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Nostalgia della Via della Seta? Tajani a Pechino tra pragmatismo e nuovi equilibri

Il ministro degli Esteri Tajani - foto d'archivio
Il ministro degli Esteri Tajani - foto d'archivio Diritti d'autore  AP Photo
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Di Euronews
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Il ministro degli Esteri ha incontrato i colleghi cinesi al Commercio e agli Esteri. Oltre che di commercio e rapporti bilaterali, Tajani ha discusso a Pechino delle crisi in Medioriente e in Ucraina

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione in Cina fino al 18 aprile, con tappe a Pechino e Shanghai. Una visita che intreccia diplomazia, economia e gestione delle principali crisi internazionali, confermando la centralità del rapporto tra Roma e Pechino in un contesto globale sempre più complesso.

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Tajani ha avuto giovedì un incontro bilaterale con il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, per rafforzare il partenariato economico Italia-Cina. A seguire i due ministri hanno aperto a Pechino la XVI Commissione economica mista, principale strumento di cooperazione economica nell’ambito del Partenariato strategico tra i due Paesi.

A seguire i due ministri hanno presieduto il Forum imprenditoriale Italia-Cina con circa 50 qualificate imprese italiane e cinesi e firmato un Piano d’azione per l’e-commerce che prevede, fra l’altro, la promozione del Made in Italy all’interno delle grandi piattaforme cinesi di commercio elettronico.

Iran e Ucraina nell'agenda dell'Italia in Cina

Al centro della missione figurano anche i principali dossier internazionali. Sul fronte ucraino, la missione si inserisce all’indomani della visita in Cina del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Tajani sottolineerà il ruolo che Pechino può svolgere nel favorire un dialogo con Mosca e nel promuovere negoziati credibili per la cessazione del conflitto.

Nella serata locale anche il bilaterale con l'omologo Wang Yi, seguito da iniziative culturali come la mostra “Voci contemporanee su Palladio” e da momenti di networking economico, tra cui la presentazione del volo Venezia-Pechino.

"Abbiamo parlato dello Stretto di Hormuz, insistendo affinché la Cina possa svolgere un ruolo positivo nei confronti dell’Iran e poi anche della Russia", ha detto il ministro degli Esteri in un punto stampa nella capitale cinese.

Il ministro ha ribadito la preoccupazione per l’interruzione dei colloqui tra Stati Uniti e Iran e per le ricadute economiche ed energetiche del blocco dello stretto, evidenziando il ruolo cruciale della Cina nel facilitare la ripresa del dialogo e nel mediare con Teheran.

Tra i temi più sensibili, anche l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti, con possibili gravi conseguenze per l’agricoltura africana e per altre aree fragili: su questo fronte, Tajani solleciterà una collaborazione più stretta con Pechino.

Dalla Via della Seta al pragmatismo attuale

I rapporti tra Italia e Cina negli ultimi anni hanno attraversato una fase di profonda evoluzione. Nel 2019, sotto il governo Conte, l’Italia – con il sostegno dell’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio – aderì al progetto della Belt and Road Initiative (la cosiddetta Nuova Via della Seta), diventando il primo Paese del G7 a farlo. Una scelta che suscitò interesse economico ma anche forti perplessità tra gli alleati occidentali.

Negli anni successivi, tuttavia, i risultati economici dell’intesa sono apparsi inferiori alle aspettative, mentre sono cresciute le preoccupazioni legate alla sicurezza strategica e alla dipendenza da Pechino. Questo ha portato il governo italiano a riconsiderare progressivamente la propria posizione, fino alla decisione di uscire formalmente dall’accordo sulla Via della Seta nel 2023.

L’uscita non ha però segnato una rottura dei rapporti. Al contrario, l’Italia ha scelto una linea più pragmatica: mantenere e rafforzare la cooperazione economica con la Cina, ma all’interno di un quadro più bilanciato e coerente con gli impegni euro-atlantici.

In questo contesto, missioni come quella di Tajani riflettono la necessità di gestire una realtà internazionale sempre più multipolare, in cui Pechino resta un interlocutore imprescindibile sia sul piano economico sia su quello geopolitico. Oggi i rapporti Italia-Cina si fondano meno su grandi accordi simbolici e più su strumenti concreti: dialoghi economici bilaterali, cooperazione industriale, export e iniziative culturali.

Il punto di equilibrio è delicato: da un lato la volontà di non compromettere i rapporti con partner strategici come Stati Uniti e Unione europea, dall’altro la consapevolezza che senza un dialogo strutturato con la Cina è difficile affrontare dossier globali come l’Ucraina, il Medio Oriente o la sicurezza energetica.

Accordi attuali tra Italia e Cina

Dopo l’uscita dalla Belt and Road Initiative, il governo guidato da Giorgia Meloni ha ridefinito i rapporti con la Cina puntando su strumenti più concreti e meno simbolici. Il pilastro di questa nuova fase è il Piano d’azione 2024-2027, firmato durante la visita a Pechino, che rilancia il partenariato strategico bilaterale attraverso una cooperazione strutturata in ambiti come commercio, investimenti, transizione verde, innovazione tecnologica e cultura.

Accanto a questo quadro generale, sono stati sviluppati accordi economici mirati tra imprese e istituzioni nei settori della mobilità elettrica, delle energie rinnovabili e dell’automotive, con l’obiettivo di attrarre investimenti e rafforzare filiere produttive specifiche.

Parallelamente, è stata rilanciata la cooperazione scientifica e tecnologica tra i due Paesi, con programmi congiunti focalizzati su ambiti sensibili come intelligenza artificiale, agricoltura avanzata, energia sostenibile e biomedicina.

A completare il quadro, diversi memorandum settoriali su ambiente, industria e innovazione e l’aggiornamento dell’accordo contro la doppia imposizione, volto a facilitare l’accesso delle imprese ai rispettivi mercati. Ne emerge un approccio più pragmatico rispetto al passato: non più una grande adesione geopolitica, come avvenuto nel 2019 con Luigi Di Maio, ma una cooperazione modulare, selettiva e maggiormente allineata agli equilibri euro-atlantici.

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