Terza e ultima giornata di colloqui tra Israele e Libano a Roma. Il nodo cruciale rimane chi supervisionerà il potenziale accordo sul ritiro dell'esercito israeliano e il disarmo di Hezbollah. Il candidato più promettente, per esclusione degli altri, potrebbe essere proprio l'Italia
Si è concluso giovedì a Roma il settimo round di colloqui tra Libano e Israele. Fonti della presidenza libanese all'emittente Mtv, aggiungendo che la data prevista per l'ottavo round di negoziati è il 1 settembre con l'ipotesi che l'incontro si svolga nuovamente a Roma.
Iniziati il 4 agosto, i colloqui del secondo giorno del settimo round si sono interrotti in anticipo perché dal campo erano giunte le notizie di un attacco del gruppo armato libanese Hezbollah - costato la vita a due militari israeliani - e della risposta israeliana con diversi raid e accuse di aver "palesemente violato il cessate il fuoco".
Un comunicato Unifil ha sottolineato che "i 113 proiettili lanciati ieri dalle forze armate israeliane rappresentano il numero più alto registrato dalle forze di pace Onu schierate nel sud del Libano dal 21 giugno".
Il quotidiano libanese Nidaa Al-Watan riferisce che mercoledì la mediazione degli Stati Uniti è riuscita "a limitare la reazione israeliana e a impedire che la situazione sul campo compromettesse i progressi al tavolo dei negoziati". Così oggi le parti sono tornate per qualche ora a sedersi attorno allo stesso tavolo. Ma la situazione rimane assai complessa.
Cos'è successo mercoledì in Libano è perché i negoziati a Roma sono stati sospesi
Mercoledì infatti Israele ha messo sotto pressione la delegazione negoziale libanese, con un ordine di evacuazione per la città di Al Mansouri, spezzata in duedalla cosiddetta "linea gialla" - considerata dagli israeliani una linea di sicurezza - nel Libano meridionale.
Si è trattato del primo avviso di evacuazione dal 14 giugno scorso, emesso dalle Forze di difesa israeliane (Idf) prima di lanciare attacchi contro Hezbollah.
Fonti sul campo dell'agenzia Nova affermano che la presidenza libanese avrebbe "incaricato la delegazione negoziale di informare la parte israeliana della sua richiesta di non mettere in atto la minaccia".
I media libanesi hanno riportato che le delegazioni partecipanti hanno lasciato i negoziati a Roma in anticipo a causa dell'avvertimento israeliano e su consiglio del mediatore statunitense.
Nel frattempo si sono intensificati i contatti da parte dell'amministrazione Usa sia con il gabinetto israeliano che con la presidenza della Repubblica libanese.
Secondo la testata libanese Al Akhbar, gli Stati Uniti stanno sostenendo la posizione di Israele.
Secondo quanto riportato, mercoledì i mediatori statunitensi avrebbero comunicato alle loro controparti libanesi che non intendono esercitare pressioni su Israele affinché acceleri il ritiro dell'Idf.
E che le Forze Armate Libanesi devono adottare misure concrete per disarmare Hezbollah in tutto il Libano, in modo da poter accelerare ed estendere le zone pilota.
Secondo la Nna, i bombardamenti di artiglieria israeliani sono proseguiti da mercoledì pomeriggio fino alla mattina di giovedì, prendendo di mira le città di Mansouri e Majdal Zoun e le valli circostanti, ed estendendosi fino alle vicinanze della città di Hadatha.
Quali sono i risultati di questo settimo round di negoziati tra Libano e Israele mediati dagli Stati Uniti
Il Times of Israel, che cita media libanesi, riferisce che i negoziati si sono articolati su tre tavoli paralleli: legale, politico e militare.
- Stando al quotidiano panarabo Asharq, il confronto sul piano legale si è concentrato sulla questione dei prigionieri libanesi detenuti in Israele. Il giornale parla di un clima "positivo" sul dossier e riferisce che i civili libanesi detenuti da Israele saranno trattati separatamente dai membri di Hezbollah catturati dalle forze israeliane.
- Sul piano politico, i colloqui hanno riguardato le cosiddette "zone pilota", nelle quali le Forze armate libanesi dovrebbero assumere il controllo in sostituzione delle Forze di difesa israeliane (Idf).
- Il tavolo militare si è invece concentrato sulla definizione di criteri e terminologia comuni per le operazioni militari.
Secondo l'emittente libanese Mtv, citando fonti informate, secondo cui nella sessione dell'ultimo giorno è stata affrontata nuovamente "l'ipotesi di ampliare" le cosiddette "zone pilota" nel sud del Libano.
Tuttavia, si sarebbe registrata in questo senso una certa "rigidità" da parte della delegazione israeliana.
Secondo il quotidiano Nidaa Al-Watan, gli Stati Uniti avrebbero espresso comprensione per la proposta del Libano di ampliare le zone pilota, ma secondo fonti americane sarebbero riluttanti a istituire vaste aree in questa fase, sostenendo che ciò richiede meccanismi di attuazione dettagliati che non sono ancora stati formulati.
L'emittente libanese Lbci, riporta che una delle zone pilota proposte e oggetto di discussione sarebbe Zawtar al-Sharqiyah, nella provincia di Nabatiyeh e che i negoziatori di Beirut stanno cercando di ottenere un elenco dei concittadini che si ritiene siano detenuti in Israele. Il Libano, infatti, non possiede elenchi ufficiali di individui detenuti da Israele perché si tratta di civili e sono ufficialmente considerati persone scomparse.
Perché l'Italia potrebbe essere la principale candidata per supervisionare e verificare gli accordi
Il fulcro della controversia rimane comunque l'organismo che supervisionerà e verificherà l'attuazione sul campo degli accordi, secondo Channel 12.
Israele, prosegue l'emittente, chiede di condurre direttamente la verifica, il Libano si oppone e chiede che siano gli Stati Uniti a guidare il meccanismo, che però non sarebbero interessati.
La Francia, sempre secondo il media israeliano, si sarebbe offerta di presiedere il meccanismo di verifica, ma gli Stati Uniti si opporrebbero "per mancanza di fiducia" nella loro politica nei confronti del Libano.
Anche la Spagna sarebbe stata esclusa a causa "delle sue recenti posizioni" nei confronti del Paese, conclude Channel 12.
Secondo il quotidiano Nidaa Al-Watan, "l'Italia si sta affermando come la principale candidata a guidare il meccanismo di verifica, in parte grazie alle sue buone relazioni con Israele, Libano e Stati Uniti, e in parte perché ospita i colloqui a Roma".
Com'è andata la seconda giornata dei colloqui: la suspense del dialogo interrotto
La seconda giornata di colloqui tra Israele e Libano in corso a Roma si è interrotta bruscamente martedì pomeriggio alle 15:30, a causa di "sviluppi sul campo", secondo il quotidiano israeliano Times of Israel.
L'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, avrebbe accusato la delegazione libanese di aver diffuso ai media libanesi informazioni false. Per questo, Leiter avrebbe chiesto ai mediatori statunitensi di sospendere i colloqui di mercoledì.
Fonti libanesi hanno dichiarato ad Al-Arabi che "Israele si rifiuta di ampliare le aree pilota prima di garantire il disarmo, mentre il Libano ha proposto una proroga di otto settimane del cessate il fuoco".
I colloqui" in atto a Roma tra Israele e Libano, mediati dagli Usa, "si sono conclusi anticipatamente a causa degli sviluppi sul campo, ma riprenderanno domani mattina", ha dichiarato ad Axios un funzionario americano secondo cui "le discussioni si sono concentrate su una serie di questioni politiche e militari e sono state estremamente produttive".
La ripresa dei colloqui è stata confermata da fonti del Dipartimento di Stato americano anche alle emittenti televisive qatariote Al Jazeera e Al-Araby Al-Jadeed, secondo le quali "i negoziati a Roma "si sono conclusi anticipatamente a causa di circostanze impreviste".
Alle 18:34, quindi molto dopo l'interruzione dei colloqui a Roma, la Farnesina ha rilasciato una nota, senza però fare cenno all'indiscrezione sulla conclusione anticipata dei colloqui.
"Dopo il colloquio telefonico con il ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, Abbas Araghchi, il titolare della Farnesina Antonio Tajani ha avuto altri confronti con i negoziatori e i mediatori americani che a Roma portano avanti i colloqui sulla situazione in Libano", si legge.
"Tajani ha ricordato la grande importanza che l'Italia attribuisce alla stabilità del Paese dei Cedri e ha espresso l'auspicio che questo secondo round di negoziati tra Libano e Israele tenuto a Roma possa produrre risultati concreti. Ai negoziatori israeliani e libanesi e ai mediatori americani Tajani ha confermato che l'Italia continuerà a lavorare a livello politico e diplomatico per facilitare ogni iniziativa volta a favorire il dialogo e la stabilità regionale".
Nel frattempo, durante i negoziati, l'IDF ha lanciato nuovi raid sulla zona meridionale del Libano, in particolare a Tiro e a Bint Jbeil. Per il villaggio di Al Mansouri, le truppe israeliane Idf hanno diffuso un ordine di evacuazione, il primo dal 14 giugno scorso.
Come sono andati fin'ora i colloqui a Roma
Proprio a Roma, presso la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti, si tiene il settimo round di colloqui tra Israele e Libano, con la mediazione di Washington, nel tentativo di consolidare il fragile percorso verso un accordo di sicurezza e una stabilizzazione del confine meridionale libanese dopo la firma dell'accordo quadro a Washington il 26 giugno scorso.
Gli incontri iniziati lunedì proseguiranno fino a giovedì, e coinvolgono squadre tecniche delle due parti e rappresentano un passaggio chiave nell'attuazione del cosiddetto quadro trilaterale sostenuto da Washington.
Al centro dei negoziati ci sono tre questioni principali: il futuro delle aree di sicurezza nel Sud del Libano, la definizione delle dispute ancora aperte sul confine e soprattutto il processo di disarmo di Hezbollah, considerato dagli Stati Uniti una condizione essenziale per una soluzione duratura.
L'obiettivo di Israele nei colloqui di Roma è quello di "continuare lo slancio positivo istituendo gruppi di lavoro su sei questioni". Lo ha detto un funzionario israeliano al quotidiano Times of Israel.
Secondo il quotidiano, i gruppi di lavoro saranno incaricati di:
- definire i confini marittimi
- definire i confini terrestri
- valutare le zone pilota in cui l'esercito libanese ha sostituito quello israeliano
- disarmare il gruppo armato filo-iraniano Hezbollah
- fermare il flusso di denaro iraniano in Libano
- intensificare gli sforzi di ricostruzione nel Libano meridionale
La Turchia sostiene l'azione del governo italiano
l Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, ha avuto lunedì un colloquio telefonico con il suo omologo della Repubblica di Turchia, Hakan Fidan, dedicato ai principali sviluppi in Medio Oriente e alla sicurezza regionale, con particolare attenzione a Libano, Gaza, Mar Rosso e Golfo.
Sul nuovo round negoziale tra Libano e Israele, il ministro Fidan ha detto di sostenere l'azione del governo italiano.
Il Ministro Tajani ha espresso l'auspicio che il dialogo produca risultati concreti per consolidare il cessate il fuoco e favorire un accordo diplomatico e politico, nell'interesse della pace e della stabilità regionale.
Tajani ha ribadito che il disarmo di Hezbollah, contestualmente al ritiro delle forze straniere dal Libano, rappresenta un elemento imprescindibile per una soluzione duratura e che una presenza internazionale sul terreno continuerà ad essere fondamentale anche in futuro.
Hezbollah ribadisce no a negoziati, il premier libanese: "Maggior sostegno a Israele da chi ha trascinato Paese" in guerra
In concomitanza con l'inizio dei colloqui, martedì il leader di Hezbollah Naim Qassem ha ribadito la contrarietà del gruppo ai negoziati e all'accordo quadro firmato da Beirut e Israele a Washington a fine giugno. Anche il gruppo alleato Amal, guidato dal presidente del Parlamento Nabih Berri, ha chiarito la propria opposizione.
In risposta, il primo ministro libanese Nawaf Salam ha dichiarato che il "maggiore sostegno a Israele è stato fornito da chi ha trascinato il Libano in avventure belliche 'di appoggio' assurde, dando i pretesti per aggredire il nostro Paese, calpestare la sua sovranità, distruggere le sue città e i suoi villaggi, uccidere i suoi figli e costringerne centinaia di migliaia all'esilio".
La delegazione israeliana comprende anche funzionari delle Forze di difesa israeliane (Idf), secondo quanto riferito dal Times of Israel. Washington punta a trasformare gli impegni politici in un percorso operativo graduale, con l'obiettivo di garantire la sicurezza di Israele e allo stesso tempo rafforzare l'autorità dello Stato libanese sul proprio territorio.
Il piano Usa: esercito libanese al controllo del Sud, Israele verso il ritiro
Secondo il Dipartimento di Stato americano, l'intesa prevede che siano le Forze armate libanesi (Laf) ad assumere progressivamente il controllo completo del Sud del Paese, con tutte le armi sottoposte all'autorità esclusiva dello Stato.
Parallelamente, Israele dovrebbe procedere con il ritiro dalle cosiddette zone pilota e dalle aree di sicurezza create lungo il confine, in coordinamento con l'attuazione degli impegni da parte libanese.
"Il nostro obiettivo è portare avanti l'attuazione del quadro in modo pratico e graduale, garantendo una sicurezza duratura per entrambi i Paesi e ripristinando l'autorità dello Stato libanese in tutto il Sud", ha spiegato una fonte del Dipartimento di Stato americano.
Washington continua a definire il meccanismo come "l'unica strada verso una pace duratura", confermando il sostegno dell'amministrazione Trump al completamento del percorso.
Beirut mostra le armi sequestrate: il messaggio a Israele e agli Usa
Poco prima dell'avvio dei colloqui romani, l'esercito libanese ha diffuso immagini di alcune armi intercettate lungo il confine con la Siria, in un gesto considerato significativo perché raramente le autorità militari rendono pubbliche operazioni di questo tipo.
Le Laf hanno annunciato il sequestro di razzi Grad da 122 millimetri destinati al traffico illegale e di un veicolo utilizzato da due trafficanti. Secondo l'esercito libanese, sono state inoltre condotte operazioni contro altri membri della rete, con il recupero di munizioni e materiale militare.
La diffusione delle immagini sembra avere un duplice obiettivo: dimostrare alla comunità internazionale che Beirut sta portando avanti il proprio impegno sul controllo delle armi e aumentare la pressione su Israele affinché continui il ritiro dalle aree meridionali.
Il nodo Hezbollah resta il più difficile
Il punto più delicato dei negoziati rimane il ruolo di Hezbollah, il movimento sciita libanese sostenuto dall'Iran e considerato organizzazione terroristica da diversi Paesi occidentali.
Gli Stati Uniti chiedono lo smantellamento delle infrastrutture militari del gruppo nel Sud del Libano e il trasferimento di ogni capacità armata sotto il controllo delle istituzioni statali. Per Israele, il mantenimento di una presenza militare o di garanzie concrete lungo il confine resta una priorità per evitare nuovi attacchi.
Beirut, dal canto suo, deve dimostrare di essere in grado di esercitare piena sovranità sul territorio senza alimentare nuove tensioni interne.
Il precedente: il primo ritiro israeliano e le accuse di Beirut
La scorsa settimana l'esercito israeliano ha completato il primo ritiro da una zona pilota nell'ambito del nuovo percorso negoziale. Tuttavia il governo libanese ha accusato Israele di ostacolare l'azione delle proprie forze armate nell'area, rallentando il pieno dispiegamento dell'esercito.
Il confronto di Roma arriva quindi in una fase delicata: da una parte la volontà statunitense di trasformare il cessate il fuoco e gli accordi preliminari in un assetto stabile, dall'altra le difficoltà sul terreno, dove restano aperte le tensioni tra Israele, Libano e Hezbollah.
L'obiettivo dichiarato degli Stati Uniti è arrivare a un nuovo equilibrio nel Sud del Libano: meno presenza militare israeliana, più controllo dello Stato libanese e nessuna capacità armata autonoma al di fuori delle istituzioni ufficiali. Un equilibrio che, però, resta ancora tutto da costruire.