Ricostruzione del rapporto tra Donald Trump e Giorgia Meloni: incontri, sintonia politica e progressivo raffreddamento fino alle tensioni su Medio Oriente, Nato e crisi di Hormuz
Per mesi è stata raccontata come una stagione di “corrispondenze di amorosi sensi” politici tra Donald Trump e Giorgia Meloni. Una relazione fatta di complimenti pubblici, strette di mano insistite e quella chimica da politica personalizzata che il presidente americano ha sempre coltivato con i leader stranieri.
Trump che definisce la premier italiana “una dei veri leader del mondo”, Meloni che rivendica di potergli parlare “con franchezza anche quando non siamo d’accordo”, e un asse transatlantico che tra Mar-a-Lago e Casa Bianca sembrava più una relazione personale che una normale architettura diplomatica.
Nel repertorio trumpiano, del resto, l'approccio amicale è parte del metodo: da “Giuseppi” Conte a “Little Rocket Man” per Kim Jong-un e ai vari leader globali ribattezzati in presa diretta, la politica passa anche dal registro informale, quasi domestico.
E Meloni, per mesi, è sembrata la controparte perfetta: abbastanza vicina per capirne il linguaggio, abbastanza strutturata per restare dentro il perimetro europeo. Poi arriva la miccia. E questa volta è un punto sensibile, quasi intoccabile nella politica italiana: il Papa.
In Italia - che si tratti di destra o sinistra - l’idea stessa di mettere in discussione la figura del Pontefice è una linea rossa. E lo è ancora di più per una premier che si è sempre definita espressione di una "destra liberale, cristiana, identitaria e patriottica". Non una formula ornamentale, ma un posizionamento politico che tiene insieme sovranismo e radici culturali profonde.
Da lì, tutto il resto si innesta come su un terreno già minato.
Perché mentre il simbolico esplode, il concreto si irrigidisce. Gli Stati Uniti spingono sugli alleati per un coinvolgimento più diretto nello scacchiere mediorientale, con richieste operative che arrivano fino al nodo più delicato per Roma: l’uso delle basi militari italiane come piattaforma logistica in scenari ad alta intensità.
In parallelo, la crisi nello Stretto di Hormuz riporta la pressione militare al centro del dossier atlantico, con Washington che sollecita una risposta più robusta degli alleati.
E sullo sfondo resta il Medio Oriente, dove il rapporto con Israele salta anche in Italia.
Il risultato è un paradosso politico quasi rovesciato: attorno al Papa si ricompone un fronte interno inedito. Palazzo Chigi e Quirinale sulla stessa linea in difesa di Leone XIV, attaccato da Trump, le opposizioni che non affondano ma convergono sulla difesa istituzionale, e una premier che non può sciogliere il nodo tra la pressione americana e il perimetro politico italiano.
Ma un tempo, lo dice la timeline, è stata "affinità elettiva".
8 dicembre 2024 - Parigi, il primo faccia a faccia
Il primo vero incrocio tra i due risale all’Eliseo, a margine della riapertura di Notre Dame. È un incontro rapido, in un contesto multilaterale molto affollato, ma sufficiente a segnare l’avvio pubblico della relazione politica.
Donald Trump, allora presidente eletto, definisce Meloni “piena di energia, fantastica”, secondo quanto riferito da ambienti presenti all’incontro. La frase viene letta come un primo segnale di sintonia personale, in una fase in cui il nuovo equilibrio alla Casa Bianca non è ancora formalmente avviato.
4 gennaio 2025 - Mar-a-Lago e la visita nel pieno della crisi Sala
Nel pieno del rapimento della giornalista Cecilia Sala in Iran, la premier vola in Florida per un incontro nella residenza di Mar-a-Lago. La visita, molto breve e non preceduta da annunci ufficiali, viene interpretata come un gesto politico forte, in un momento di alta tensione internazionale.
Trump, secondo fonti vicine al tycoon, resta colpito dalla scelta e descrive la premier come una leader che "ha davvero preso d’assalto l’Europa." Nei giorni successivi aggiunge pubblicamente: “Gli altri leader hanno mostrato grande rispetto per il nostro Paese. Meloni è volata qui per poche ore solo per vedermi.”
Il passaggio rafforza l’idea di un rapporto personale già consolidato, costruito su contatti diretti più che su canali istituzionali tradizionali.
20 gennaio 2025 - Washington, tra i pochi leader europei all’inaugurazione
Meloni è tra i pochi leader europei presenti a Washington per l’insediamento di Donald Trump. La sua presenza viene letta nelle capitali europee come un segnale politico rilevante, anche per la marginalità della rappresentanza Ue alla cerimonia.
Un elemento sottolineato nelle cronache diplomatiche e interpretato come indicazione di una linea di dialogo privilegiato tra Roma e la nuova amministrazione americana.
Pochi giorni dopo, a Davos, Trump lascia intendere la possibilità di un rapporto personale e politico con la premier italiana: "Mi piace molto, vediamo cosa succede."
E, nel contesto delle tensioni commerciali con Bruxelles, torna a criticare l’Unione europea, evocando possibili margini di trattativa su dazi ed esenzioni, in un quadro in cui - secondo le sue parole - l’Ue "tratta molto male gli Stati Uniti".
17 aprile 2025 - Casa Bianca, il picco politico del rapporto
La visita ufficiale alla Casa Bianca rappresenta il momento più alto della relazione tra i due leader. L’incontro è accompagnato da una forte esposizione mediatica e da toni marcatamente personali.
Trump affida ai social un messaggio esplicito: “Meloni ama il suo Paese e l’impressione che ha lasciato su tutti è stata fantastica!!!”
Nel colloquio, la premier invita il presidente in Italia e propone l’idea di un formato allargato con l’Europa, con l’obiettivo di consolidare un canale politico diretto tra Washington e Bruxelles.
Fonti diplomatiche descrivono l’incontro come “solido sul piano politico e sorprendentemente disteso sul piano personale”, con una evidente sintonia tra i due leader.
26 aprile 2025 - Vaticano, il primo colloquio informale
Ai funerali di Papa Francesco, i due si incontrano brevemente in Vaticano. Il contesto è altamente simbolico e carico di significato istituzionale, con la presenza di numerosi leader mondiali.
Fonti presenti riferiscono di uno scambio rapido ma significativo, in cui i dossier internazionali vengono solo sfiorati, ma che conferma la continuità del canale diretto tra i due.
Giugno 2025 - G7 Canada, la panchina di Kananaskis
Il G7 in Canada segna uno degli episodi più citati del rapporto. Le posizioni di Trump su alcune ipotesi di mediazione internazionale nel dossier iraniano spiazzano diverse delegazioni europee.
In questo contesto, Meloni e Trump si isolano su una panchina di legno nel resort di Kananaskis, lontano dagli staff. Il colloquio, secondo fonti diplomatiche, è lungo e molto diretto, e contribuisce a ricomporre alcune tensioni nella stesura finale della dichiarazione sulla crisi Israele-Iran.
Pochi giorni dopo, al vertice Nato, i due si ritrovano nuovamente seduti vicini e intrattengono un confronto informale sui principali dossier di sicurezza.
17 agosto 2025 - Washington, l’incontro con Zelensky
Meloni partecipa all’incontro convocato da Trump alla Casa Bianca con Volodymyr Zelensky. È un vertice ristretto, pensato per discutere il futuro del sostegno occidentale a Kiev.
Il presidente americano la definisce: “Una grande leader, d’ispirazione per tanti.” E aggiunge, con riferimento diretto alla sua permanenza al governo: “Nonostante la giovane età governa da molto. Governerai a lungo.”
13 ottobre 2025 - Sharm el-Sheikh, il vertice di Gaza
In Egitto i due leader si ritrovano al vertice di pace per Gaza, in un contesto segnato dal nuovo piano promosso da Trump. Il presidente, sul palco, scherza: “Chi è questa donna?” Poi la presenta alla platea internazionale come: “Una leader molto forte, sta facendo un ottimo lavoro.”
Il giorno successivo, sui social, arriva anche un endorsement informale di Trump ma mediaticamente rilevante: la promozione della autobiografia della premier con l’invito a leggerla.
Inizio 2026 - dal Nobel alle prime tensioni
Sul ruolo svolto dal presidente Usa in relazione alla guerra in Ucraina, Il 23 gennaio 2026, in conferenza stampa dopo un vertice con la Germania, Meloni ha dichiarato: "Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina… e quindi finalmente anche noi potremo candidare Donald Trump al Nobel per la pace."
Ma, sempre all’inizio del 2026, la premier ribadisce pubblicamente la sua disponibilità a dire a Trump anche quando non condivide le sue posizioni, sottolineando la natura non formale del rapporto.
Nello stesso periodo emergono, infatti, le prime divergenze strutturali su Nato e Medio Oriente, con particolare riferimento alla gestione delle crisi regionali.
Marzo 2026 - Hormuz, il primo vero strappo operativo
La crisi nello Stretto di Hormuz segna il primo punto di frizione sostanziale. Gli Stati Uniti spingono per un maggiore coinvolgimento degli alleati nella sicurezza della regione. L’Italia, dopo consultazioni tra Palazzo Chigi, Farnesina e Quirinale, mantiene una posizione prudente e multilaterale.
Fonti di governo sintetizzano la linea con una formula netta: “Nessun automatismo sull’uso delle basi italiane per operazioni offensive.”
Una posizione che viene registrata con attenzione a Washington, dove ambienti diplomatici parlano di sorpresa per la cautela europea.
14–15 aprile 2026 - la frattura pubblica
Nel pieno della crisi, alcune dichiarazioni provenienti dagli Stati Uniti vengono interpretate a Roma come critiche dirette alla posizione italiana.
Fonti di Palazzo Chigi parlano di "toni non coordinati attraverso i canali diplomatici", segnalando un passaggio comunicativo più rigido rispetto alle fasi precedenti.
La risposta del governo è formale ma ferma: "L’Italia resta impegnata nella sicurezza internazionale, ma ogni decisione avviene nel quadro Nato e multilaterale." È il momento in cui il rapporto entra in una fase di raffreddamento pubblico evidente.
Roma - il fronte interno compatto
Sul piano interno, nello stesso periodo, si registra una convergenza istituzionale tra Quirinale e governo in seguito a dichiarazioni internazionali considerate offensive verso il Papa. Il Quirinale richiama la necessità di “rispetto delle istituzioni e del ruolo del Pontefice”.
Anche l’opposizione, con Elly Schlein, interviene sottolineando: "Serve una risposta unitaria dell’Italia quando è in gioco la dignità del Paese."