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Guerra con l'Iran, effetti sull'Europa: la recessione è già iniziata?

Pompa petrolifera al sorgere del sole
Pompa petrolifera al sole Diritti d'autore  Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
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Di Piero Cingari
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Ad aprile il settore privato dell’area euro è tornato in contrazione, ai minimi da quasi un anno e mezzo, mentre la guerra in Iran ha frenato i servizi e spinto l’inflazione.

La guerra in Medio Oriente, che coinvolge l'Iran, ha ottenuto ciò che nessuna disputa commerciale, minaccia di dazi o crisi industriale degli ultimi due anni era riuscita a provocare.

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Secondo le indagini flash sull'indice dei direttori degli acquisti (PMI) pubblicate giovedì da S&P Global, ad aprile l'attività economica nell'area euro è calata bruscamente.

Il settore dei servizi, considerato il motore della ripresa del blocco nel 2025, ha registrato il valore più basso dai lockdown per la pandemia all'inizio del 2021.

I costi dei fattori di produzione sono balzati ai massimi da oltre tre anni. La fiducia delle imprese è scesa al livello più basso dalla fine del 2022.

Livello più debole da oltre un anno

Il PMI composito flash dell'area euro è sceso ad aprile a 48,6 da 50,7 a marzo, ben al di sotto della soglia 50 che separa crescita e contrazione. È il livello più debole da circa un anno e mezzo.

Il PMI dei servizi è sceso a 47,4 da 50,2, di fatto il valore più basso dai lockdown di inizio 2021.

"L'area euro si trova ad affrontare difficoltà economiche crescenti a causa della guerra in Medio Oriente. Il conflitto ha portato l'economia in declino ad aprile e ha spinto l'inflazione nettamente al rialzo", ha dichiarato Chris Williamson, chief business economist di S&P Global Market Intelligence.

La manifattura, paradossalmente, si è mossa nella direzione opposta.

Il PMI manifatturiero è salito a 52,2 da 51,6, il massimo da quasi quattro anni, mentre l'indice della produzione manifatturiera ha toccato il livello più alto degli ultimi otto mesi.

Ma questo miglioramento è fuorviante. Le imprese del blocco stanno ordinando input in anticipo rispetto a carenze attese e a ulteriori aumenti dei prezzi, facendo salire i dati sulla produzione in un modo che riflette scorte difensive più che una ripresa della domanda.

I tempi di consegna dei fornitori nel settore manifatturiero dell'area euro si sono allungati al massimo dal luglio 2022, una conseguenza diretta delle interruzioni delle catene di approvvigionamento legate alla guerra in Medio Oriente.

"L'indice PMI flash di aprile è passato in territorio di contrazione per la prima volta dalla fine del 2024, segnalando un calo trimestrale del PIL dello 0,1% dopo che per il primo trimestre era stato indicato un aumento dello 0,2%", ha aggiunto Williamson.

È sul fronte dei costi che il segnale di stagflazione diventa inequivocabile.

I costi degli input sono aumentati al ritmo più rapido dalla fine del 2022, mentre i prezzi alla produzione hanno toccato un picco che non si vedeva da poco più di tre anni.

Tutte le principali economie hanno registrato sorprese negative a livello composito.

In Germania si è verificata la prima contrazione dell'attività da quasi un anno, mentre in Francia il rallentamento si è approfondito fino al livello più debole da oltre un anno.

"La ripresa dell'economia tedesca è stata bloccata sul nascere dalla guerra in Medio Oriente", ha dichiarato Phil Smith, economics associate director a S&P Global Market Intelligence.

Nella manifattura tedesca, l'inflazione dei prezzi degli input ha raggiunto il massimo degli ultimi tre anni e mezzo. In Francia ha toccato il massimo da tre anni.

"L'economia dei servizi [francese] si è deteriorata a causa di una minore disponibilità a spendere – una conseguenza tipica dell'incertezza – trascinando verso il basso i livelli complessivi di attività", ha affermato Joe Hayes, principal economist di S&P Global Market Intelligence.

L'FMI taglia tutte le principali previsioni europee

L'area euro ha subito il più forte declassamento delle prospettive di crescita tra le grandi economie avanzate nell'edizione di aprile 2026 del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale.

I tecnici del FMI si aspettano ora che la crescita dell'area euro rallenti dall'1,4% nel 2025 all'1,1% nel 2026 e all'1,2% nel 2027.

Le previsioni per il 2026 e il 2027 sono state entrambe riviste al ribasso di 0,2 punti percentuali rispetto all'aggiornamento di gennaio 2026.

La Germania ha incassato il colpo più duro, con le stime di crescita per il 2026 e il 2027 tagliate entrambe di 0,3 punti percentuali.

L'Italia è rimasta inchiodata a una crescita annua dello 0,5% in entrambi gli anni, già la base più debole dell'intera area euro.

Per la Spagna si prevede un rallentamento dal 2,8% nel 2025 all'1,8% nel 2027. La Francia resta ferma allo 0,9% su base annua, ma perde 0,3 punti sul profilo trimestre su trimestre (quarto trimestre su quarto trimestre) che misura la dinamica di fine anno.

Il FMI attribuisce la revisione all'effetto di una crescita migliore del previsto alla fine del 2025, seguita nel tempo dall'impatto negativo del conflitto in Medio Oriente.

Il tutto, ha osservato, si somma agli effetti persistenti dell'aumento dei prezzi dell'energia dalla guerra della Russia in Ucraina, che pesa sulla manifattura, con ulteriori pressioni dovute all'apprezzamento reale dell'euro rispetto alle valute dei Paesi che esportano prodotti simili.

Il dilemma stagflazionistico della BCE torna d'attualità

I dati di aprile hanno riportato la Banca centrale europea nella stessa scomoda posizione di un mese fa, ma in forma ancora più marcata.

Gli strumenti tradizionali di politica monetaria non offrono risposte semplici.

"La BCE si trova ancora una volta nel poco invidiabile compito di decidere se aumentare i tassi di interesse di fronte a un quadro dell'inflazione preoccupante, o se questo picco dei prezzi si rivelerà temporaneo e l'attenzione dovrà invece concentrarsi sulla necessità di evitare che l'economia scivoli in una recessione più profonda", ha affermato Chris Williamson.

Secondo i mercati previsionali, la probabilità di un rialzo dei tassi da parte della BCE nel 2026 è oggi intorno al 72%, in forte aumento rispetto alle basse percentuali a due cifre registrate prima della chiusura dello stretto di Hormuz.

Goldman Sachs: questo shock non è il 2022

L'economista di Goldman Sachs Niklas Garnadt sostiene questa settimana che l'attuale shock legato allo stretto di Hormuz è diverso dalla crisi energetica europea del 2022-2023 sotto tre profili.

Primo: il movimento dei prezzi è più contenuto e meno persistente. Goldman prevede ora un Brent in media a 83 dollari al barile nel 2026, contro i 64 dollari stimati prima del conflitto, e il gas europeo TTF a 44 euro per megawattora contro 34 euro, pari a un aumento annuo tra il 20% e il 30%.

Per confronto, nel 2022 il Brent è stato in media a 99 dollari (più 40%) e il TTF ha raggiunto i 133 euro (più 180%).

Secondo: questa crisi è trainata dal petrolio, non dal gas. I mercati del petrolio sono globali, quindi i danni sono meno concentrati su settori ad alta intensità energetica come chimica e metalli di base e più diffusi nei comparti orientati all'export, come auto, macchinari e apparecchiature elettriche.

Terzo: questa volta l'Asia non è isolata. Secondo le rilevazioni di Goldman, i prezzi petrolchimici cinesi sono saliti insieme a quelli europei. Nel 2022, invece, i prezzi dell'energia in Europa erano circa raddoppiati mentre quelli cinesi si muovevano appena, provocando un crollo dell'export netto europeo. Quel divario di competitività oggi è più ridotto.

Secondo la banca, lo shock attuale ridurrà la produzione industriale dell'area euro di quasi il 2% entro la fine del 2027, circa la metà del freno del 4% registrato nel 2022-2023.

A Bruxelles una leva inutilizzata da 80 miliardi

Se la BCE ha le mani legate, Bruxelles dispone di uno strumento ancora inutilizzato.

L'economista di Goldman Sachs Filippo Taddei stima che circa 80 miliardi di euro del Fondo per la ripresa europeo difficilmente verranno erogati entro la scadenza di fine anno del programma.

Queste risorse potrebbero essere riallocate. Esiste un precedente: nel 2022 l'UE ha creato REPowerEU modificando il regolamento del Fondo per la ripresa, una modifica approvata a maggioranza qualificata.

Taddei sostiene che lo stesso meccanismo potrebbe ora finanziare la modernizzazione delle reti: reindirizzare quei fondi, scrive, "migliorerebbe la rete elettrica europea, che resta la più vecchia tra le grandi aree economiche".

In sintesi: una recessione si sta formando sotto gli occhi dell'Europa?

I dati PMI di aprile non descrivono ancora una vera e propria recessione.

Una contrazione trimestrale dello 0,1% è un inciampo, non un crollo, e il FMI prevede ancora una crescita dell'1,1% per il 2026.

Ma la direzione di marcia, la velocità del peggioramento e lo sfondo di inflazione compongono un quadro che i responsabili politici europei pensavano di essersi lasciati alle spalle.

Ciò che è cambiato da marzo è che i dati d'indagine non descrivono più uno scenario di rischio. Descrivono quello attuale.

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