Così la sentenza della prima Corte d'Assise di Roma nel processo per il sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni. Assolto il quarto agente del Cairo imputato
Condannati a dieci anni tre degli 007 egiziani. È quanto deciso dalla sentenza della prima Corte d'Assise di Roma nel processo per il sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni. La presidente della Corte, Paola Roja, ha indicato le 18 come orario previsto per la lettura della decisione, dopo quasi 8 ore di camera di consiglio.
Quattro gli imputati, tutti appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani: Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. Il processo si è svolto in contumacia, senza la presenza degli accusati, che risultano irreperibili.
La Procura di Roma aveva chiesto l'ergastolo per Sharif, ritenuto l'uomo che avrebbe materialmente ucciso Regeni, e 17 anni e sei mesi di reclusione per gli altri tre. La Presidenza del Consiglio, costituita parte civile attraverso l'Avvocatura dello Stato, aveva inoltre chiesto un risarcimento di due milioni di euro.
Il generale dei servizi segreti egiziani, Tareq Sabyr, è stato assolto dai giudici del tribunale di Roma. Mentre i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim hanno avuto 10 anni; stessa pena per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
La sentenza di primo grado del processo per l'omicidio di Giulio Regeni è inappellabile e subito esecutiva, perché i quattro imputati sono stati processati in assenza. In base a quanto stabilito dal codice di procedura penale e dalle modifiche introdotte dalla riforma Cartabia, un imputato quando è contumace non può sollecitare il ricorso in appello. E tutti gli accusati in relazione alla morte di Regeni non sono mai stati presenti nelle aule del tribunale di Roma.
L'unico caso in cui il giudizio potrebbe essere riaperto, possibilità di riaprire il giudizio è che uno degli imputati venga arrestato o si presenti volontariamente. Solo in questo caso avrebbe diritto a un nuovo processo.
Giulio Regeni, dal sequestro al ritrovamento del corpo
Giulio Regeni, ricercatore friulano e dottorando all'Università di Cambridge, si trovava al Cairo dal settembre 2015. Studiava le trasformazioni del mondo del lavoro in Egitto e i sindacati indipendenti egiziani.
Il 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana, si persero le sue tracce al Cairo. Il suo corpo venne ritrovato il 3 febbraio lungo la strada tra il Cairo e Alessandria, con evidenti segni di torture e violenze. Aveva 28 anni.
La morte di Regeni aprì immediatamente un caso giudiziario e diplomatico tra Italia ed Egitto. Le indagini italiane si concentrarono progressivamente sul possibile coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani, mentre dal Cairo arrivarono nel tempo diverse ricostruzioni sull'accaduto, successivamente contestate dagli investigatori italiani.
Le accuse della Procura: una responsabilità degli apparati di sicurezza
Nel corso della requisitoria del 23 giugno, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sostenuto che l'impianto accusatorio fosse fondato su una pluralità di elementi: documenti, testimonianze, accertamenti tecnico-scientifici, riscontri esterni e convergenze indipendenti.
Secondo la Procura, Regeni sarebbe stato sequestrato perché gli apparati di sicurezza egiziani lo avrebbero erroneamente considerato coinvolto in attività di intelligence ostile. Le torture sarebbero state utilizzate per ottenere informazioni che, secondo l'accusa, il ricercatore non era comunque in grado di fornire.
Per Colaiocco, le modalità e la durata delle violenze dimostrerebbero una dinamica persecutoria e una responsabilità articolata tra più persone, con ruoli differenti. L'accusa sostiene inoltre che le autorità egiziane abbiano ostacolato la ricerca della verità attraverso omissioni, versioni ritenute infondate e mancata trasmissione di documenti.
I quattro imputati e le richieste di condanna
La Procura considera Magdi Ibrahim Abdelal Sharif l'uomo che ha materialmente provocato la morte di Regeni e per questo aveva chiesto nei suoi confronti la pena dell'ergastolo.
Per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr erano stati invece chiesti 17 anni e sei mesi di carcere. I quattro sono accusati di aver avuto ruoli nel sequestro e nelle successive violenze ai danni del ricercatore.
La difesa: "Nessun coinvolgimento della National Security"
Le difese dei quattro imputati avevano contestato la ricostruzione della Procura.
Secondo la tesi sostenuta in aula, Regeni non sarebbe stato sequestrato da appartenenti alla National Security egiziana. I difensori hanno sostenuto che non vi sarebbe stato un interesse del presidente Abdel Fattah al-Sisi a compromettere i rapporti con l'Italia e hanno indicato invece la possibile responsabilità di gruppi terroristici attivi in Egitto in quegli anni.
Una ricostruzione che si contrappone a quella degli investigatori italiani, secondo i quali le verifiche condotte nel corso degli anni hanno progressivamente indirizzato l'inchiesta verso esponenti degli apparati di sicurezza egiziani.
I depistaggi e la difficile cooperazione tra Italia ed Egitto
Uno dei capitoli centrali dell'inchiesta è stato il rapporto tra magistrati italiani ed egiziani. Nelle prime fasi delle indagini gli investigatori italiani arrivati al Cairo operarono senza poteri effettivi di iniziativa e la collaborazione investigativa si interruppe nel marzo 2016.
Poco dopo, le autorità egiziane comunicarono di aver individuato e ucciso cinque persone ritenute responsabili del sequestro e dell'omicidio. Secondo la versione del Cairo, si trattava di componenti di una banda criminale dedita a rapine e truffe ai danni di stranieri.
La Procura di Roma contestò quella ricostruzione. Tra gli elementi considerati dagli investigatori vi fu anche la localizzazione di un'utenza telefonica attribuita al presunto capo della banda, risultata attiva a circa cento chilometri dal Cairo la sera della scomparsa di Regeni.
Negli anni successivi, secondo la ricostruzione dell'accusa, molte richieste italiane di cooperazione giudiziaria sono rimaste senza risposta. Su 64 richieste avanzate dall'Italia, 25 avrebbero ricevuto riscontro, mentre 39 sarebbero rimaste inevase. Tra i materiali non trasmessi figurano, secondo la Procura, dati sul traffico delle celle telefoniche, documentazione della National Security sul monitoraggio di Regeni, registri di servizio e altri atti relativi al fascicolo aperto sul ricercatore.
Dal rinvio a giudizio alla Corte costituzionale
Il 4 dicembre 2018 la Procura di Roma iscrisse nel registro degli indagati cinque esponenti dei servizi di sicurezza e della polizia investigativa egiziana. Successivamente l'inchiesta si concentrò sui quattro imputati oggi a processo.
Il 25 maggio 2021 il gup dispose il rinvio a giudizio. Il procedimento venne però messo in discussione dalla difficoltà di notificare agli imputati gli atti necessari a garantire il diritto di difesa.
Il nodo arrivò davanti alla Corte costituzionale. Nel settembre 2023 la Consulta stabilì che il processo poteva procedere anche in assenza degli imputati, in presenza delle condizioni previste dalla legge, evitando che la mancata cooperazione delle autorità egiziane impedisse di celebrare il procedimento.
Il dibattimento ha poi attraversato ulteriori ostacoli. Dopo 28 udienze e l'esame di 38 testimoni, il procedimento è stato sospeso per una nuova questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa. La Consulta è intervenuta nuovamente nel gennaio 2026, consentendo la ripresa del processo.
Dieci anni di attesa per una prima decisione, le reazioni
Dal 25 gennaio 2016 sono trascorsi più di dieci anni. La sentenza di oggi rappresenta il primo pronunciamento nel merito di una Corte italiana sulle responsabilità dei quattro imputati indicati dalla Procura nell'inchiesta sulla morte di Regeni.
All'esterno del tribunale di piazzale Clodio si è tenuto un presidio. In aula i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme alla sorella e all'avvocata Alessandra Ballerini.
Prima di entrare in tribunale, Ballerini ha definito il percorso giudiziario una lunga battaglia e ha sottolineato che l'arrivo alla sentenza costituisce già un risultato per la famiglia. "Non ci accontentiamo", ha detto la legale, ribadendo l'obiettivo di ottenere verità e giustizia.
Sul caso è intervenuto anche Patrick Zaki, attivista egiziano, ex studente dell'Università di Bologna, che ha vissuto in prima persona la detenzione in Egitto. "Ci sono migliaia di persone in attesa di giustizia, ma credo che esista un solo caso Regeni e che rimarrà sempre unico", ha detto. Secondo Zaki, in Egitto ci sono "migliaia di prigionieri di coscienza la cui sorte è diversa da quella di Regeni, poiché nessuno sa della loro esistenza". A suo giudizio, la situazione dei diritti umani nel Paese è ulteriormente peggiorata negli ultimi anni, mentre le pressioni internazionali sulla questione dei prigionieri di coscienza si sarebbero ridotte.
Anche Sayed Nasr, ricercatore egiziano residente in Italia e direttore dell'associazione EgyptWide for Human Rights, ha allargato lo sguardo alla situazione nel Paese. "Quanto accaduto a Giulio non è un'anomalia", ha detto, sostenendo che rappresenti una realtà che riguarda migliaia di egiziani e le loro famiglie. Secondo Nasr, il processo italiano costituisce un "barlume di speranza" in un Paese nel quale sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie continuano, a suo giudizio, a rappresentare un problema.