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Super League negli spogliatoi. Agnelli: "Non si può andare avanti". Il grande bluff?

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Andrea Agnelli, presidente della Juventus
Andrea Agnelli, presidente della Juventus   -   Diritti d'autore  AP Photo/Antonio Calanni, File
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Hanno vinto loro, i tifosi, il vero motore del calcio: hanno vinto sui soldi e gli interessi delle grandi, protestando sin da subito, sui social ma anche davanti agli stadi. E hanno trionfato.

Tra i primi a dar loro il giusto tributo è stato il proprietario del Liverpool (tra i supporters più incisivi, unitamente a quelli di Chelsea e Arsenal, ad opporsi all'niziativa Super League), John W Henry.

"Voglio scusarmi con tutti i tifosi del Liverpool - dice - per il disagio causato nelle ultime 48 ore: inutile dire che il progetto presentato non sarebbe mai durato senza il supporto dei tifosi".

Dopo il ritiro dei sei club inglesi (per primo il Manchester City e per ultimo, alle 2 di notte, il Chelsea) e dell'Inter ("il progetto, allo stato attuale, non è più ritenuto di interesse", si legge in una nota dei nerazzurri, inviata alle agenzie di stampa), a seguire quello dell'Atletico Madrid, senza contare i tentennamenti del Barcellona, il progetto della Super League viene sospeso.

Agnelli: "Non si può continuare"

Il sogno di Florentino Perez e Andrea Agnelli torna quindi negli spogliatoi. Intervistato dalla Reuters, il presidente bianconero, alla domanda se il progetto della Super League potesse continuare dopo l'abbandono di sei dei dodici club, ha risposto: "In tutta franchezza, a essere onesti, no. Evidentemente non è il caso. Resto convinto della bontà del progetto, ma non si può fare un torneo a sei squadre".

Nella notte i vertici del progetto avevano fatto sapere che "La Super League Europea è convinta che l'attuale status quo del calcio europeo debba cambiare. Proponiamo un nuovo concorso europeo perché il sistema esistente non funziona", si legge nel comunicato ufficiale.

"La nostra proposta è finalizzata a consentire allo sport di evolversi generando risorse e stabilità per l'intera piramide calcistica, anche aiutando a superare le difficoltà finanziarie incontrate dall'intera comunità calcistica a causa della pandemia.

Fornirebbe anche pagamenti di solidarietà materialmente migliorati a tutte le parti interessate del calcio. Nonostante l'annunciata partenza dei club inglesi, costretti a prendere tali decisioni a causa della pressione esercitata su di loro, siamo convinti che la nostra proposta sia pienamente allineata alla legge e ai regolamenti europei come è stato dimostrato oggi da una decisione del Tribunale per proteggere la Super League da terze parti.

Date le circostanze attuali, riconsidereremo i passaggi più appropriati per rimodellare il progetto, avendo sempre in mente i nostri obiettivi di offrire ai tifosi la migliore esperienza possibile, migliorando i pagamenti di solidarietà per l'intera comunità calcistica".

Tra le ultime società interessate a proferire parola, il Milan: in una nota del club rossonero, si tiene conto delle preoccupazioni dei sostenitori senza tuttavia rinnegare il progetto: “L’evoluzione è necessaria per progredire", si legge.

I debiti dietro la mossa

Ma perché i 12 cosiddetti Club Fondatori hanno deciso di sconvolgere il mondo del pallone così? Tutta una questione di soldi.

A settembre dello scorso anno, in piena crisi sanitaria, la Uefa annuncia alle federazioni di aver perso circa 600 milioni di euro e che, di conseguenza, i premi di partecipazioni e il sistema di ridistribuzione dei diritti televisivi tra i club dev'essere rivisto al ribasso. Per di più, gli stessi club affrontano una delle peggiori crisi di sempre, con oltre sei miliardi di indebitamento.

Il progetto della Super League, con il contributo iniziale da 3,5 miliardi di euro che metterebbe JP Morgan, e i ricavi successivi da spartirsi in 20, fa gola a tanti. Ma attira le ire delle Federcalcio e leghe nazionali: "Florentino Perez non conosce la situazione reale del calcio spagnolo", dice il presidente della Liga spagnola, Javier Tebas.

"Con poche eccezioni, il calcio spagnolo è abbastanza forte per superare questa crisi. Come in altri Paesi. Certo, non sono le condizioni ideali, ma stiamo facendo bene. Il calcio è lontano dall'essere morto. La verità è che Perez pensava alla Super League già da un po', e ora ha trovato una scusa - la pandemia - per farla funzionare".

"Perché avete pagato i vostri giocatori così tanto, 50, 60, 100 milioni? Per quale motivo? E ora volete fare tutto questo? Tutti i soldi per loro... Non l'hanno fatto per il bene del calcio, l'hanno fatto per uscire dai loro debiti", le dure parole di Dejan Savicevic, numero 1 della Federcalcio montenegrina.

E se fosse tutto un bluff?

C'è chi giura che la Super League fosse un bluff fin dall'inizio, per spaventare la Uefa e ottenere qualcosa in più: un po' come accadde già in Formula 1 nel 2008/2009, con la minaccia delle grandi scuderie di creare un campionato a parte.

La disputa tra la Fédération internationale de l'automobile (FIA) e la Formula One Teams Association (FOTA) nacque dopo che la FIA annunciò un nuovo regolamento per la stagione 2010, che prevedeva l'introduzione di un tetto al budget di ciascun team e forti limitazioni per chi dovesse superarlo.

La FOTA allora minacciò la creazione di un campionato alternativo, finché i due organismi non trovarono un accordo (Concorde) nell'agosto 2009, e tutto rientrò.

Tornando al mondo del pallone e all'affaire Super League, pare che la Uefa nelle ultime ore sia entrata in contatto con un fondo inglese, per una collaborazione e una nuova Champions League da 7 miliardi di euro.

Ora resta solo da capire se lo strappo creatosi tra l'organismo che regola il calcio europeo e i big club sia ricucibile o no...

Sta di fatto, comunque, che la voce grossa l'hanno fatta (come detto in apertura) i tifosi, in gran parte contrari al progetto Super League, i quali hanno vinto facile facile: per dirla in gergo calcistico, massimo risultato col minimo sforzo.