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La guerra in Medio Oriente rischia di far risorgere il carbone, mentre si accende dibattito su Ets

Il carbone rischia di "risorgere" per colpa della guerra in Medio Oriente
Il carbone rischia di "risorgere" per colpa della guerra in Medio Oriente Diritti d'autore  Joshua A. Bickel/AP Photo
Diritti d'autore Joshua A. Bickel/AP Photo
Di Andrea Barolini & Chiara Zampiva
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Con i prezzi di gas e petrolio alle stelle, alcune nazioni, Italia inclusa, non escludono il ritorno alla produzione da carbone. Continua la pressione da parte del governo italiano sulla necessità di revisionare il meccanismo Ets per affrontare la crisi energetica

La guerra in Medio Oriente ha provocato, come ampiamente previsto, un’impennata dei prezzi di alcune materie prime, a partire dal petrolio. Ciò si è tradotto in un caro energia che pesa su famiglie e imprese e ha aumentato la pressione sull'Emissions trading system (Ets), il dibattuto meccanismo di scambio di Co2 europeo per ridurre le emissioni di gas serra e promuovere la transizione energetica.

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Il meccanismo si trova ora al centro del dibattito politico e occupa una posizione cruciale nell'agenda dell'Ue a causa della crisi energetica in corso, scaturita dalla guerra fra Russia e Ucraina e aggravata dal conflitto in Medio Oriente.

Il sistema Ets, che prevede di ridurre le emissioni imponendo maggiori costi alle industrie che ne producono di più, non aveva fatto i conti con le difficoltà della situazione geopolitica attuale. Per questo motivo i governi di molti Paesi, tra cui quello italiano, stanno spingendo nel chiedere una sospensione e una revisione dell'Ets.

“Il cosiddetto Ets è un sistema che necessita di una revisione per correggere una serie di meccanismi che oggi, in un significativo numero di Stati membri, Italia inclusa, gonfiano artificialmente il prezzo dell’elettricità, con punte che, per la nostra Nazione, toccano i 30 euro per MwH, un quarto dell’intero costo dell’elettricità”, ha avvertito la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

"L'aumento del prezzo del gas rende ancor più importante trovare una modalità per sterilizzare l'effetto dell'Ets sul termoelettrico sul prezzo dell'energia elettrica", ha aggiunto dal canto suo il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. "È particolarmente necessaria una rimodulazione anche temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (Ets) sulla produzione di energia in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe Ets, nonché dell'interazione del meccanismo Ets con le regole del mercato elettrico europeo", ha concluso il ministro.

Sul tema è intervenuta anche la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, in occasione della plenaria dell'Europarlamento."Senza l'Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno dell'Ets, ma dobbiamo modernizzarlo", ha dichiarato von der Leyen.

Il dibattito sarà al centro del vertice del Consiglio europeo della prossima settimana a Bruxelles, dove pare che i leader chiederanno alla Commissione di presentare un testo rivisto sul mercato del carbonio dell'Ue entro il luglio 2026.

Il carbone è la fonte fossile più dannosa per il clima

Da un lato, l'impatto diretto dell'impennata dei prezzi è l’aumento dei costi per cittadini e imprese, constatato immediatamente alle stazioni di rifornimento, tanto da aver spinto i ministri dell’Ue a fare i conti sulle riserve di greggio. Dall’altro, c’è un’ulteriore “soluzione” che potrebbe essere prospettata: la “resurrezione” del carbone.

La fonte fossile in assoluto più dannosa per il clima - e della quale, per questa ragione, da anni si sta faticosamente tentando di ridurre la produzione e il consumo - potrebbe infatti tornare in auge. Complice proprio la possibile penuria di greggio disponibile sui mercati, oltreché la dinamica dei prezzi del gas.

Il blocco dello Stretto di Hormuz non ha inciso infatti soltanto sull’andamento del barile di petrolio (alcune proiezioni indicano che il Brent potrebbe addirittura raggiungere i 150 dollari), ma anche su quello delle altre fonti di origine fossile. I futures sul gas hanno superato i 64 euro per Megawattora sui mercati europei. Al contempo, a Rotterdam, la tonnellata di carbone termico si scambia a oltre 130 dollari: un valore in crescita del 26 per cento rispetto a prima del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran, ma ancora lontano dai 400 dollari raggiunti nel 2022, all’indomani dell’avvio dell’invasione russa in Ucraina. Tanto da rendere, appunto, la fonte un’opzione valida dal punto di vista meramente economico.

Pichetto Fratin non escluse il ritorno alla produzione da carbone in Italia

Il rapporto di causa-effetto è evidente: i Paesi del Golfo, Iran incluso, producono poco carbone. Ma le prospettive di una penuria di oro nero, e il blocco di alcuni siti di produzione di gas naturale liquefatto, come nel caso di quelli di QatarEnergy, stanno convincendo una serie di nazioni a valutazioni che fino a poco tempo fa erano impossibili da immaginare. Anche nel Vecchio Continente.

In Italia, il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha spiegato a Tgcom24 a chiare lettere che anche “in un momento di difficoltà internazionale, non vorrei mai riattivare le centrali a carbone, ma so che vanno considerate come riserva, nell’interesse del nostro Paese”. Se il prezzo del gas dovessero crescere ancora di 10-15 euro, secondo il membro del governo Meloni occorrerebbe valutare tutte le opzioni possibili.

Bloomberg: produzione da carbone e lignite già più redditizia di quella da gas

Il caso italiano non è il solo. Anche ad esempio nazioni asiatiche come il Bangladesh hanno annunciato il possibile ricorso a un aumento della produzione di energia elettrica da carbone. Stessa posizione assunta dal governo di Taiwan, che ad oggi dipende per circa il 50 per cento dal gas per l’approvvigionamento energetico nazionale.

A confermare il rischio di un ricorso massiccio alla fonte fossile ci sono poi gli andamenti azionari di alcuni dei colossi del settore. Le compagnie australiane Whitehaven e New Hope hanno guadagnato il 13,8 e il 7,5 per cento dall’inizio del conflitto, secondo quanto riportato dal quotidiano economico francese Les Echos.

“L’impennata del prezzo spot del gas naturale liquefatto ha trascinato al rialzo i prezzi del carbone termico trasportato via mare, per i gradi di qualità superiore che possono sostituire il gas naturale nella produzione di energia elettrica”, ha confermato Clyde Russell, analista specializzato in commodities e energia, all’agenzia Reuters.

“Per distruggere una centrale a carbone basta un missile, per un parco eolico ne servono 40”

Secondo Bloomberg New Energy Finance, già oggi la produzione da carbone e lignite è più redditizia rispetto a quella da gas. Tanto che la stessa agenzia stima che potrebbero essere ripristinate in Europa centrali a carbone per una potenza installata pari a 22 Gigawatt: l’equivalente di una ventina di reattori nucleari.

In linea generale, le nazioni più avanzate nella transizione ecologica sono evidentemente quelle più resilienti di fronte agli scossoni internazionali sui mercati dell’energia. Ciò per ovvie ragioni di produzione locale e per via del fatto che gli impianti solari fotovoltaici ed eolici non necessitano di combustibili per funzionare. Ma le fonti rinnovabili e decentralizzate hanno anche un altro vantaggio, legato alla sicurezza.

Come dichiarato a Yale Environment 360 da Jeff Oatham, esperto della Dtek, la più grande compagnia del settore energetico dell’Ucraina, per distruggere una centrale a carbone basta “un solo missile”. Al contrario “ne servono all’incirca quaranta per provocare lo stesso danno in termini di capacità produttiva a un parco eolico”.

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