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L'anatomia delle forze armate russe impiegate in Ucraina

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Di Samuele Damilano
soldato russo in guerra in Ucraina
soldato russo in guerra in Ucraina   -   Diritti d'autore  AP Photo/Evgeniy Maloletka

Carri armati abbandonati. Comunicazioni con il cellulare rintracciate dai cecchini ucraini. Cibo scaduto dal 2002. “Moskva”, la principale nave da flotta del Mar Nero, affondata. Catena di comando sfilacciata e senza intermediari. Sono molteplici e parrebbero evidenti i segni delle difficoltà delle forze armate russe nel corso dell’invasione dell’Ucraina. Forze armate che pure, dalla salita di Putin al potere dal 1999, sono state un pilastro fondamentale dell’assertiva politica estera del Cremlino: il leader russo ha annunciato di aver alzato i salari fino a 1.000 dollari al mese per i soldati, molto più di altre funzioni pubbliche e, negli ultimi dieci anni, ha acquistato 1.000 aerei militari, secondo il viceministro della difesa russo.

A fine gennaio, concretizzandosi sempre più la possibilità di un intervento militare, l’imponenza dell’armata russa, a leggere i vari commenti, sarebbe stata in grado di invadere l’Ucraina senza colpo ferire. Dopo più di due mesi, e le testimonianze delle atrocità commesse dai soldati, l’impressione prevalente in Europa è quella di un animale intrappolato che, frustrato e irritato, fa del male a persone innocenti e che, ridimensionata la sua preda, fa un passo indietro sul suo obiettivo.

“La Russia combatte come non si dovrebbe combattere”, sintetizza a Euronews Andrea Gilli, senior research al Nato Defense college. “Forti di numeri maggiori e di una totale incuranza delle vittime civili, le forze armate di Mosca riescono a procedere, anche se molto lentamente”.

Quanto è forte la Russia?

Eppure, l’International institute for Strategic studies (Iss), “massima autorità mondiale sul conflitto politico militare”, scriveva il 14 febbrario che “il processo di modernizzazione delle sue forze armate, iniziato nel 2008, dopo la pessima figura fatta in Georgia, ha dato alla Russia la potenza militare più forte dalla caduta dell’Unione Sovietica”.

La Russia, secondo l’istituto Global firepower, nel 2022 è il secondo Paese dopo gli Stati Uniti per potenza militare, su una scala creata considerando non solo numero di uomini e mezzi militari, ma anche capacità logistiche e tecnologiche.

Tuttavia, i dati forniti riguardo a personale e mezzi militari divergono in qualche punto da quelli di fonti russe. Tenendo anche conto che in Russia chi venga sorpreso a condurre analisi militari sull’esercito russo, pur su fonti open source, può essere condannato dai cinque agli otto anni di carcere.

Dati a confronto fonti russe e occidentali

  • Sottomarini: sono 70 (in aggiornamento) nel 2022 secondo il Global fiurepower, 49 nel 2021 secondo l’Iss. Secondo il ministero della difesa russo, sono 67.
  • Forze aeree: sono 4.173 secondo il Gfp, 1.391 in totale secondo l’Iss. Secondo la Tass, l’agenzia di stampa di Stato russa, al 2019 il totale era di 1.800, con più di 800 caccia. Esclusi gli elicotteri, “circa 1.500”, che secondo il Gfp sono 2.086
  • Forze di terra: qui le stime variano molto, anche tra le fonti occidentali. Secondo il Gfp, la Russia dispone di 12.420 carrarmati e 30.122 mezzi corazzati. L’Iss rileva invece 15.857 veicoli armati. In Russia non ci sono stime ufficiali: secondo il live journal, che usa fonti open source, il totale di carrarmati moderni, creati dal 2000 in poi, è di circa 1.340 unità. Il ministero della Difesa non rilascia stime ufficiali.
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Differenza stime occidentali e russeEuronews

Forze armate impiegate in Ucraina

Su un totale di quasi 79 milioni di cittadini arruolabili il personale attivo ammonta a 850.000, di cui 250.000 sono truppe di terra. Tra queste, secondo i dati del ministero della Difesa americano, al 28 febbraio 160.000 erano ammassate al confine ucraino. Secondo altre fonti, il numero potrebbere essere leggermente più alto. Sicuramente non abbastanza, secondo la maggior parte degli analisti, per conquistare interamente il Paese. Non ci sono fonti ufficiali russe da cui estrapolare il numero di soldati e mezzi militari mandati al fronte.

Dal canto suo, l’Ucraina poteva contare all’inizio dell’invasione su un totale di 196.000 truppe attive, secondo i dati dell’Iss, riferiti al 2021, a cui si sono aggiunti tra i 600.000 e gli 800.000 uomini arruolati dopo la leva obbligatoria decisa dal presidente Volodomir Zelensky.

I rapporti di forza tra i due Paesi erano dunque molto sbilanciati: l’Ucraina, per esempio, poteva contare su 3.309 veicoli armati da combattimento e 132 aerei, la Russia su 15.857 e 1.391, sempre secondo l'Iss

Truppe aggiuntive che combattono per la Russia

"I Kadyrovtsi"

Non solo soldati o coscritti russi stanno prendendo parte all'invasione dell'Ucraina. A supporto di Vladimir Putin ci sono anche le truppe cecene che rispondono a Ramzan Kadyrov, capo della Repubblica cecena, che ha ottenuto l'indipendenza dall'Unione sovietica nel 1991 ma che adesso, dopo una guerra durata dieci anni (1999-2009), è tornata a far parte della Federazione russa. 

Le milizie di Ramzan Kadyrov, figlio di Akhmad, ex presidente della Cecenia insediato dallo stesso Putin, sono accusate dei crimini di guerra e delle atrocità commesse nella seconda guerra della Cecenia. Kadyrov non le ha mai smentite e anzi, per spiegare le difficoltà nell'avanzamento dell'esercito russo, ha addotto l'eccessiva indulgenza dei soldati russi.

Il 25 febbraio ha annunciato al grido di “Allah è grande” la partecipazione dei suoi soldati, i cosiddetti Kadyrovtsi, chiedendo a Zelenskyi di scusarsi con Vladimir Putin e all'esercito ucraino ad arrendersi. "I nostri uomini non vogliono privare le famiglie ucraine dei loro padri”.Secondo l'Osservatorio Balcani e Caucaso, i soldati ceceni fedelissimi a Putin sarebbero tra i 10.000 e i 70.000.Fonti ucraine raccontano addirittura che il loro ruolo, almeno all'inizio dell'invasione, fosse quello di controllare le truppe russe meno motivate. E che proprio per questo alcuni soldati russi abbiano minacciato di giustiziarli.

Una parte meno consistente di ceceni, favorevoli all'autonomia della Russia e contro l'influenza di Mosca nel Donbass, si è anche schierata con l'Ucraina.

Il gruppo Wagner

A combattersela con i ceceni in quanto a efferatezza e spregiudicateizza ci sono i mercenari del gruppo Wagner: anche loro presenti in Ucraina nel numero di 1.000 unità, secondo fonti di intelligence di Usa e Gran Bretagna. Il nome è stato scelto dal fondatore del gruppo, Dmitry Valeryevich Utkin, grande appassionato della musica di Richard Wagner. E soprattutto di Adolf Hitler e Heinrich Himmler. 

I mercenari al suo soldo si sono macchiati secondo le Nazioni unite e l'Unione europea di numerosi crimini di guerra. In Libia, per esempio, avrebbero piazzato mine attorno alla capitale Tripoli. Ma è soprattutto in Ucraina orientale che il gruppo è attivo in maniera stabile.

Già nel dicembre 2021, l'Unione europea aveva inserito Utkin con delle sanzioni: "la sua posizione di comando all’interno del Wagner Group, è stato personalmente presente sul campo di battaglia in Ucraina, coordinando e pianificando le attività deimembri del Wagner Group", si legge nel documento. "Data la sua posizione di comando, è pertanto responsabile di azioni che hanno compromesso e minacciato l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina e ha realizzato attivamente tali azioni". 

Oggi il gruppo Wagner opera dunque nelle cosiddette repubbliche di Donetsk e di Luhansk, e, secondo fonti di intelligence Usa, sarebbero stati autori delle operazioni di false-flag, ovvero operazioni che simulano un attacco, o comunque una minaccia, con il fine di far apparire la parte nemica responsabile, e dunque avere un pretesto per reagire al falso attacco.

Pericolo nucleare?

Un altro tema, ovvero il rischio dell’impiego di armi nucleari, merita un capitolo a parte. Il 27 febbraio, dopo soli tre giorni dall’invasione, e la pronta e risposta unitaria dei Paesi Nato, Putin ha ordinato di porre le forze di deterrenza dell’esercito russo in regime speciale di servizio da combattimento.

All’indomani della conferenza congiunta di Finlandia e Svezia in cui i due Paesi hanno confermato la loro volontà di entrare nella Nato, Dmitry Medvedev, vice presidente del Consiglio di Sicurezza russo, ha sollevato un'altra volta la minaccia delle armi nucleari: “Non si può più parlare di uno status di zona libera da armi nucleari per il Baltico. L'equilibrio deve essere ripristinato”.

La Russia dispone di 4.477 testate nucleari efficienti. Di cui 1.588 già a disposizione: 812 missili balistici intercontinentali basati a terra, 576 sottomarini lanciamissili e 200 bombardieri.

“È bene non lasciarsi andare a dichiarazioni avventate o analisi eccessivamente influenzate dalla situazione”, commenta a Euronews Leopoldo Nuti, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università degli Studi di Roma Tre e autore del volume La creazione dell’ordine nucleare globale negli anni ’70.

“C’è un margine di rischio a più livelli: il primo è che la Russia nel corso degli anni si è sempre rifiutata di adeguarsi alle misure di controllo delle armi nucleari tattiche, ovvero quelle usate in guerra (al contrario delle strategiche, che hanno funzione di deterrenza, ndr). Questo per compensare l’inferiorità a livello strategico con la Nato”. Il secondo punto parte dal presupposto di un decreto firmato da Putin nel 2020, in cui, pur affermando una politica nucleare difensiva, si diceva pronto a utilizzare il nucleare in caso di attacco pericoloso alla Federazione.

In cosa potrebbe consistere questo attacco? “Nessuno per ora lo sa”, risponde Nuti. “Soprattutto per l’imprevedibilità delle azioni di Putin. Tutti ci chiediamo se una vistosa sconfitta in Ucraina possa rappresentare nella sua testa, o almeno nella sua mistificazione della realtà, una minaccia allo Stato russo”.

Il terzo fattore, spiega il professore, è il rischio dell’imponderabile, come dimostra la crisi dei missili di Cuba, quando il Cremlino provò a nascondere a Washington la presenza di missili balistici.

“Senza dimenticare il rischio di una fuga di radiazioni dalle centrali nucleari ucraine. Non è negli interessi dei russi bombardarle, ma l’inadeguatezza di molti soldati russi e i turni sfiancanti dei tecnici ucraini dettati dalla guerra potrebbero creare un incidente dalle conseguenze imprevedibili”.

Come combatte l’esercito russo

L’unità militare prediletta dai russi è il “Battalion tactical groups” (Btgs), sviluppata dal 2012 e già utilizzata nell’annessione della Crimea del 2014. Si può definire come un’unità armata con l’obiettivo di completare una specifica e circoscritta missione, inserita in una brigata o un reggimento, il livello più basso di comando dell’esercito russo.

Dopo quasi due mesi sono stati dispiegati 100 (fonti Statunitensi al Financial Times, quelle riportate dall’Economist dicono 120) Btg, su un totale di 170. Secondo l’analisi di Forbes, questo sarebbe il dispiegamento più ampio possibile. (Inserisci i link)

Per ogni brigata, secondo le direttive dello Staff russo, erano previsti due Btg. Ma, come riporta il Royal United service (Rusi), ne sono stati rilevati tre.

La formazione di un Btg varia, in grandezza e composizione, in base alla missione da raggiungere. Il Washington Post per esempio, in una simulazione operata sulla base di informazioni dell’intelligence americana, conta circa 90 mezzi militari, tra carrarmati, veicoli di difesa e mezzi corazzati, a cui si aggiungono 25 camion di rifornimento di benzina, cibo e acqua, 13 veicoli di supporto tecnologico, dai droni ai segnali elettrici per neutralizzare le spie. I soldati impiegati si contano in genere tra 700 e le 800.

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Struttura militare centrale dei BtgEuronews

Moltiplicando i mezzi di ogni battaglione per 120, si può avere dunque la stima, non completa, della forza militare russa impiegata in Ucraina: 1.200 carri armati, 4.800 blindati, tra cui veicoli di fanteria, cingolati per trasportare il personale.

Tuttavia tra questi bisogna contare anche migliaia di mezzi vecchi, come il classico modello sovietico T-72s, che in alcuni casi hanno più di 50 anni. Secondo il sito di informazione Crux, i russi avrebbero deciso di ridurre da quattro a tre il personale impiegato per ogni carrarmato: il comandante, il guidatore e il mitragliere, senza una persona addetta a ricaricare le armi, sostituita da un sistema automatico.

I Btg permettono alla Russia di mantenere unità addestrate, rapidamente impiegabili in caso di necessità, per dare tempo alla brigata o al reggimento di mobilitarsi in un eventuale conflitto imprevisto. “La differenza da altre formazioni militari è piu qualitativa che quantitativa”, sintetizza in un’analisi il Rusi.

Nel conflitto in Ucraina a queste formazioni sono state assegnati migliori equipaggiamenti e personale e sono responsabili delle missioni piu difficili, dalla conquista degli avamposti strategici alla creazione di collegamenti con il resto della formazione

Tuttavia, l’ingente presenza di veicoli e la relativamente bassa presenza di truppe, hanno reso vulnerabili queste formazioni nel corso dell’invasione. A maggior ragione in una guerra in cui il terreno, le tattiche e il livello dell’esercito nemico non corrispondono a quelle impiegate da Mosca.

Pertanto, spiega in un approfondimento il Financial Times, i soldati ucraini hanno sfruttato due punti deboli dei Btg: il primo è che, essendo le prime unità della brigata ad andare in avanscoperta, rimanevano isolate. E, per quanto ben organizzate, la configurazione del terreno di battaglia, allagato appositamente dall’esercito di Kiev, in particolare attorno alla capitale, le ha spesso imbottigliate in colonne facilmente attaccabili ai lati. Da qui il secondo punto: i soldati ucraini potevano nascondersi nei campi, nelle foreste e nei villaggi, dove non potevano essere raggiunti.

Le iconiche foto dei veicoli abbandonati e dei carrarmati conquistati dagli ucraini sono, secondo la maggior parte degli analisti, la cartina di tornasole delle difficoltà di avanzamento dell’esercito russo nella prima fase del conflitto. Dall’inizio della guerra, secondo fonti ucraine, sono stati uccisi più di 20.000 persone e andati distrutti 829 carrarmati e 1.508 veicoli di rifornimento (da aggiornare). Secondo il sito Oryx, che fornisce dati sulla base di fonti open source, provenienti prevalentemente dai social media, i numeri sono minori: 532 carrarmati e 314 cingolati. Con la premessa che il numero di veicoli distrutto di cui non si hanno immagini è sicuramente maggiore.

Difficile avere la controparte russa, poiché l’unica fonte ufficiale è il Ministero della Difesa, che il 25 marzo ha annunciato che i morti nell’”operazione militare speciale” erano 1.351, i feriti 3.825. Secondo Mark F.Cancian, membro del Center for strategic and international studies (Csis), al 31 marzo la Russia avrebbe perso più del 25 per cento della sua iniziale forza di attacco

Ma le ragioni alla base delle difficoltà dell’esercito russo non ricadono solamente sul tipo di unità militare utilizzato. Al di là dell’affidabilità dei numeri, come è stato possibile che l’esercito che tutti avevano descritto come invincibile abbia trovato così tante difficoltà?

  1. Previsione errata di una guerra lampo?
  2. Logistica fallimentare, basata su questa previsione
  3. Regime autocratico e mancanza di fiducia

Previsioni errate?

La prima constatazione alla base delle analisi occidentali sulle difficoltà dell’esercito russo è la previsione errata da parte di Putin, e con lui i suoi consiglieri, di poter conquistare il vicino europeo in poco tempo.

“Il 75 per cento dell’operazione iniziale russa non aveva un obiettivo militare, ma esclusivamente politico”, afferma Gianluca Di Feo, esperto di conflitti armati internazionali e vicedirettore del quotidiano Repubblica. “Volevano cambiare regime, attuare una sorta di golpe, nelle prime 24-48 ore. Anche l’attacco all’aeroporto, altrimenti senza senso, si spiega solamente in quest’ottica”. Lo dimostra anche il fatto, secondo Di Feo, che l’operazione condotta sulla fascia del Mar D’azov, tra Kherson e l’autoproclamata Repubblica di Donetsk, è stata pressoché perfetta, volta a controllare una centrale elettrica, un’altra idroelettrica e anche nucleare fondamentali a garantire approvvigionamento energetico all’area.

D’altra parte, "lo zar" ha sempre rifiutato l’accusa di aver sbagliato tattica. Sergei Rudskoy, vice capo di stato maggiore delle Forze armate russe, ha detto il 25 marzo di aver completato “la prima fase” delle operazioni, senza specificare in cosa consistesse, e che l’esercito si sarebbe dunque concentrato nella liberazione totale del Donbass.

“La denazificazione e la liberazione” immediate dal governo di Zelensky non sono stati possibili per due ragioni principali.

Una resistenza della popolazione ucraina inaspettata

A prescindere dalla veridicità delle sue affermazioni, Putin ha da sempre sostenuto che l’obiettivo dell’”operazione militare speciale” consisteva nella liberazione del fraterno popoplo ucraino, volenteroso di rientrare nella madre patria Russia.

“Quando i soldati russi hanno appreso che la volontà dei cittadini ucraini non corrispondeva esattamente a quella descrittagli da Putin, anziché ritirarsi hanno reagito con le bombe, pensando di avere una facile vittoria. Dopo quasi due mesi, possiamo dire che non è andata così”, afferma Di Feo.

L’unità dell’Occidente

Il Cremlino è sospettato di aver lavorato negli ultimi cinque anni per destabilizzare le leadership occidentali. Ha sostenuto quella che Dmitry Adamsky, docente di sicurezza internazionale alla Reichman University di Israele, ha definito “coercizione intersezionale a più livelli”: ovvero un misto di propaganda, hackeraggio e minacce militari per destabilizzare le leadership occidentali democratiche: dalla Brexit all’elezione di Donald Trump, passando per i finanziamenti previsti a Matteo Salvini (o i sospetti, relativamente al "caso Savoini") e a Marine Le Pen (le accuse qui si concentrano soprattutto sul credito concessole da una banca russa, quando non trovò aperture presso gli istituti francesi).

A posteriori, l’obiettivo ipotizzato di disgregare l’unità della Nato, in previsione di un attacco militare previsto da lungo tempo, non è stato raggiunto. E il supporto militare e logistico fornito all’Ucraina, così come le sanzioni inflittele, hanno rallentato notevolmente l’efficacia delle forze armate.

Logistica fallimentare

La quasi totalità degli analisti occidentali concorda sul fatto che l’esercito russo non era pronto a una guerra di lunga durata, in cui i veicoli sarebbero stati costretti a percorrere lunghe distanze. Con la necessità di scortare i mezzi di logistica di supporto. Il 17 marzo, il ministero della Difesa britannico aveva rilevato il dispiegamento di forze armate russe in numero maggiore del previsto per proteggere i veicoli di rifornimento. Così da permettere a soldati e civili ucraini, informati sui social media grazie anche all’aiuto dei satelliti spaziali americani, di danneggiare e distuggere numerosi veicoli.

La falla più evidente, tuttavia, consiste nei problemi di comunicazione e nella catena di comando dell’esercito.

Che fine hanno fatto i generali?

La Russia, secondo fonti dell’esercito americano citate dal New York Times, ha condotto le prime settimane di battaglia senza alcun coordinamento centrale sul campo. E questo spiegherebbe perché i soldati hanno sofferto più del previsto contro la resistenza ucraina.

La direzione delle operazioni militari è pertanto gestita solo dall’alto. Ovvero dal presidente Vladimir Putin, dal ministro della Difesa Sergei Shoigu, con cui “lo zar”, secondo fonti americane smentite dal governo russo, ha avuto qualche alterco, e il generale Valery Gerasimov, Capo di stato maggiore dell’esercito russo.

La conseguenza forse più eclatante di questa falla nella comunicazione è stata la morte di numerosi generali dell’esercito. Un evento molto raro, poiché tendenzialmente i generali dirigono le operazioni a distanza, piuttosto che parteciparvi. Il ministro della Difesa ucraino ha comunicato che l’esercito ha ucciso sette generali russi. Il Cremlino non ha né confermato né smentito la notizia.

Qualora fosse vero, vorrebbe dire che in quattro settimane di battaglia le morti di cosi tanti generali supera la media di quelli morti nelle guerre in Siria, Georgia, Cecenia o Afghanistan. Proprio per l’assenza di intermediari, si sono trovati costretti a dirigere la fanteria sul campo, correndo un maggiore rischio. Fanteria composta tra l’altro da numerosi coscritti che, almeno nella parte dell’invasione, non avevano una chiara idea di dove fossero diretti, né a quale obiettivo fosse rivolta “l’operazione militare speciale”.

Le falle di un regime autoritario

Oltre a una struttura dell’esercito non adeguata a una guerra di lunga durata, fonti dell’intelligence americana hanno confermato al New York Times l’esistenza di forti attriti tra Putin e i servizi segreti. Il Presidente russo non avrebbe ricevuto un rapporto veritiero sull’effettiva disponibilità degli ucraini a sottomettersi al suo esercito. Da qui il fallimento della conquista dei primi giorni. E l’arresto del capo dello spionaggio estero dell’Fsb e del suo vice: Sergej Beseda e Anatolij Bolyukh.

“Le autocrazie raramente combattono in maniera efficace anche per la loro alta corruzione”, afferma Gilli, senior researcher della Nato. “Tre aspetti sono però emersi durante questa campagna. In primo luogo, la Russia è un Paese in declino demografico e dunque fa comunque fatica a reclutare effettivi. In secondo luogo, la natura autocratica del regime sembra aver cercato di spostare il costo della guerra su minoranze non slave e sulle parti più povere del Paese".

Le più alte istituzioni dei Paesi Nato continuano a dire che l’Ucraina sta vincendo la guerra. Lo spiraglio verso un accordo di pace, che sembrava possibile prima delle immagini del massacro di Bucha, si fa sempre più stretto.

“L’obiettivo non è più fermare la guerra, ma vincere la guerra”, commenta Di Feo. “Se ci va bene, dura un anno. Se ci va male, è la terza guerra mondiale”.