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Per Micheál Martin la partita della Brexit si può vincere anche ai supplementari

Di Shona Murray
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Per Micheál Martin la partita della Brexit si può vincere anche ai supplementari
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Da quattro anni la politica europea è dominata dalla Brexit, ma nelle prossime settimane si spera di riuscire a negoziare un accordo sulle future relazioni fra Unione europea e Regno Unito. Ma a che prezzo? E che cosa succederà se i negoziati falliscono? Risponde a queste e altre domande - su Recovery Fund, stato di diritto... - da Dublino il primo ministro irlandese Micheál Martin.

Brexit: un accordo "ai tempi supplementari"

Sulla Brexit possiamo dire di essere ai tempi supplementari. Per quanto tempo l'Unione europea continuerà a negoziare?

"Be', a volte ai supplementari si può ottenere un buon risultato. E penso che sia importante provarci, data l'enormità delle questioni in gioco, l'enormità delle implicazioni. Direi, considerata l'economia del Regno Unito, dell'Irlanda e dell'Europa, che dobbiamo usare tutto il tempo a nostra disposizione per raggiungere un accordo. Perché, e lo dico apertamente, credo che un no-deal sarebbe molto dannoso per la nostra economia, per l'economia del Regno Unito e anche per l'Europa. I politici hanno delle responsabilità nei confronti delle persone che rappresentano".

Siamo già quasi al punto in cui non sarà possibile forse per tutti gli Stati membri ratificare l'accordo, e per il parlamento dire la sua. Che cosa succederà se ci vorrà una settimana in più? Ci sarà una situazione ponte? Sarebbe possibile applicare l'accordo raggiunto prima della ratifica a gennaio? Insomma, com'è la situazione? Che cosa potrebbe accadere?

"Il nostro obiettivo immediato, ovviamente, è cercare di fare in modo che l'Unione europea e il Regno Unito possano raggiungere un accordo che sia soddisfacente in termini di relazioni future. L'Europa ha la capacità di sviluppare adeguate procedure di ratifica. Certo, ammetto che c'è poco tempo, ma credo davvero che con una certa creatività sia possibile facilitare la ratifica di un accordo, magari in modo graduale. Ma penso che sia una questione risolvibile in modo soddisfacente una volta che avremo effettivamente concluso un accordo".

"Necessario ricostruire la fiducia"

Le questioni in sospeso rimangono, ovviamente, la pesca - da marzo ci sono stati davvero pochi progressi in quest'ambito - e naturalmente, la parità di condizioni, gli aiuti di stato e la governance. Ci può dire qualcosa su dove siamo in questa fase, e come mai non sono riusciti a trovare un denominatore comune?

"Penso ci rendiamo tutti conto che entrambe le parti temono che una delle due abbia un vantaggio sull'altra per quanto riguarda in particolare gli aiuti di stato. Ma io credo davvero che esista una possibilità di apertura sulla parità di condizioni che possa sfociare in un meccanismo di risoluzione delle controversie in modo da consentire a entrambe le parti di reagire se una delle due violasse l'accordo. Penso che alla base di tutto questo ci sia una necessità di fiducia e di ricostruire la fiducia fra l'Unione europea e il Regno Unito. È sulla base di una solida fiducia che le future relazioni fra Regno Unito ed Europa possono funzionare al meglio".

Riguardo questa fiducia, quanto è stata danneggiata negli ultimi quattro anni di negoziati, se guardiamo alle continue ripartenze ma anche, soprattutto, alla legge sul mercato interno che, se approvata, sarà in violazione del protocollo irlandese?

"Sono convinto che la legge sul mercato interno del Regno Unito abbia effettivamente eroso la fiducia. Detto questo, penso che la reazione misurata dell'Unione europea sia stata importante per calmare gli animi e mantenere l'attenzione sulla sostanza dei negoziati, le future relazioni commerciali. Perché se ci si può accordare su una futura relazione commerciale, questo dovrebbe neutralizzare le clausole offensive nella legge sul mercato interno del Regno Unito e non ne richiederebbe la reintroduzione. Quindi credo che la situazione sia stata gestita in modo misurato e corretto, data l'enormità della posta in gioco con la Brexit per così tanta gente".

Lei dice che quelle clausole sarebbero neutralizzate da un accordo commerciale, ma il Regno Unito insiste che le clausole non saranno rimosse in nessun caso. E per l'Unione europea questo è un prerequisito. Non è così? Voglio dire, nel Regno Unito sembrano molto convinti.

"Penso che dobbiamo avanzare un passo alla volta. Vorrei anche sottolineare che la Camera dei Lord britannica ha emesso un verdetto molto preciso sulle clausole offensive nel disegno di legge sul mercato interno. E il disegno di legge stesso ha avuto finora un percorso molto instabile. Anche in Scozia, per esempio, in Galles, e alla recente riunione del Consiglio britannico-irlandese questo è risultato molto chiaro. Ma lasciando questo da parte, se la sostanza dell'accordo è tale da poter avere una futura relazione commerciale molto proficua con il Regno Unito, penso che da questo possa derivare molto. E i timori e le affermazioni espresse dalla parte britannica chiaramente non si materializzerebbero se avesse un accordo commerciale con l'Europa. Penso che a quel punto quelle sezioni potrebbero decadere".

"Ungheria e Polonia ritirino il veto al Recovery Fund"

Passando ad altre questioni europee, c'è stato a luglio questo momento senza precedenti in cui abbiamo avuto l'accordo sul bilancio dell'Unione europea e sul fondo di salvataggio da 750 miliardi di euro. Ora ci sono due paesi che si oppongono, mentre molti Stati membri hanno davvero bisogno di quel denaro. Che cosa pensa del veto posto da Ungheria e Polonia la scorsa settimana?

"Sono molto, molto deluso. Penso che il veto sia ingiustificato. È un pacchetto finanziario molto importante, che ha rappresentato una svolta storica nell'ambito della collettivizzazione del debito, con tutti gli Stati dell'Unione europea che hanno lavorato insieme per raccogliere fondi sui mercati. E che ora sia rallentato o frenato a causa di due stati membri che hanno problemi per via dell'accordo raggiunto da Parlamento e Consiglio europeo sullo stato di diritto, è deplorevole".

Ma volendosi rivolgere a quei paesi in particolare, che stanno ostacolando l'accesso a quel denaro ad altri Stati membri; paesi dalle democrazie illiberali, che violano i diritti delle persone lgbt e dei rifugiati: in Ungheria il governo ha chiuso un'università; entrambi violano costantemente lo stato di diritto... Volendosi rivolgere a questi due paesi, qual è la sua posizione?

"La mia posizione è che dovrebbero ritirare il veto al pacchetto e facilitare il passaggio del denaro agli Stati membri. Credo che il Trattato serva a indicare come comportarsi in caso di violazione dei valori fondamentali dell'Unione europea. Sono molto preoccupato di fronte all'atteggiamento di certi Stati membri, in particolare la Polonia, per esempio, sulle questioni lgbt. Quest'atteggiamento non è accettabile per molti, per esempio in Irlanda. E più in generale, direi, comunque, che ci sono meccanismi all'interno del Trattato su come affrontare qualsiasi boicottaggio dei valori dell'Unione europea. E penso che sia questo il contesto. E a mio avviso, data la severità della crisi provocata dal Covid-19, è molto, molto importante che questi ostacoli vengano rimossi. E penso anche che questi stati membri, Ungheria e Polonia, dovrebbero prendere conoscenza delle reali opinioni che hanno gli altri paesi su queste questioni".

Risorse addizionali per questo articolo • Versione italiana: Selene Verri