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La buona morte esiste: in Polonia crescono le cerimonie umaniste

Ewa Pawlik, celebrante di cerimonie umaniste
Ewa Pawlik, maestra di cerimonie umanistiche Diritti d'autore  fot. Paweł Głogowski
Diritti d'autore fot. Paweł Głogowski
Di Katarzyna Kubacka
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"La morte non è una malattia, ma un processo naturale come la nascita", afferma la celebrante laica Ewa Pawlik. Cerimonie umaniste e morte dignitosa: in Polonia cambia il modo di affrontare l'ultimo saluto

In Polonia cresce il ricorso ai funerali laici e alle cerimonie umaniste, nuove forme di commiato che mettono al centro la storia personale del defunto. Ewa Pawlik, celebrante intervistata nel programma 12 minutes di Euronews, ha già officiato oltre 300 addii e racconta come ogni famiglia viva il dolore in modo diverso. Ma in ogni cerimonia ritorna una stessa emozione: la gratitudine per il tempo vissuto insieme.

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"Spesso dico che il funerale è un’ottima occasione per ringraziare la persona che se n’è andata. Chiedo ai suoi cari: per che cosa vorreste ringraziarla? La risposta più frequente è: per il fatto che c’era, che è stata presente" ha raccontato.

Perchè le cerimonie umaniste sono sempre più popolari

Che cosa sono esattamente i funerali laici e in che cosa differiscono dalle cerimonie umaniste? Come spiega Ewa Pawlik, per molti anni in Polonia esistevano di fatto solo due modelli di commiato: il funerale religioso, per lo più cattolico, e il funerale laico, nato tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta del Novecento come alternativa alle cerimonie religiose.

Accanto a queste forme, le cerimonie umaniste stanno però guadagnando sempre più popolarità.

"Per anni si è dato per scontato che i funerali laici fossero privi di qualsiasi elemento religioso o dimensione spirituale. Le cerimonie umaniste, invece, sono una proposta per una fascia sempre più ampia di polacchi che non rientrano in nessuna di queste due categorie, non sono atei ma neppure cattolici praticanti", ha detto la celebrante.

A suo avviso, i bisogni della società stanno cambiando e sempre più famiglie cercano forme di commiato che non rientrano nella tradizionale divisione tra cerimonia religiosa e laica.

Pawlik sottolinea anche la forte polarizzazione delle famiglie polacche – non solo sul piano politico, ma anche su quello dei valori e della religione.

"Queste fratture spesso seguono linee generazionali, anche per quanto riguarda il rapporto con la fede" ha affermato.

"E quando muore un membro di una famiglia così, penso che si debbano rispettare i bisogni spirituali di molte persone. Se le persone anziane della nostra famiglia hanno bisogno di un rituale ecclesiastico e senza questo avrebbero la sensazione che quella persona non sia stata onorata e salutata in modo dignitoso, occorre tenerne conto. E penso che proprio la cerimonia umanista sia una risposta a queste esigenze".

Secondo Pawlik, la cerimonia in sé è soltanto il coronamento di un processo molto più lungo. Le cose più importanti accadono prima: nelle conversazioni con la famiglia, nel riordinare insieme i ricordi e nel tentativo di dare un senso alla perdita.

La morte a porte chiuse

Come sottolinea Ewa Pawlik, le famiglie di oggi sono sempre più disperse, vivono lontane le une dalle altre e possono contare sempre meno sul sostegno della comunità locale.

Per questo hanno sempre più spesso bisogno di qualcuno che le aiuti a superare i primi giorni del lutto. "La morte ha smesso di essere parte della nostra esperienza umana. Avviene da qualche parte fuori da noi, a porte chiuse, nelle istituzioni, nelle case di riposo o negli ospedali" ha detto.

"Moriamo sempre più di rado in casa, abbiamo smesso di vedere le persone morire**.** Non sappiamo in cosa consista questo processo. Non sappiamo che cosa aspettarci".

Paradossalmente, la morte non è mai scomparsa dalla nostra quotidianità: è cambiato soltanto il modo in cui la viviamo. Da un lato è stata allontanata dalla vita familiare, dall’altro è onnipresente nella cultura pop.

"Non puoi guardare la televisione per più di mezz’ora senza sentire parlare di omicidi o vedere cadaveri. Quasi ogni film si basa sul tema dell’uccidere" ha osservato. "Ma guardare la morte fittizia ci aiuta davvero a familiarizzare con il morire reale e a fare pace con la perdita dei nostri cari?".

Ewa Pawlik, celebrante di cerimonie umaniste nel programma 12 minut di Euronews all’Hotel Polonia Palace
Ewa Pawlik, celebrante di cerimonie umaniste nel programma 12 minut di Euronews all’Hotel Polonia Palace fot. Paweł Głogowski

Il rapporto con la morte nel passato

La celebrante ricorda che fino a qualche decennio fa la morte era un’esperienza condivisa da tutta la comunità.

"Un tempo, quando qualcuno moriva nella comunità, tutti sapevano come prendersi cura di quella perdita. Ognuno sapeva che cosa fare. Le vicine venivano in casa, il corpo veniva esposto nell’abitazione" ha raccontato.

A suo avviso, le usanze di un tempo erano sorprendentemente in linea con ciò che la psicologia contemporanea dice sul lutto.

"Se sovrapponessimo quelle antiche consuetudini a ciò che oggi sappiamo sulla teoria e sulla psicologia del lutto, vedremmo che erano regole molto sagge. Aiutavano a placare le emozioni e a costruire una narrazione coerente, cosa estremamente difficile nei primi giorni dopo una perdita".

Oggi il ruolo della comunità è assunto sempre più spesso dai celebranti umanisti. Il loro compito non è soltanto guidare la cerimonia, ma soprattutto accompagnare la famiglia nelle prime fasi del lutto e preparare insieme il commiato.

Come vivere bene il lutto?

Secondo Ewa Pawlik, il funerale è innanzitutto un’occasione per esprimere gratitudine.

"Spesso dico dei funerali che sono un’ottima occasione per ringraziare la persona che se n’è andata, per chiederci per che cosa possiamo dirle grazie" ha affermato.

Ha inoltre aggiunto che la risposta, nella maggior parte dei casi, è sorprendentemente semplice.

"Chiedo ai familiari: per che cosa vorreste ringraziare questa persona? E la risposta più frequente è: per il fatto che c’era. O che c’è stata. Ci ringraziamo semplicemente per il fatto di esserci stati".

Ewa Pawlik, celebrante di cerimonie umaniste nel programma 12 minut di Euronews all’Hotel Polonia Palace
Ewa Pawlik, celebrante di cerimonie umaniste nel programma 12 minut di Euronews all’Hotel Polonia Palace fot. Paweł Głogowski

Gioia, tristezza e serenità

Come racconta Ewa Pawlik, durante i funerali la tristezza molto spesso si intreccia con la gioia, la gratitudine e la calma. Così ricorda la prima cerimonia umanista che ha guidato.

"È stata una cerimonia bellissima. C’era un gruppo di fratelli e sorelle, ormai adulti, che salutavano la loro madre, la quale fin da quando loro erano piccoli viveva con la diagnosi di una malattia terminale" ha ricordato.

Il commiato si è svolto in una cappella storica del cimitero di Szczecin. Invece del copione tradizionale, i partecipanti hanno creato un semplice rituale della luce. Ogni ospite ha ricevuto una piccola candela e, entrando nella cappella buia, la accendeva dalla fiamma della persona precedente, posandola in una grande ciotola piena di sabbia. Con ogni nuova candela l’interno si illuminava a poco a poco, finché l’urna è stata avvolta dalla calda luce di decine di fiammelle.

Come racconta la celebrante, il profumo dell’incenso si mescolava alle conversazioni a bassa voce e tra i presenti c’erano molti bambini piccoli, il cui pianto e i balbettii sono diventati una parte naturale della cerimonia. Tutto contribuiva a creare un’atmosfera di straordinaria calma e vicinanza, mostrando che il commiato può essere non solo un’esperienza di tristezza, ma anche di condivisione.

"Non la dimenticherò mai" ha detto. "È stata un’esperienza molto importante per me. Pensavo a quella donna come a una madre. Sentivo una certa comunanza di esperienza, cercavo di immaginare come avrei vissuto la mia maternità con una simile condanna. Quella persona mi è diventata molto vicina nel processo di preparazione della cerimonia".

"Una buona morte accade a chi considera la propria vita compiuta"

Ewa Pawlik sostiene che vale la pena parlare della morte senza paura e considerarla una parte naturale della vita.

Esiste qualcosa come una "buona morte"? Secondo lei non solo esiste, ma ha anche una sua definizione nel diritto, che parla di "morte dignitosa".

"Parliamo delle condizioni che devono essere soddisfatte perché la morte sia dignitosa. Si tratta soprattutto di creare la possibilità di andarsene nel modo che quella persona desidera".

La celebrante ricorda anche il concetto di "dolore totale", che comprende non solo la sofferenza fisica, ma anche quella psicologica, sociale e spirituale.

"Questo è l’aspetto giuridico, di cui si discute molto, ad esempio quando si parla dei rifugiati alla nostra frontiera polacco-bielorussa. Lì, per esempio, non è rispettato nessuno degli elementi della morte dignitosa. Neppure uno", ha affermato.

A suo parere, però, esiste anche una dimensione più personale.

"Una buona morte accade a chi considera la propria vita compiuta e non ha gravi conflitti irrisolti" ha confessato Pawlik. "Se sei arrivato a un’età avanzata, intorno al tuo letto si riuniscono figli e nipoti, senti una continuità e il fatto di aver fatto nella vita le cose che per te erano importanti, allora il morire diventa parte del naturale ritmo della vita".

Alla fine sottolinea che la morte in sé non è qualcosa di innaturale.

"La morte non è una malattia. È naturale quanto la nascita. Così come non sappiamo da dove veniamo, non sappiamo neppure dove andiamo. Ed è qualcosa di bello".

L’intervista è stata realizzata all’Hotel Polonia Palace, in al. Jerozolimskie 45 a Varsavia.

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