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EURO2020, come nasce il gesto d'inginocchiarsi e perché molte polemiche in merito sono pretestuose

Di Antonio Michele Storto
Leuven, Belgio, 18 novembre 2020: i giocatori di Belgio e Danimarca si inginocchiano prima di un match al King Power Stadium
Leuven, Belgio, 18 novembre 2020: i giocatori di Belgio e Danimarca si inginocchiano prima di un match al King Power Stadium   -   Diritti d'autore  Francisco Seco/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved
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Donnarumma, Bonucci, Bastoni, Jorginho, Verratti. È attorno a loro che ruota, da poco meno di 24 ore, la polemica del giorno.

La colpa? Non essersi messi in ginocchio prima del fischio d'inizio, come da un anno a questa parte si usa tra i giocatori di mezzo mondo per mostrare solidarietà alla lotta contro il razzismo che nel maggio 2020 ha ripreso vigore dopo gli omicidi di George Floyd,Breonna Taylor e di altri afroamericani che hanno perso la vita per via di un uso sproporzionato della forza da parte della polizia.

Una polemica che da molti è però considerata sterile e pretestuosa, in certi casi a ragion veduta. Perché si tratta di un rito volontario e non prescritto dal cerimoniale Uefa; perché, a guardare le immagini, viene il fondato sospetto che il gesto di non inginocchiarsi non fosse volutamente polemico, né avesse alcuna valenza simbolica, ma semplice frutto di una dimenticanza da parte di giocatori che, a pochi secondi dall'inizio del match, erano ormai immersi nella cosiddetta "trance agonistica"; perché ad altre squadre (come ad esempio alla Francia) era capitato di seguire il rito in alcune partite e non nelle successive.

Eppure, da 24 ore le polemiche continuano a rimbalzare e a moltiplicarsi tra le piattaforme social, gonfiandosi di più ad ogni passaggio in spregio alla logica e al senso del ridicolo: chi non li accusa di razzismo, esalta i cinque come "eroi del libero pensiero", coraggiosi oppositori contro la "dittatura del politicamente corretto".

Addirittura, tra un hashtag e l'altro, ci si spinge fino a un improbabile paragone con Bruno Neri, fuoriclasse della Fiorentina e in seguito partigiano italiano che nel 1931, all'inaugurazione dello stadio "Giovanni Berta" di Firenze, sfidò il regime rifiutandosi, unico tra i suoi compagni, di fare il saluto fascista.

Per chiarire come mai simili affermazioni suonino perfino più assurde delle accuse di razzismo rivolte ai giocatori italiani bisogna fare almeno un paio di premesse: la prima è che è surreale parlare di "dittatura del politicamente corretto" in relazione a un gesto che, oltre ad essere volontario, è stato eseguito finora poco e in maniera discontinua, sommerso in almeno un paio di casi dai fischi dei tifosi.

La seconda è che nessuna squadra ha mai pensato di imporre il rito ai suoi giocatori: alcune nazionali, semmai, hanno fatto capire che si trattava di un gesto non proprio gradito.

Sarà forse il momento di capire come nasce questo gesto, e quali sono le posizioni ufficiali, in merito, da parte delle varie nazionali in gara.

Come nasce il rito di inginocchiarsi

Diversamente da quanto molti stanno affermando nelle ultime ore, il gesto non nasce con le proteste dello scorso maggio, quando ha però iniziato a diffondersi in maniera massiccia tra gli sportivi di tutto il mondo. Il primo a compierlo fu la star del football americano Colin Kaepernick che nella stagione 2015-16 del campionato della National football league iniziò a mettersi in ginocchio durante l'esecuzione dell'inno americano, momento in cui tradizionalmente i giocatori ascoltano stando in piedi. Interrogato dai giornalisti, in merito, Kaepernic disse di non aver intenzione di onorare un paese in cui la minoranza afroamericana continuava ad essere oppressa e vessata.

Erano giorni molto particolari negli Stati Uniti: già da diversi anni, in particolar modo dopo dopo l'omicidio di Trayvon Martin, si erano accesi i riflettori sul cosiddetto "racial profiling" e soprattutto sulla violenza sproporzionata che le forze di polizia esercitavano sugli afroamericani; una questione che in quei mesi in America si era già fatta esplosiva, per via della retorica "giustificazionista" a cui la destra vicina a Donald Trump era solita ricorrere negli incendiari comizi per il futuro inquilino della casa bianca.

In Europa, il rituale ha preso a diffondersi in seguito all'uccisione di George Floyd, che fece scalpore - negli Stati Uniti come oltreoceano - perché, a differenza di molti altri episodi di identico tenore, fu ripresa integralmente dagli schermi di diversi telefoni cellulari, con un rimbalzare d'immagini che finì per accendere l'indignazione di molti, incluso chi, fino ad allora, non si era mai mostrato troppo sensibile a questioni del genere.

Si tratta di un rituale obbligatorio secondo le regole Uefa?

Assolutamente no.

La Uefa - generalmente molto severa rispetto a ogni manifestazione di pensiero politico in campo - si è semplicemente limitata a tollerare che il gesto venisse eseguito. Conscia, probabilmente, del fatto che per molti anni il razzismo ha rappresentato un problema concreto e dagli effetti tangibili nel mondo del calcio.

A chi oggi parla di una dittatura del politicamente corretto che sarebbe sconfinata perfino tra gli spalti dell'Europeo sfugge probabilmente il fatto che, soltanto la settimana scorsa, il portiere tedesco Manuel Neuer è stato messo sotto indagine per aver indossato in campo la fascia arcobaleno in solidarietà con la comunità Lgbt.

Cosa hanno detto (e fatto) in proposito le altre squadre?

  • Inghilterra

Il manager dell'Inghilterra Gareth Southgate ha detto che i suoi giocatori sono "più determinati che mai" a continuare a inginocchiarsi.

Accolto con un mare di fischi, e qualche timido applauso, dai tifosi inglesi nelle partire contro Austria e Romania, il gesto ha portato qualche strascico fin dentro Downing Street: se il premier Boris Johnson ha rimbrottato i tifosi, invitandoli a sostenere la squadra anziché fischiarla, il suo ministro degli Interni, Priti Patel, ha obiettato che si tratta di un gesto "politico".

  • Croazia

La Croazia, avversaria dell'Inghilterra nel gruppo D del torneo, ha deciso di non inginocchiarsi, come dimostrato nella recente amichevole con il Belgio.

"La Federcalcio croata e la nazionale croata condannano fermamente ogni forma di discriminazione. Rispettiamo anche il diritto di ogni individuo e di ogni organizzazione di scegliere le circostanze e il modo in cui prenderanno posizione contro il razzismo e/o altre forme di discriminazione", ha detto la federazione in una dichiarazione a Euronews.

"La Federcalcio croata ritiene che i giocatori abbiano diritto alla propria opinione su questi argomenti e che abbiano anche il diritto di scegliere se vogliono impegnarsi in qualsiasi attività. I giocatori della nazionale croata hanno deciso congiuntamente prima dell'amichevole contro il Belgio che non si inginocchieranno, e sono rimasti rispettosamente in silenzio durante l'inginocchiamento dei loro colleghi belgi.

"La Federcalcio croata rispetta la loro posizione in merito e non imporrà di inginocchiarsi come obbligo per i giocatori croati, poiché questo gesto non ha alcun legame simbolico con la lotta contro il razzismo e la discriminazione nel contesto della cultura e della tradizione croata".

"In generale, crediamo che la cosa più importante sia il fatto che gli internazionali croati si siano comportati in modo rispettoso durante tutta la loro carriera e che abbiano dimostrato con il loro comportamento di rispettare tutti gli individui, gli avversari e i compagni di squadra, indipendentemente dalla razza, dalla religione, dallo stato sociale, dall'etnia o da qualsiasi altra caratteristica, che è un valore promosso anche dalla Federcalcio croata."

  • Scozia

Anche la Scozia, attiva a sua volte nel gruppo D, si era detta contraria al gesto, sostenendo apertamente che non portasse alcun cambiamento significativo.

"Ho spiegato a marzo la logica dietro la decisione della squadra" ha detto il CT Steve Clarke. "Non solo è coerente con l'approccio collettivo dal calcio scozzese, ma il significato del mettersi in ginocchio, per aumentare la consapevolezza e aiutare a sradicare il razzismo nel calcio e nella società, è stato diluito e minato dalla continuazione degli abusi verso i giocatori".

Tre giorni fa però, in solidarietà con i vicini e rivali inglesi, la squadra si è inginocchiata prima del "derby" di Wembley del 18 giugno: la potenza del gesto in quel caso è stata avvertita anche dagli spalti, ricevendo stavolta applausi che hanno sovrastato i pochi, abbozzati, fischi. .

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  • Repubblica Ceca

All'inizio di quest'anno, Ondrej Kudela dello Slavia Praga è stato accusato di abusi razzisti verso un giocatori dei Glasgow Rangers. Si tratta, con ogni evidenza, di uno dei gesti al quale il CT scozzese Clarke faceva riferimento nelle sue dichiarazione citate poc'anzi.

All'indomani di quella controversia, la nazionale ceca ha chiarito la sua posizione sull'inginocchiarsi.

"La direzione della nazionale di calcio ceca insieme alla Football Association della Repubblica Ceca vogliono annunciare congiuntamente che la squadra nazionale prenderà una posizione apolitica neutrale su alcuni argomenti che hanno avuto risonanza nell'ambiente sportivo. Questo riguarda in particolare l'iniziativa Black Lives Matter (BLM), in cui alcuni giocatori si inginocchiano prima delle partite di calcio.

"Per esprimere il loro sostegno alla lotta contro il razzismo e altre manifestazioni di discriminazione, xenofobia e antisemitismo, la nazionale ceca indicherà la scritta UEFA Respect sulla manica sinistra delle loro maglie, riferendosi all'omonima campagna UEFA, prima della partita in Galles [il 30 marzo 2021].

  • Francia

In Francia, per via del particolare contesto culturale vissuto nel paese, il gesto si è caricato di una forte valenza divisiva. A poche ore dal debutto contro la Germania, i Bleus si sono ritrovati sommersi dalle polemiche social, soprattutto da parte della destra vicina al Front national di Marine LePen, che li accusa di aver scelto di onorare le vittime del razzismo e non quelle dell'estremismo islamico.

Forse per questo, la squadra - che in recente amichevole con il Galles era stata fotografata in ginocchio - non ha più seguito il rito prima del fischio d'inizio

  • Belgio

I giocatori del Belgio, tra cui la stella dell'Inter Romelu Lukaku, hanno deciso di inginocchiarsi a oltranza durante questo campionato.

Un gesto che si è caricato di tensione in un recente match contro la nazionale russa, i cui giocatori hanno scelto, all'ultimo minuto, di rimanere in piedi, mentre gli avversarsi venivano sommersi di fischi per aver seguito il rituale.

  • Ungheria

La federazione calcistica ungherese (MLSZ) ha rilasciato una secca dichiarazione all'inizio del mese: "Le regole UEFA e FIFA non permettono alcuna manifestazione politica sul campo e allo stadio, e la MLSZ non solo lo accetta ma è fortemente d'accordo. La squadra nazionale non si inginocchierà prima delle partite, pur per esprimere la condanna di qualsiasi forma di odio".

Durante una recente amichevole con la Repubblica d'Irlanda a Budapest - una delle sedi di EURO 2020 - i tifosi ungheresi hanno presumibilmente fischiato i giocatori irlandesi per essersi inginocchiati.

L'allenatore dell'Irlanda Stephen Kenny ha definito i fischi "incomprensibili" e "dannosi" per la reputazione dell'Ungheria.

Il premier ungherese Viktor Orban, intervenendo sulla questione, ha difeso i tifosi di casa a Budapest, dicendo che la lotta contro il razzismo "non ha posto su un campo sportivo".

"Non è una soluzione - ha detto Orban - portare un tale "peso" morale e storico in un paese come l'Ungheria che non si è mai occupato della tratta degli schiavi".

"Se siete invitati in un paese - ha aggiunto - fate lo sforzo di capire la sua cultura e non provocate i residenti locali"