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Le capitali UE restano indietro rispetto a Bruxelles su personale e tecnologia

FILE - Le bandiere dell'Unione europea sventolano al vento davanti alla sede dell'UE a Bruxelles, prima di un annuncio su Google. 23 luglio 2026.
Foto d'archivio - Le bandiere dell'Unione europea sventolano al vento davanti alla sede della UE a Bruxelles, prima di un annuncio su Google. 23 luglio 2026. Diritti d'autore  Copyright 2026 The Associated Press. All rights reserved.
Diritti d'autore Copyright 2026 The Associated Press. All rights reserved.
Di Egle Markeviciute, EU Tech Loop with Euronews
Pubblicato il
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Mentre le istituzioni dell’UE sperimentano l’IA per gestire carichi di lavoro in crescita, molte capitali nazionali non hanno ancora personale, strumenti e reti di interlocutori per stare al passo con Bruxelles.

Il dibattito sulla necessità che l'UE acceleri il processo decisionale, limiti l'uso del veto e, più in generale, rafforzi il proprio quadro istituzionale non è nuovo.

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Questo divario è sempre più anche tecnologico: le istituzioni europee sperimentano strumenti di intelligenza artificiale per gestire il carico di lavoro, mentre molte capitali restano indietro.

Ma raramente ci si interroga se i singoli Stati membri stiano tenendo il passo con la crescente velocità legislativa dell'UE o se riescano a rappresentare in modo efficace le proprie posizioni nazionali.

La Commissione europea starebbe valutando l'invio di funzionari nelle capitali degli Stati membri per rafforzare la sua influenza locale e la conoscenza delle politiche. Gli Stati membri, però, non fanno lo stesso per quanto riguarda la loro rappresentanza a Bruxelles.

Conflitti tra istituzioni

Le dimensioni, naturalmente, non sono tutto. Alcuni Stati membri più piccoli sono efficaci nonostante burocrazie snelle, ma la maggior parte deve affrontare una serie di problemi legati a un approccio ormai superato agli affari europei.

Il problema riguarda la mancanza di personale, le difficoltà nel reclutare e trattenere talenti, la scarsa coordinazione tra le Rappresentanze permanenti (PermRep) e le capitali degli Stati membri, l'assenza di un approccio orizzontale alla gestione delle politiche UE a livello ministeriale e il mancato ricorso a nuove soluzioni tecnologiche quando i vincoli di bilancio o politici impediscono di aumentare l'organico.

Alla fine, alcuni Stati membri finiscono per agire come semplici osservatori o reattori, invece di partecipare attivamente al processo legislativo europeo.

Per questi Paesi, essere proattivi nel plasmare l'agenda legislativa dell'UE è fuori discussione.

Ora che il dibattito sul Mercato unico e su un'Unione che si avvicina a una federazione pragmatica si fa più attuale, gli Stati membri — soprattutto quelli più piccoli — dovrebbero seguire le buone pratiche dei Paesi più efficaci e delle stesse istituzioni europee, rafforzando la propria rappresentanza sulle politiche dell'UE.

Cosa è in gioco

I rappresentanti dei governi nazionali siedono in circa 140 comitati e gruppi di lavoro a Bruxelles, che si occupano di un'ampia gamma di politiche con impatti su economie, settori produttivi e cittadini.

Con la crescente velocità del processo legislativo europeo, metodi che in passato funzionavano potrebbero non essere più adatti al presente né al futuro.

La dimensione esatta e le competenze delle Rappresentanze permanenti dei Paesi a Bruxelles sono notoriamente difficili da ricostruire, ma secondo un rapporto del 2019 del think tank danese Europa, il numero di addetti variava da 69 a 200 a seconda dello Stato membro.

Secondo quel rapporto, Paesi dell'Europa occidentale come Germania, Francia, Belgio e Austria guidavano la classifica con 150-200 dipendenti; il gruppo intermedio — Romania (che in quel momento presiedeva il Consiglio dell'UE), Regno Unito, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Svezia, Polonia, Cechia, Finlandia e Irlanda — contava tra 103 e 147 dipendenti.

Il terzo gruppo, composto per lo più da Stati membri più piccoli o dell'Europa orientale come Lituania, Portogallo, Ungheria, Slovacchia, Lussemburgo, Croazia, Danimarca, Estonia, Cipro, Slovenia e Lettonia, aveva soltanto tra 69 e 89 dipendenti, vale a dire da due a tre volte meno rispetto ai Paesi occidentali.

Anche se la dimensione non coincide necessariamente con la qualità, i Paesi sotto-rappresentati faticano spesso a influenzare in modo significativo gli affari europei.

Questo deficit di personale emerge in modo particolare durante le loro Presidenze del Consiglio dell'UE, quando è difficile assumere competenze esterne e il nucleo interno è sovraccarico.

Ecosistemi di portatori di interesse diseguali nell'UE

Nelle democrazie, le agende dei decisori politici sono naturalmente influenzate dagli elettori, rappresentati da associazioni di categoria, esperti, opinion leader e dal settore non governativo.

Tuttavia, nei Paesi membri con ecosistemi limitati, il legame tra le politiche europee e i vari portatori di interesse è debole.

Di conseguenza, i decisori ricevono raramente un feedback tempestivo e costruttivo quando ne avrebbero più bisogno, e sono costretti a prendere decisioni basandosi solo sul dialogo tra istituzioni o su contatti sporadici con pochi stakeholder proattivi.

La scarsa propensione del settore privato europeo a sostenere in modo filantropico le ONG, e l'assenza di un approccio guidato dall'ecosistema nelle associazioni di categoria a livello UE, meriterebbero un'analisi a parte, ma sono soprattutto gli Stati membri più piccoli a soffrirne.

In questi Paesi le industrie sono più piccole. Le associazioni imprenditoriali nazionali devono spesso agire come grandi organizzazioni ombrello per sopravvivere, il che ne limita la specializzazione. Inoltre, un settore dei media ridotto non ha la capacità di seguire in modo proattivo e contestualizzato gli affari europei.

La qualità del dibattito pubblico sulle politiche dell'UE negli Stati membri più piccoli è scarsa: nella migliore delle ipotesi è in ritardo, nella peggiore è inesistente.

Molto spesso la discussione pubblica sulla legislazione europea inizia solo nella fase di recepimento, quando lo spazio per modifiche è ormai ridotto. Di conseguenza il dibattito rimane superficiale, schiacciato tra comunicati stampa ufficiali dell'UE, dai toni ottimistici, e un atteggiamento sconfitto, eccessivamente critico e pessimista.

I meccanismi di consultazione dell'UE e dell'Irlanda da prendere a modello

I meccanismi di consultazione dei portatori di interesse dell'UE, come la piattaforma "Have Your Say" ("Dite la vostra"), ricevono la loro quota di critiche. Tuttavia restano modelli inclusivi e trasparenti che andrebbero replicati a livello di Stati membri.

Paesi come l'Irlanda hanno già adottato questo approccio attraverso sistemi di consultazione pubblica aperti e trasparenti.

In Irlanda, vari portatori di interesse sono invitati a esprimere le proprie opinioni non solo sulle priorità della Presidenza dell'UE del Paese, ma anche su specifici dossier legislativi al centro del dibattito europeo, come la recente richiesta di contributi sull'EU Digital Networks Act.

Alcuni temono che il settore pubblico nazionale non sia in grado di gestire posizioni divergenti, con il rischio di creare ulteriore caos. Ma i metodi tradizionali di consultazione usati dalla maggior parte dei Paesi, come tavole rotonde e riunioni ad hoc, non sono più efficaci.

Creare nuovi quadri che permettano a tutte le parti interessate, indipendentemente da quanto siano polarizzate le loro posizioni, di esprimere pubblicamente il proprio punto di vista sulle questioni europee, aumenterebbe la trasparenza, rafforzerebbe la responsabilità dei decisori politici, costruirebbe fiducia nelle istituzioni nazionali e in quelle europee e stimolerebbe l'interesse e il coinvolgimento sugli affari UE.

Cosa si può fare oltre ad aumentare il personale

È difficile confutare l'argomento secondo cui la burocrazia è già troppo vasta, soprattutto nei Paesi che adottano un approccio più rigoroso alla spesa pubblica e al debito.

Tuttavia le questioni europee non sono un ambito su cui i governi dovrebbero risparmiare, soprattutto ora che l'UE si sta muovendo verso un Mercato unico più integrato, con regole armonizzate e meno direttive. Queste in passato lasciavano una certa flessibilità alle esigenze e alle prospettive locali.

I dati disponibili sul numero di dipendenti delle istituzioni europee dovrebbero bastare a convincere i ministeri delle Finanze e gli scettici che il processo legislativo dell'UE è ampio e complesso e richiede investimenti adeguati per potervi partecipare in modo costruttivo.

Stanziare più fondi per il personale o creare piattaforme di consultazione dei portatori di interesse non è comunque una soluzione miracolosa.

Altre difficoltà, come la scarsa coordinazione orizzontale tra ministeri, l'incapacità di preservare la memoria istituzionale e la mancanza di tempo, possono essere affrontate anche dal punto di vista tecnologico, con soluzioni che vanno da strumenti di intelligenza artificiale su misura — un'ottima opportunità per il settore tecnologico europeo — ad altri strumenti.

Ancor più importante, iniziare a sviluppare questi strumenti, raccogliere dati pertinenti e definire strutture amministrative spingerà naturalmente i Paesi a ripensare l'attuale modus operandi sulle questioni europee.

Infine, la recente Comunicazione della Commissione europea sul miglioramento della regolamentazione prevede l'introduzione di nuovi strumenti informatici per rendere più efficace il processo legislativo.

La Commissione punta a diventare "AI-ready", mentre il governo estone sta dando la priorità all'applicazione dell'intelligenza artificiale, anche nel settore pubblico, ai massimi livelli politici.

Sembra che sia le istituzioni europee sia alcuni Stati membri abbiano capito che, se l'IA aumenta la produttività e fa risparmiare tempo nel settore privato, può essere altrettanto utile nel settore pubblico, sia in patria sia a Bruxelles.

Questa analisi è stata pubblicata originariamente su EU Tech Loop (fonte in inglese) ed è stata condivisa su Euronews nell'ambito di un accordo di syndication.

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