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Covid-19, Tutti i genitori sono esausti ma le freelance di più.

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Covid-19, Tutti i genitori sono esausti ma le freelance di più.
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Lavorare da casa con i bambini è difficile per tutti, ma per le donne freelance sicuramente lo è di più.

Lo sa bene Irene Salvi, 34 anni, economista romana che lavora a Bruxelles come consulente. Durante il confinamento ha interrotto il suo congedo di maternità in anticipo con un bambino di tre anni, Pietro, e una neonata di quattro mesi, Amalia.

"Ho deciso di tornare al lavoro - racconta - perché avevo un contratto in scadenza e temevo non solo di perdere questa consulenza ma di rimanere fuori dal mercato del lavoro vista anche la crisi economica in arrivo."

I suoi colleghi maschi, dice, non hanno paura di rifiutare un incarico quando sono impegnati coi figli durante questo periodo di telelavoro. Le colleghe donne, lei inclusa, invece temono di perdere la loro credibilità professionale e preferiscono dire: provo a farlo, farò il possibile.

Irene è molto aiutata dal marito Gian Paolo “Siamo praticamente interscambiabili, a parte per l'allattamento – sorride, e poi ammette – ci sono cose che fa molto meglio lui di me, tipo cucinare.” Anche Gian Paolo lavora da casa in questo periodo. Cercano di fare almeno sei ore di lavoro ciascuno senza interruzioni, alternandosi con i bambini con cui invece di ore ne passano 24. Irene infatti di notte si sveglia almeno due volte per allattare. “Io e Amalia abbiamo un risveglio alle tre, poi uno alle sei e poi quello definitivo alle 7:30 – racconta la mamma - Io di solito resto con i bambini fino alle 9:30 del mattino poi subentra mio marito.”

Gian Paolo con i bambini il primo giorno di lavoro di Irene dopo la maternità

Lavorare fino a mezzonotte

Nel pomeriggio poi lavora uno dei due fino all'ora di cena. Ma con la messa a letto, entrambi rimettono mano ai loro computer, fino a mezzanotte.

“Quando sei una consulente e lavori su un progetto non sono le ore che contano ma la qualità – spiega l'economista che lavora a dei programmi di implementazione economica nei paesi in via di sviluppo - e allora mi viene spontaneo andare a riguardare le cose, controllarle, per non avere la sensazione del lavoro malfatto.”

Ma il desiderio di fare le cose bene, nel lavoro, così come nell'educazione e l'alimentazione dei figli si paga. Con un aumento considerevole dello stress e l'annullamento del tempo per se stessi.

In previsione dell'aumento dello stress genitoriale, durante la crisi del Covid-19 il Belgio ha messo a disposizione una linea telefonica di aiuto ai genitori. Le donne chiamano più degli uomini. Perché?

"Riceviamo dozzine di chiamate a settimana - dichiara Caroline Maison, psicologa –. Le donne sono più perfezioniste e vorrebbero fare tutto al meglio, ma non si rendono conto che lavorando da casa con i bambini stanno già facendo due lavori a tempo pieno contemporaneamente. E per le freelance è peggio, perché non hanno alternative, possibilità di congedo, malattia o aspettativa.”

I Consigli della psicoterapeuta

“Per le lavoratrici autonome, purtroppo ci sono poche soluzioni – ammette Maison -. Possono solo parlare con i datori di lavoro e cercare di farsi comprendere e possono delegare più lavoro in casa al partner. In generale, tutte le donne tendono a sobbarcarsi il maggior carico del lavoro in casa, perché vorrebbero lavorare, avere la casa pulita, pasti sani cucinati con prodotti freschi, e non lasciare i bambini davanti alla TV. Tutto questo senza gli aiuti esterni della scuola, nonni o bambinaie è impossibile. Alle mamme che mi chiamano stressate – prosegue la psicoterapeuta - consiglio di avere meno pretese, soprattutto se in ballo c'è il proprio equilibrio mentale. Un pasto preconfezionato non è la fine del mondo!”

La psicologa spiega che non sono solo le mamme di bambini piccoli ad avere la peggio. Tra le più disperate anche le mamme di adolescenti: “Che rifiutano l'autorità genitoriale in materia scolastica e non fanno il lavoro assegnato dalla scuola”, conclude Maison.

Irene per il momento non ha questo problema, ma la pandemia ha decisamente evidenziato la vulnerabilità lavorativa di professioniste come lei che, nonostante una buona carriera, non hanno nessuna protezione contrattuale.

Irene a lavoro in Senegal