ULTIM'ORA
This content is not available in your region

"Mi ha strangolato di fronte alla bimba": la quarantena aggrava la violenza di genere in Ucraina

"Mi ha strangolato di fronte alla bimba": la quarantena aggrava la violenza di genere in Ucraina
Diritti d'autore  Foto: Emil Filtenborg e Stefan Weichert
Dimensioni di testo Aa Aa

I telefoni squillano ininterrottamente, in questi giorni.

Durante la quarantena, La Strada-Ucraina - un centralino di ascolto e aiuto per le vittime di violenza domestica - sta ricevendo il doppio delle chiamate del solito, tutte da vittime in disperato bisogno di aiuto.

L'Ong dice di non avere un posto dove mandare le vittime: i centri di tutto il paese sono pieni e la polizia è riluttante a cacciare di casa i mariti.

Nel mese di aprile, La Strada-Ucraina ha ricevuto 2.754 segnalazioni di violenza domestica contro le circa 1.590 di marzo. La quarantena è iniziata il 12 marzo. A gennaio le chiamate erano state 1.203, a febbraio 1.273.

"Ma non sono solo numeri. Parliamo anche del tipo di chiamate che riceviamo. Storie di polizia che non agisce o non prende sul serio le chiamate", dice Yuliia Anosova, avvocato della Ong.

Yuliia sottolinea che la capitale ucraina Kyiv, tre milioni di abitanti, ha solo due centri anti-violenza per le donne. Erano già pieni prima della quarantena.

Secondo un rapporto del 2019 dell'Osce, il 7,6 per cento delle donne in Ucraina ha subito violenze fisiche o sessuali negli ultimi 12 mesi da parte del proprio partner. Si tratta di un dato superiore alla media del 4% dell'Unione Europea.

Lo studio indica che solamente il sette per cento di queste donne ucraine che hanno subito violenza dall'attuale partner ha denunciato il fatto alla polizia. Un problema grave già prima del confinamento, aggiunge Anosova.

"Ma ora abbiamo un problema più grande. La polizia è obbligata a trovare un posto per queste donne o a sfrattare il marito. E a causa delle misure restrittive, non è disposta o in grado di farlo", dice Anosova. Anche i mezzi pubblici sono fermi quasi ovunque, continua, e le donne sono così intrappolate tra le mura domestiche "con il loro violentatore, che rimane sempre in casa. Così è molto difficile chiedere aiuto".

"Mio marito mi ha strangolata davanti a mio figlio". La storia di Alina

In un rifugio per donne nella regione di Kyiv, Euronews ha incontrato una donna ucraina che ha chiesto di rimanere anonima per paura di ritorsioni da parte del marito.

Il centro era già pieno, la lista d'attesa lunga, ma è stata fatta un'eccezione vista la gravità della sua situazione. Si tratta dell'unica donna della regione di Kyiv che è riuscita a trovare un posto durante la quarantena.

Alina è riuscita a scappare dall'ex marito violento appena in tempo - Foto: Emil Filtenborg

La donna, che chiameremo Alina, si dice fortunata. Teme che avrebbe potuto essere uccisa se fosse rimasta a casa con il marito. Alina racconta una storia di oltre 20 anni di violenza, esplosa negli ultimi mesi.

"Mia figlia mi ha detto: 'Dobbiamo andarcene'. Ho paura che una volta tornata a casa non sarai più viva", dice Alina, evitando il contatto visivo. "Ho capito che devo andarmene. Era la nostra unica possibilità".

Ma quando ha deciso di andarsene, la violenza è cresciuta al punto da farle temere per la sua vita. Il marito l'ha minacciata con entrambi i coltelli e la pistola. Ad Alina non è mai stato permesso di avere soldi, nemmeno per la spesa. Il marito deteneva il suo passaporto, la teneva costantemente d'occhio e non la lasciava uscire di casa da sola.

Circa un mese fa, durante la quarantena, hanno litigato. Lui ha preso la pistola e ha detto che non avrebbe vissuto senza di lei. "Prima ucciderò te, poi la farò finita", aggiunge Alina.

"Sono andata in bagno. Lui mi ha raggiunto e ha cominciato a soffocarmi. Ho perso conoscenza. Mi sono risvegliata con mia figlia che bussava alla porta", dice Alina con le lacrime agli occhi. "Entrata, mi ha vista sul pavimento. Lui le ha detto: 'Dai un po' d'acqua alla mamma'. Lei gli ha urlato: 'Papà, cosa hai fatto? Che cosa è successo alla mamma?"

"Mentre mia figlia andava in cucina per portarmi dell'acqua, lui ha cominciato a strangolarmi di nuovo, proprio sul pavimento, davanti alla bambina. Lei si è precipitata verso di noi e ha cominciato a spingerlo via", continua Alina.

"Probabilmente era in preda alla rabbia. Non lo so. Mi ha sussurrato: "O stai con me, o muori"".

Un problema sociale in tutta l'Europa dell'Est

Natalia Balasinovich è la leader del consiglio del distretto di Vasylkiv vicino a Kyiv, gestisce il centro anti-violenza. Dice a Euronews che, sebbene il caso della donna sia grave, è tutt'altro che unico. Attualmente il rifugio ospita una decina di donne con bambini, ma la lista d'attesa è lunga.

"È una delle uniche strutture della regione di Kyiv. Le altre non sono operative", dice Balasinovich. "Abbiamo visto raddoppiare o triplicare il numero di donne che hanno bisogno di noi in questo momento. Abbiamo bisogno di più letti".

Secondo la Rete dei Centri di servizi sociali per famiglia, bambini e giovani, ci sono diversi centri di accoglienza per le vittime di violenza domestica nei dintorni della capitale ucraina.

Tuttavia, Euronews non è stata in grado di confermare che siano operativi. Solo un rifugio nel distretto di Obolon ha risposto, scrivendoci in un'email che i posti letto sono terminati.

"C'è anche una mancanza di comprensione del problema e un problema di mentalità - perfino tra le fila della polizia", aggiunge Balasinovich, che teme ciò che potrebbe accadere alle donne che non riceveranno aiuto. "C'è una mancanza di comprensione perché in molti hanno visto il padre picchiare la madre, quindi la cosa passa come normale. Qual è il crimine? Ciò che accade a casa rimane tra le mura domestiche".

Un sondaggio del 2017 condotto da La Strada-Ucraina tra gli operatori della giustizia penale mostra che il 39 per cento dei rispondenti ritenga che la violenza domestica sia un affare privato, mentre il 60 per cento pensa che le vittime possano essere in parte responsabili di aver provocato la violenza. Nel 2015, La Strada-Ucraina ha stimato che solo il 4,5 per cento degli ucraini ha denunciato episodi di violenza domestica.

Nel rapporto del 2019, l'Osce sottolinea che "la discriminazione e le disuguaglianze economiche, compresa la mancanza di indipendenza economica" sono la norma in diversi paesi dell'Europa orientale, e possono "rendere le donne più vulnerabili alla violenza".

Katalin Fabian è professore al Lafayette College in Pennsylvania, vicino a New York. Da oltre un decennio si occupa di violenza domestica e di questioni di genere nell'Europa dell'Est. Secondo Fabian, nativo ungherese, i problemi riscontrati in Ucraina sono simili in tutta l'Europa orientale.

"Ci sono alcuni atroci crimini specifici di genere in molte aree dell'Europa centrale e orientale e le donne spesso non hanno sufficienti opzioni o informazioni per porre rimedio alla loro situazione e a quella dei loro figli", dice Fabian. L'esperto riscontra problematiche anche tra le forze dell'ordine. "I rifugi sono solamente una soluzione temporanea. Molti paesi non hanno una strategia chiara su come aiutare queste vittime".

"Una volta esistevano sistemi di sostegno migliori per queste donne. Ma la rete delle ONG è crollata nell'ultimo decennio, in Est Europa, e alcune di esse esistono solo di nome. I governi hanno tagliato i finanziamenti", afferma Fabian, "Ora il denaro va alle Ong che sono in accordo con i valori tradizionali dello Stato e dove l'attenzione è rivolta a cercare di tenere insieme il nucleo familiare".

Euronews ha contattato la Polizia Nazionale Ucraina e il Ministero delle Politiche Sociali dell'Ucraina, senza alcuna risposta.

"Ho dovuto accettare questa situazione perché non avevo aiuto".

Alina è fuggita dal marito con la figlia pochi giorni dopo l'episodio di strangolamento. È frustrata perché la polizia è venuta più volte a casa sua, ma non ha mai fatto nulla per aiutarla. Quando ha implorato aiuto, hanno concordato con il marito di mandarla in un ospedale psichiatrico. Lui sosteneva che la moglie avesse una malattia mentale.

Ho passato 28 anni della mia vita in quarantena con mio marito
Alina

"Ho detto alla polizia che avevo bisogno di aiuto, ma non hanno fatto nulla. Per molto tempo ho anche pensato che non ci fossero altre possibilità", dice Alina. "In qualche modo, avevo appena accettato la mia situazione. Non sapevo cosa fare".

Alina si dice certa del fatto che l'ex marito la ucciderebbe, se dovesse tornare indietro - Foto: Emil Filtenborg

Alla fine ha lasciato l'ospedale psichiatrico. L'ultimo tentativo del marito di cercare di controllarla, secondo Alina. Ha buone conoscenze, e per lei è stato difficile scappare.

"Ho passato 28 anni della mia vita in quarantena con mio marito", dice Alina, "Ora voglio solo che il confinamento in Ucraina finisca, in modo da poter trovare un lavoro e iniziare una nuova vita... non voglio più tornare indietro. So per certo che se dovessi farlo, morirei".

"Prima della quarantena, i mariti andavano a lavorare e così le donne non erano sempre vittime di violenza domestica", afferma Anosova di La Strada-Ucraina. "Ma non è più così".

L'Ucraina è sulla buona strada per combattere la violenza domestica?

Nel 2017 l'Ucraina ha adottato una nuova legge che criminalizza la violenza domestica. È stata accolta con favore da organizzazioni come Amnesty International. La speranza è che sia un punto di svolta per i diritti delle donne nel Paese.

Open Democracy indica che la polizia ucraina ha istituito una particolare unità in diverse città ucraine, come a Kyiv, per rispondere ai casi di violenza domestica.

Il piano finale è quello di avere avere 45 gruppi di polizia specializzati nel paese.

Tuttavia, secondo il rapporto Osce del 2019, in Ucraina persistono ancora gravi problemi, così come in Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Moldavia, Montenegro, Macedonia settentrionale e Serbia.

Inoltre, Kyiv non ha ratificato la Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa che mira a prevenire e combattere la violenza contro le donne.

"Molti Paesi dell'Europa orientale hanno firmato leggi specifiche, e alcuni hanno persino ratificato le Convenzioni del Consiglio d'Europa di Istanbul, ma poi in pochissimi sono passati ad un'attuazione significativa. In Ungheria e in Polonia, vediamo anzi un allontanamento dalla sensibilità sulle questioni di genere", conclude Fabian.