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Perché la guerra in Medio Oriente rischia di far risorgere il carbone

Il carbone rischia di "risorgere" per colpa della guerra in Medio Oriente
Il carbone rischia di "risorgere" per colpa della guerra in Medio Oriente Diritti d'autore  Joshua A. Bickel/AP Photo
Diritti d'autore Joshua A. Bickel/AP Photo
Di Andrea Barolini
Pubblicato il
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Con i prezzi di gas e petrolio alle stelle, alcune nazioni, Italia inclusa, non escludono il ritorno alla produzione da carbone, nonostante i rischi per gli obiettivi climatici

La guerra in Medio Oriente ha provocato, come ampiamente previsto, un’impennata dei prezzi di alcune materie prime, a partire dal petrolio. Da un lato, un impatto diretto di tale dinamica è l’aumento dei costi per cittadini e imprese, constatato immediatamente alle stazioni di rifornimento, tanto da aver spinto i ministri dell’Ue a fare i conti sulle riserve di greggio. Dall’altro, c’è un’ulteriore “soluzione” che potrebbe essere prospettata: la “resurrezione” del carbone.

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Il carbone è la fonte fossile più dannosa per il clima

La fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima - e della quale, per questa ragione, da anni si sta faticosamente tentando di ridurre la produzione e il consumo - potrebbe infatti tornare in auge. Complice proprio la possibile penuria di greggio disponibile sui mercati, oltreché la dinamica dei prezzi del gas.

Il blocco dello Stretto di Hormuz non ha inciso infatti soltanto sull’andamento del barile di petrolio (alcune proiezioni indicano che il Brent potrebbe addirittura raggiungere i 150 dollari), ma anche su quello delle altre fonti di origine fossile. I futures sul gas hanno superato i 64 euro per Megawattora sui mercati europei. Al contempo, a Rotterdam, la tonnellata di carbone termico si scambia a oltre 130 dollari: un valore in crescita del 26 per cento rispetto a prima del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran, ma ancora lontano dai 400 dollari raggiunti nel 2022, all’indomani dell’avvio dell’invasione russa in Ucraina. Tanto da rendere, appunto, la fonte un’opzione valida dal punto di vista meramente economico.

Pichetto Fratin non escluse il ritorno alla produzione da carbone in Italia

Il rapporto di causa-effetto è evidente: i Paesi del Golfo, Iran incluso, producono poco carbone. Ma le prospettive di una penuria di oro nero, e il blocco di alcuni siti di produzione di gas naturale liquefatto, come nel caso di quelli di QatarEnergy, stanno convincendo una serie di nazioni a valutazioni che fino a poco tempo fa erano impossibili da immaginare. Anche nel Vecchio Continente.

In Italia, il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha spiegato a Tgcom24 a chiare lettere che anche “in un momento di difficoltà internazionale, non vorrei mai riattivare le centrali a carbone, ma so che vanno considerate come riserva, nell’interesse del nostro Paese”. Se il prezzo del gas dovessero crescere ancora di 10-15 euro, secondo il membro del governo Meloni occorrerebbe valutare tutte le opzioni possibili.

Bloomberg: produzione da carbone e lignite già più redditizia di quella da gas

Il caso italiano non è il solo. Anche ad esempio nazioni asiatiche come il Bangladesh hanno annunciato il possibile ricorso a un aumento della produzione di energia elettrica da carbone. Stessa posizione assunta dal governo di Taiwan, che ad oggi dipende per circa il 50 per cento dal gas per l’approvvigionamento energetico nazionale.

A confermare il rischio di un ricorso massiccio alla fonte fossile ci sono poi gli andamenti azionari di alcuni dei colossi del settore. Le compagnie australiane Whitehaven e New Hope hanno guadagnato il 13,8 e il 7,5 per cento dall’inizio del conflitto, secondo quanto riportato dal quotidiano economico francese Les Echos.

“L’impennata del prezzo spot del gas naturale liquefatto ha trascinato al rialzo i prezzi del carbone termico trasportato via mare, per i gradi di qualità superiore che possono sostituire il gas naturale nella produzione di energia elettrica”, ha confermato Clyde Russell, analista specializzato in commodities e energia, all’agenzia Reuters.

“Per distruggere una centrale a carbone basta un missile, per un parco eolico ne servono 40”

Secondo Bloomberg New Energy Finance, già oggi la produzione da carbone e lignite è più redditizia rispetto a quella da gas. Tanto che la stessa agenzia stima che potrebbero essere ripristinate in Europa centrali a carbone per una potenza installata pari a 22 Gigawatt: l’equivalente di una ventina di reattori nucleari.

In linea generale, le nazioni più avanzate nella transizione ecologica sono evidentemente quelle più resilienti di fronte agli scossoni internazionali sui mercati dell’energia. Ciò per ovvie ragioni di produzione locale e per via del fatto che gli impianti solari fotovoltaici ed eolici non necessitano di combustibili per funzionare. Ma le fonti rinnovabili e decentralizzate hanno anche un altro vantaggio, legato alla sicurezza.

Come dichiarato a Yale Environment 360 da Jeff Oatham, esperto della Dtek, la più grande compagnia del settore energetico dell’Ucraina, per distruggere una centrale a carbone basta “un solo missile”. Al contrario “ne servono all’incirca quaranta per provocare lo stesso danno in termini di capacità produttiva a un parco eolico”.

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