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Un drone per aiutare a salvare vite nel Mediterraneo, il progetto di Open Arms e ingegneri spagnoli

Un drone per aiutare a salvare vite nel Mediterraneo, il progetto di Open Arms e ingegneri spagnoli
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Universitat Politècnica de Catalunya UPC - Barcelona Tech
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Pià di 2mila persone sono morte affogate nel Mediterraneo nel 2018, secondo i dati che ha potuto raccogliere l'UNHCR, l'Agenzia Onu per i rifugiati. Per evitare altre vittime e supportare le operazioni di ricerca e salvataggio dei migranti in mare, ingegneri spagnoli stanno mettendo a punto un drone in collaborazione con la Ong Proactiva Open Arms.

"Si tratta di un drone ad ala fissa con telecamera che registra tutto ciò che sorvola. Quando scorge un'imbarcazione, il software rileva se è alla deriva e calcola la coordinate (longitudine e latitudine) con il GPS", spiega Azamat Kinzyabaev, uno degli sviluppatori, a Euronews.

Kinzyabaev sottolinea come il drone sarà anche in grado di tracciare la traiettoria verso la quale la nave è diretta e di inviare un allarme alla nave di soccorso umanitario Open Arms, la quale può quindi decidere se intervenire con un'operazione di salvataggio.

Il progetto si chiama FREEDA, promosso dalla Fondazione Hemav, un'organizzazione no-profit che si occupa di sviluppo tecnologico per scopi sociali, in collaborazione con gli studenti dell'Università Politecnica della Catalogna.

La squadra di Hemav Foundation e un membro della Ong Open Arms

"Questo sistema è implementato per aumentare la portata della ricerca e per migliorare la sicurezza delle squadre di soccorso, perché in molte occasioni, soprattutto sulle coste della Libia, sono state attaccate dalla guardia costiera locale", aggiunge. L'idea è nata dal lavoro di fine corso del responsabile dei lavori, Sergi Tres, che ha pensato di integrare una termocamera a infrarossi su un drone, rendendolo così in grado di rilevare il calore e identificare persone in alto mare. Queste appaiono sullo schermo come puntini rossi.

Quando il progetto è stato esteso, è stato deciso di integrare una fotocamera digitale in grado di registrare le immagini nello spettro visibile e progettare un sistema in grado di riconoscere automaticamente le navi alla deriva nel Mediterraneo. Lo scorso fine settimana, il drone è stato testato al largo della costa spagnola, a Burriana, e gli ingegneri si sono resi conto che manca ancora qualche fase di sviluppo prima di poterlo utilizzare. L'attrezzatura è insufficiente e c'è bisogno di finanziamenti ulteriori per acquistare migliori apparecchiature elettroniche e telecamere.

Kinzyabaev ritiene che uno dei problemi dell'utilizzo dei droni sia la portata: quelli operativi hanno un'ora e mezza di autonomia, il che significa che possono coprire una distanza di 100-130 chilometri, ovvero al massimo una cinquantina di chilometri all'andata e una cinquantina al ritorno. A volte però le missioni hanno bisogno di un range più ampio per pattugliare le acque mediterranee.

Test con il drone nell'ambito del progetto FREEDA a Burriana (Castellón)

Un'altra sfida è quella di migliorare l'affidabilità del sistema di rilevamento, in modo da non confondere le barche alla deriva con pescherecci o barche a vela. Per farlo, si pensa di inviare ad Open Arms delle immagini dell'imbarcazione affinché sia l'uomo ad avere l'ultima parola.

"Siamo ancora molto lontani dall'orizzonte operativo, potremmo fare una prima versione funzionale ma per soddisfare realmente le esigenze sarà necessario continuare a lavorare".