Seguiteci
Pubblicità

Colombo, Trump e il voto italoamericano: cosa ci si gioca davvero nelle midterm Usa

Uno scorcio di Little Italy a New York
Uno scorcio di Little Italy a New York -  Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Stefania De Michele
Pubblicato il
Condividi Commenti Segui Euronews su Google
Condividi Close Button

Dalla parata di New York al costo della vita, cosa può rivelare il voto italoamericano sulle midterm Usa e sui rapporti tra Washington e Roma

Cristoforo Colombo alla Casa Bianca, una statua dell'esploratore genovese riportata in primo piano da Donald Trump e, a New York, una parata del Columbus Day segnata dalle polemiche per l'assenza del sindaco Zohran Mamdani. Alla vigilia delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, l'identità italoamericana è tornata a essere terreno di confronto politico negli Stati Uniti. Ma quanto può davvero pesare il richiamo alle origini italiane quando gli elettori sono chiamati a giudicare il presidente e il suo partito?

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ

La risposta, secondo Gregory Alegi, storico e docente di Storia e politica degli Stati Uniti alla Luiss di Roma, è che il fattore etnico non basta a spiegare il comportamento elettorale degli italoamericani. "Sono in tutto e per tutto americani", osserva, e votano soprattutto sulla base delle condizioni economiche, della sicurezza e delle questioni che riguardano direttamente la loro vita quotidiana.

È un punto importante anche per leggere il tentativo di Trump di valorizzare simboli legati all'immigrazione italiana. Il richiamo si inserisce anche nella strategia culturale di Trump, che li rilancia in chiave anti-woke e contro quella che il presidente Usa considera una riscrittura ideologica della storia americana. Se per molti italoamericani Colombo è infatti un simbolo di orgoglio e riconoscimento, i critici ne sottolineano il ruolo nella colonizzazione e nelle violenze contro le popolazioni indigene.

Il voto degli italoamericani pesa dove c'è competizione

Le polemiche sono tornate al centro dell'attenzione il 12 ottobre, quando Mamdani ha disertato la tradizionale parata sulla Fifth Avenue. La decisione ha suscitato critiche da parte di esponenti della comunità italoamericana, che l'hanno interpretata come una mancanza di rispetto per la propria eredità culturale. Il sindaco ha invece richiamato la figura di Vito Marcantonio, deputato di origini italiane noto per le battaglie a favore dei lavoratori e dei diritti civili.

La contrapposizione mette in luce due modi diversi di interpretare il patrimonio italiano negli Stati Uniti. Ma non significa che tutti gli elettori di origine italiana si riconoscano nella stessa posizione, né che le controversie culturali determinino automaticamente le loro scelte alle urne.

"Trump ha sempre guardato agli americani bianchi - osserva Alegi - Nella sua lettura, gli italoamericani non sono stati collocati stabilmente né tra i gruppi privilegiati evocati dalla retorica presidenziale né tra quelli presi direttamente di mira dalle sue dichiarazioni. Per questo - aggiunge - è probabile che anche il loro voto risponda soprattutto ai fattori politici ed economici generali".

La comunità è numerosa: secondo i dati dell'American Community Survey del Census Bureau relativi al 2024, circa 16,3 milioni di persone negli Stati Uniti dichiarano origini italiane. New York è lo Stato con il numero più alto, seguito da Pennsylvania, California, Florida e New Jersey. Ma la distribuzione geografica conta quanto le dimensioni della comunità: il voto degli italoamericani può avere un peso decisivo negli Stati in cui democratici e repubblicani sono in competizione serrata, mentre difficilmente cambia gli equilibri nelle roccaforti di uno dei due partiti.

In generale, un sondaggio nazionale condotto nell'ottobre 2023 su 544 elettori registrati di origine italiana dall'istituto SocialSphere per l'Italian American Policy Center rilevava una maggiore presenza repubblicana: il 41 per cento si identificava con il Partito repubblicano, il 30 per cento con quello democratico e il 27 per cento con gli indipendenti.

Un voto dominato dall'America First

Il 3 novembre gli americani eleggeranno tutti i 435 membri della Camera dei rappresentanti, 35 senatori e 36 governatori, oltre a numerosi rappresentanti statali e locali. Il voto determinerà se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso o se i democratici riusciranno a conquistare una o entrambe le Camere, condizionando la capacità di Trump di portare avanti la propria agenda.

Alegi invita a non leggere la campagna soltanto attraverso il confronto tra Trump e i suoi oppositori, né a interpretarla esclusivamente dalla prospettiva europea. "Si vota per il presidente degli Stati Uniti, non per il presidente del mondo", ricorda, pur sottolineando che il resto del mondo deve poi fare i conti con le decisioni di Washington.

Noi chiediamo che il contadino dell'Ohio o quello del Montana voti pensando agli equilibri del mondo. Pensa al suo piano di benzina, pensa al lavoro del figlio
Gregory Alegi
storico e docente di Storia e politica degli Stati Uniti alla Luiss di Roma

I dati più recenti confermano il peso dell'economia. In un sondaggio del Pew Research Center condotto tra il 28 settembre e il 4 ottobre, l'84 per cento degli elettori registrati ha indicato l'economia come un tema molto importante per la propria scelta. Seguono il futuro della democrazia, al 73 per cento, e la sanità, al 68 per cento. Immigrazione e criminalità mostrano invece differenze più marcate tra elettori repubblicani e democratici.

Il costo della vita, i prezzi dei carburanti, la sanità e l'immigrazione sono dunque al centro della campagna. E il voto può diventare un giudizio sull'operato del presidente anche se Trump non è candidato: le elezioni di metà mandato rinnovano il Congresso a metà del quadriennio presidenziale e offrono agli elettori l'occasione di confermare o contestare la direzione politica della Casa Bianca.

Il vero test è anche per il 2028

Per Alegi, tuttavia, le elezioni non serviranno soltanto a misurare il consenso verso Trump o a ridefinire gli equilibri del Congresso. Potranno contribuire a chiarire quale direzione prenderanno entrambi i partiti in vista delle presidenziali del 2028.

"Può essere visto come un mega-sondaggio che aiuta i partiti americani a chiarirsi le idee per il 2028" spiega Alegi. Da un lato, il Partito repubblicano dovrà capire se mantenere la propria identità attorno a Trump; dall'altro, i democratici dovranno confrontarsi sulla possibilità di puntare su una linea moderata e centrista, capace di parlare anche agli elettori repubblicani più moderati, oppure su una piattaforma più progressista.

Un altro indicatore da seguire è quello delle elezioni statali. In Europa l'attenzione si concentra spesso sulla presidenza e sul Congresso, ma negli Stati Uniti i governatori esercitano poteri rilevanti e le amministrazioni locali incidono su questioni concrete come istruzione, sicurezza e politiche sociali. I risultati di queste consultazioni possono quindi offrire indicazioni sulla direzione politica del Paese in vista del 2028.

Cosa significherebbe per l'Italia un cambio di rotta?

Per Roma, un eventuale cambiamento degli equilibri a Washington non significherebbe una rottura del rapporto bilaterale. "L'Italia continua, a prescindere dai suoi governi, ad avere un rapporto stretto e privilegiato con Washington", osserva Alegi. Nella sua lettura, le relazioni tra i due Paesi hanno attraversato governi di orientamenti diversi senza che venisse meno la centralità del legame con gli Stati Uniti, che risponde a interessi strategici, economici e diplomatici che vanno oltre le simpatie personali tra i leader.

Uno scenario diverso potrebbe emergere se il Congresso diventasse un terreno di scontro permanente con la Casa Bianca, rallentando le decisioni americane.

Il quadro peggiore è che gli Stati Uniti si paralizzano con uno scontro, ad esempio, sul bilancio che possa sfociare in un lungo shutdown, con conseguenze anche sulle attività internazionali di Washington
Gregory Alegi
storico e docente di Storia e politica degli Stati Uniti alla Luiss di Roma

Una paralisi americana potrebbe tradursi in una minore capacità di coordinamento con gli alleati europei perché una Washington incapace di decidere renderebbe più difficile la gestione delle crisi internazionali.

"Di fronte agli Stati Uniti disfunzionali, l'Europa dovrebbe finalmente prendersi qualche responsabilità", avverte Alegi. È forse questo il punto più rilevante per il pubblico italiano: al di là della contesa sui simboli e del peso elettorale della comunità italoamericana, le elezioni di metà mandato possono diventare un test sulla capacità degli Stati Uniti di continuare a esercitare il proprio ruolo internazionale e sulla disponibilità dell'Europa a fare di più se Washington dovesse concentrarsi sempre più sui propri conflitti interni.

Vai alle scorciatoie di accessibilità
Condividi Commenti Segui Euronews su Google

Notizie correlate

Prevost ha votato per le elezioni USA di metà mandato, è la prima volta di un Papa in carica

Voto midterm USA: Claude aggira paywall e accede ai dati elettorali in Georgia

Trump rinvia tassa sul diesel per autotrasportatori con il caro carburante prima delle midterm Usa