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Film della settimana di Euronews Culture: 'Fjord', una Palma d'Oro 2026 meritata?

Il film della settimana: Fjord
Il film della settimana: Fjord Diritti d'autore  Le Pacte
Diritti d'autore Le Pacte
Di David Mouriquand
Pubblicato il
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Una famiglia rumena molto religiosa entra in conflitto con i principi liberali della Norvegia quando la coppia viene sospettata di abusi sui figli. Il film, Palma d’oro di quest’anno, dividerà il pubblico: ed è proprio ciò che vuole.

Il vincitore della Palma d’Oro di quest’anno è un film che divide le opinioni. E vuole farlo.

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Dopo aver vinto la sua prima Palma d’Oro nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, il regista rumeno Cristian Mungiu ha conquistato ancora una volta il massimo riconoscimento a Cannes con Fjord. Si tratta di un dramma sociale che pone una domanda difficile da affrontare, specialmente ai giorni nostri: combatteresti per i diritti di qualcuno con cui non sei affatto d’accordo?

Ispirato a eventi reali e casi recenti in Norvegia, il racconto segue la famiglia Gheorghiu che arriva nella remota cittadina portuale scandinava di Ålesund. Mihai (Sebastian Stan), ingegnere aeronautico rumeno, e sua moglie Lisbet (Renate Reinsve), infermiera norvegese, hanno cinque figli e sono profondamente devoti evangelici. Appena sistemati nel loro nuovo ambiente, la coppia viene sospettata di maltrattare fisicamente i figli, dopo che un’insegnante nota dei lividi sulla primogenita Elia (Vanessa Ceban).

Da qui parte una serie di eventi improvvisi, proprio come le valanghe che si verificano dietro la scuola. Le autorità intervengono rapidamente: i servizi sociali norvegesi tolgono i bambini ai genitori, incluso il neonato ancora allattato al seno, affidandoli a famiglie affidatarie durante l’indagine.

Mihai ammette di aver dato qualche schiaffo sul sedere come punizione, mentre Lisbet racconta di aver spinto la figlia per salvarla da un incidente con acqua bollente in cucina. Agli occhi delle autorità però, uno schiaffo equivale a picchiare un bambino e quella spinta può essere interpretata come abuso fisico.

"Siamo qui per aiutare", dicono. "Dobbiamo tutelare il benessere dei bambini."

Allora perché sembra quasi un rapimento legalizzato dallo Stato?

FjordFjord

Mungiu non è nuovo a temi come il fondamentalismo, gli abusi burocratici e le oppressioni, che ha già esplorato nelle sue parabole morali, come nella sua indagine sulla xenofobia in R.M.N. del 2022. Questa volta rivolge il suo sguardo a una società che non è la sua, mettendo in luce le crepe della più ampia società occidentale – in particolare di un Paese noto per la sua presunta tolleranza e liberalismo progressista.

Ambientando la vicenda in un’utopia ultra-liberale, il regista sfida lo spettatore a confrontarsi con diverse domande – sul dramma e su se stesso. I Gheorghiu sono davvero colpevoli di abuso o perseguitati per le loro rigide convinzioni religiose? È solo un equivoco linguistico, o dietro ai valori liberali si nasconde una xenofobia profonda, soprattutto di fronte a tradizioni conservatrici e culture diverse? Dove finisce la disciplina e dove inizia l’abuso in uno scontro tra "la loro cultura" e "le nostre leggi"? È possibile trovare un terreno comune in un mondo così polarizzato, dove non tutte le opinioni hanno spazio equo, specie in un contesto di coesione sociale?

Come si intuisce, Fjord ha molti aspetti, ma non è certo un film rilassante.

Un grande merito di Mungiu è affidarsi al pensiero critico dello spettatore. Invece di offrire risposte facili, il regista lascia che il pubblico formi le proprie opinioni, mostrando come chi si considera benevolo o tollerante finisca presto per essere limitato dall’imposizione delle proprie idee. Per quanto siano ben intenzionate.

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Fjord dà il meglio di sé quando tratta i suoi temi, sostenuti da interpretazioni misurate di un cast che sa esprimere una rabbia interiore con discrezione.

Sebastian Stan è quasi irriconoscibile nei panni del patriarca calvo e severo, convinto che il matrimonio debba essere tra uomo e donna. Interpreta Mihai con il giusto controllo, anche mentre il suo mondo crolla intorno a lui. Renate Reinsve, invece, dimostra ancora una volta la sua versatilità. Lisbet è una persona profondamente religiosa che mette in pratica ciò che predica aiutando la comunità come assistente sanitaria – anche se si concede qualche tentativo di proselitismo dopo la morte di una sua paziente. Le sue reazioni deliberate e contenute sono una lezione di disperazione sottile, soprattutto nel primo confronto con i servizi sociali.

Un plauso speciale va a Ellen Dorrit Petersen, che interpreta Gunda, agente dei servizi sociali. La Petersen la rende inquietantemente clinica senza scadere nel caricaturale, trasformandola in un inquisitore vestito di pastello che usa un glaciale autocontrollo come arma.

Queste interpretazioni spingono lo spettatore a riconsiderare spesso le proprie simpatie, che sono poche. Come Mungiu evita risposte definitive, anche i personaggi non si lasciano ridurre a categorie nette. Così il regista mostra che chi rimane arroccato sulle proprie opinioni senza empatia dimostra come tutte le forme di estremismo siano facce della stessa medaglia rigida.

FjordFjord

Dove Fjord fallisce è nella seconda metà. Il realismo crudo e l’approccio metodico funzionano fino a un certo punto, ma quando il film si trasforma in un dramma giudiziario già visto mille volte, cominciano a emergere le crepe.

I dialoghi a volte suonano rigidi, la formalità si fa fin troppo familiare e alcuni aspetti scadono nel didascalismo. C’è anche una sottotrama con i vicini di casa e la loro adolescente Noora (Henrikke Lund Olsen), il cui legame quasi ossessivo con Elia non convince del tutto. Questo filone porta a un finale debole, che indebolisce alcuni momenti più sottili del film.

La seconda metà di Fjord richiama alla mente altri film recenti come Anatomy of a Fall o il The Hunt (2012) di Thomas Vinterberg, con Mads Mikkelsen nel ruolo di un insegnante asilo accusato di abuso sessuale su un bambino, in un’ambiente dove le parole dei bambini sono prese come verità assoluta. Nonostante la riflessione stimolata da Fjord, questi film risultano più efficaci e incisivi. Lo stesso vale per i precedenti lavori di Mungiu, 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, Oltre le colline e R.M.N., che mantenevano una tensione costante, ora affievolita nell’ultima sua opera.

Ecco un’altra domanda: Fjord merita davvero la Palma d’Oro?

Pur affrontando con coinvolgimento le contraddizioni morali delle “guerre culturali” contemporanee e mostrando come l’intolleranza si manifesti in molte forme, mettendo in luce come anche la difesa della tolleranza possa escludere brutalmente, Fjord non convince pienamente. Non raggiunge nemmeno la qualità di altri film in gara a Cannes quest’anno - tra cui spicca ancora Fatherland di Paweł Pawlikowski.

Le discussioni (e i possibili dibattiti) che Fjord susciterà saranno senz’altro interessanti. Forse più del film stesso.

Fjord è già uscito in Romania, Grecia e Francia e continuerà la sua uscita differita in Europa questo autunno. Sarà presentato al Toronto International Film Festival del prossimo mese, prima dell’arrivo nelle sale di USA e Canada in ottobre. Paesi come Germania, Spagna e Polonia dovranno aspettare fino a gennaio 2027.

Video editor • Amber Louise Bryce

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