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Covid-19, che ne sarà di una Trastevere svuotata di residenti e dipendente dai turisti?

Una partita a carte nel rione romano di Trastevere
Una partita a carte nel rione romano di Trastevere   -   Diritti d'autore  Foto: Elena Kaniadakis
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Con la fine della quarantena in piazza San Callisto, nel rione di Trastevere nel centro storico di Roma, si è tornato a giocare a carte. Tranne quando il vento troppo forte le farebbe volare via dal tavolino in mezzo alla piazza: in quel caso i giocatori, i cosiddetti “trasteverini”, si accontentano di stare seduti a guardare i passanti, scherzando e salutandosi l’uno con l’altro.

Eppure, nonostante i negozi abbiano riaperto da tempo, camminando per gli stretti vicoli del rione, sulla sponda occidentale del Tevere, si notano molte saracinesche ancora abbassate. Secondo l’Enit, l’Agenzia per il turismo italiana, quest’anno a Roma è previsto un calo del 44% del settore turistico a causa del covid19.

I segni di questa assenza, in un rione come quello di Trastevere che da anni si è dedicato sempre più al settore del turismo, sono evidenti. Solo alcune attività, come i bar, i fruttivendoli o le osterie abituate a lavorare anche con i residenti hanno riaperto le porte.

“Nel centro storico di Roma ci sono oltre 15mila annunci di case affittate ai turisti, di queste 10mila sono case intere” spiega a Euronews Sarah Gainsforth, autrice di “Airbnb città merce”, un libro sullo spopolamento delle città causato dagli affitti brevi per i turisti. “Questo significa che in un rione piccolo come Trastevere il rapporto è di circa un posto letto per un turista ogni due abitanti” spiega.

A detta dei suoi abitanti storici, un tempo Trastevere era come un paese in una grande città. “Poi molti si sono spostati per cercare alloggi più comodi e le case si sono svuotate, per lasciare spazio a un turismo mordi e fuggi” racconta a Euronews la ristoratrice Susy Porcelli. Il nonno di Porcelli di mestiere faceva il carrettiere, ovvero portava il vino dai Castelli romani a Roma con un asino e il carretto. Nel ’35 poi decise di aprire un’osteria per vendere il suo vino, e da allora l’attività è sempre rimasta nelle mani della famiglia. “Anche adesso abbiamo riaperto, anche se con mille difficoltà” racconta la ristoratrice.

“Il rione era una grande famiglia, nessuno chiudeva a chiave le porte. Famiglie anche di dieci persone vivevano nella stessa casa, con una cucina, una camera da letto e il bagno nel ballatoio. Altro che turisti, qui c’erano solo ‘li sorci e ‘li ratti” racconta Roberto, 83 anni, uno dei “trasteverini”, come si definiscono i residenti storici del rione, che ogni pomeriggio si incontra con i suoi amici in piazza San Callisto.

Altro che turisti, qui c’erano solo 'li sorci' e 'li ratti'
Roberto
Trasteverino di 83 anni

Di fronte alla crisi del turismo, alcuni hanno scelto di non riaprire le loro attività perché troppo rischioso, altri invece hanno cercato di adattarsi a un nuovo tipo di domanda.

Roberta D’Onofrio è un’host di Airbnb. Come tanti altri lavoratori del settore in questo periodo si è ritrovata con tutte le prenotazioni cancellate.

“Mi sono detta proviamo ad unire le due cose, le case vacanza e la necessità degli smart workers di trovare luoghi alternativi all’ufficio e alle abitazioni dove lavorare da remoto, e da lì è nata l’idea di affittare le case non più come alloggi turistici, ma come spazi dove lavorare da remoto fuori da casa” racconta D’Onofrio, che ha creato la piattaforma Bnbworkingspaces.

Allo stesso tempo, secondo alcuni residenti questa crisi drammatica del turismo – che ha messo in cassa integrazione tanti lavoratori – può essere anche un’occasione per progettare un turismo futuro più sostenibile.

Foto: Elena Kaniadakis
Uno scorcio di TrastevereFoto: Elena Kaniadakis

Il problema non è tanto il turismo quanto la "monocultura"

Secondo Filippo Celata, professore di Geografia presso l’università La Sapienza di Roma: “Il problema non è ovviamente il turismo di per sé, ma la cosiddetta monocultura, ovvero la conversione generalizzata dell’economia nel settore turistico. Di questo fenomeno Trastevere è un ottimo esempio. Con la diffusione degli affitti brevi è cambiata la morfologia della zona: dal 2014 al 2018 la popolazione residente di Trastevere è diminuita del 40%” spiega il professore.

“La crisi del Covid19 ci ha ricordato l’importanza e la bellezza di fare rete, soprattutto ha dimostrato che questo rione non è morto” racconta a Euronews Gianfranco Caldarelli dell’associazione Trastevere attiva. “Per esempio, con Franco Bendia, proprietario di un supermercato, abbiamo organizzato la distribuzione di voucher solidali per chi aveva difficoltà a fare la spesa”.

Per alcuni abitanti, inoltre, questo momento rappresenta non solo un’occasione per rafforzare la comunità dei residenti, ma anche per ripopolare il rione.

“Nessuno dei turisti che fanno tappa a Trastevere per un weekend si può prendere cura di questo rione. Ma perché un cuoco o un cameriere che lavora qui deve cercare casa dall’altra parte di Roma? Qui c’è un’ampia disponibilità di strutture ricettive. E allora diamo la possibilità anche a queste persone di viverci” sostiene Susy Porcelli.

Un momento ideale per le strategie di ripopolamento del quartiere

Secondo Gainsforth “visto il mutamento del mercato, il momento è ideale per promuovere strategie a lungo termine che diversifichino il tessuto economico del centro storico e ne favoriscano il ripopolamento. Per esempio, si potrebbero proporre incentivi fiscali per i residenti, o promuovere una rigenerazione del patrimonio pubblico a fini abitativi”.

In Italia tuttavia, al contrario di altri paesi europei, si fatica ancora a intervenire sul problema, con conseguenze evidenti, spiega Celata: “Durante l’emergenza per il covid19 a Firenze il comune si è recato nelle case a distribuire mascherine. Il 25% di queste, dove sulla carta risultavano persone residenti, in realtà erano vuote e quindi molto probabilmente residenze fittizie”.

Altre città in Europa hanno adottato, talvolta con difficoltà, degli strumenti di controllo. “Come gli affitti brevi limitati a certi giorni dell’anno, l’obbligo di residenza per gli host oppure l’impossibilità di affittare più di una casa alla volta” spiega il professore. “A Barcellona e New Orleans in zone particolarmente turistiche non si rilasciano licenze per affitti brevi. In Francia, invece, esiste una tassa specifica sugli alloggi vuoti: fino al 15% del valore locativo potenziale”.

Per ora comunque, anche se alcuni alloggi turistici sono stati proposti sul mercato locale italiano, la conversione appare solo provvisoria.

Secondo Emiliano Luciani, direttore dell’agenzia di viaggi Wonder where to stay specializzata nella gestione di case vacanza a Roma, “è probabile che molti di questi continuino a rimanere vuoti, perché non c’è una domanda così alta per affitti a breve termine”.

“È poi probabile che non appena i flussi turistici riprenderanno, tanti di questi appartamenti verranno subito riconvertiti in alloggi turistici, perché molto più remunerativi” spiega Luciani.

Secondo Celata, inoltre, “alcuni gestori sono agenzie di intermediazione potenti che meglio possono sopportare la crisi. Molti inoltre non sono interessati ad affittare ai residenti in un momento di difficoltà economica: perché, per esempio, in caso l’inquilino non riuscisse più a pagare l’affitto sarebbe tutelato da un contratto. I turisti, al contrario, pagano ancora prima di arrivare” argomenta il professore.

Di certo, la tempistica con cui si deciderà o meno di intervenire, per Gainsforth, è cruciale. “Quando il turismo riprenderà lo farà probabilmente in piena crisi economica, con il rischio di speculazione dietro l’angolo. Alcuni avranno comprato appartamenti a prezzi bassi e vorranno investire nel turismo. Il rischio, se non agiamo subito, è che quando il turismo ripartirà potrebbe ripartire peggio di prima” avverte.