennale, non negli stand di una fiera. Questo apre un percorso e un dialogo con il campo dell’arte contemporanea e con i propri pari nel mondo in modo completamente diverso.
E possiamo vedere un impatto analogo, per esempio, nella Sharjah Biennale negli Emirati Arabi Uniti. A mio avviso è una delle migliori biennali al mondo, per il modo in cui colloca le storie provenienti dall'Africa o dal Sud globale. È stata fondamentale per molte delle nostre pratiche. Penso anche che il cinismo che circonda le biennali in Occidente a volte sia fuorviante: forse dipende dal fatto che si sta perdendo il controllo del racconto, perché le biennali più interessanti si svolgono in Asia. Stiamo contribuendo a quella infrastruttura in cui la biennale non è solo una mostra, ma una piattaforma discorsiva.
La Diriyah Contemporary Art Biennale 2026 è aperta fino al 2 maggio nel JAX District, a Diriyah, in Arabia Saudita.