Le dimissioni di Keir Starmer significano che il Regno Unito avrà il settimo premier dal 2016, per un Paese un tempo simbolo di governi stabili. Sui social si sostiene che sia il record europeo: è davvero così?
Con le dimissioni di Keir Starmer, il Regno Unito si prepara ad avere il suo settimo primo ministro in dieci anni.
Un traguardo ben lontano dall’immagine di un Paese a lungo citato come esempio di governi stabili e duraturi rispetto ad altre nazioni europee, grazie al sistema elettorale maggioritario uninominale, al principio della sovranità parlamentare e a una tradizione di governo evolutiva.
Dal 2016 in poi, le turbolenze politiche e la polarizzazione seguite al referendum sulla Brexit, i frequenti scandali dei precedenti governi conservatori di destra e l’indebolimento dell’economia hanno fatto sì che nessun primo ministro britannico sia riuscito a restare in carica per un’intera legislatura, cioè da un’elezione generale alla successiva, un ciclo che in teoria dura cinque anni.
David Cameron, che aveva fatto campagna per mantenere il Regno Unito nell’UE, si è dimesso durante il suo secondo mandato, nel luglio 2016, dopo aver perso il voto sulla Brexit; Theresa May ha lasciato l’incarico tre anni dopo, dopo aver fallito più volte nel far approvare dal parlamento il suo accordo sulla Brexit; Boris Johnson si è dimesso a settembre 2022 in seguito a numerosi scandali, tra cui le rivelazioni sulla sua partecipazione a feste vietate durante i lockdown per la pandemia di COVID-19.
La sua successora, Liz Truss, è rimasta in carica solo 49 giorni, diventando la prima ministra con il mandato più breve nella storia britannica, dopo che la mini-manovra di bilancio del suo governo ha scatenato forti turbolenze sui mercati finanziari.
Rishi Sunak è stato poi sconfitto dal Partito Laburista di centro-sinistra guidato da Starmer alle elezioni generali del 2024, dopo essere rimasto in carica per poco meno di due anni, ponendo fine ai 14 anni di governo dei Conservatori.
Ora lo stesso Starmer ha annunciato le dimissioni, sotto la pressione dei suoi deputati dopo il crollo nei sondaggi e pesantissime sconfitte alle elezioni locali, e tra le polemiche per la nomina, decisa da Starmer, dell’ambasciatore britannico negli Stati Uniti.
Con Andy Burnham, ex sindaco della Greater Manchester, che con ogni probabilità si appresta a prendere la guida del Partito Laburista e quindi a diventare il settimo primo ministro britannico dal 2016, il Paese si ritrova al centro di accuse online secondo cui sarebbe "ingovernabile" e avrebbe il tasso di ricambio dei leader più alto d’Europa.
Altri sostengono che altrove la situazione sia peggiore e confrontano nello specifico l’incarico di primo ministro (e non quello di presidente o di altri capi di Stato o di governo) nei diversi Paesi europei nello stesso periodo.
Ma quali di queste affermazioni sono fondate? E come si colloca il Regno Unito per numero di leader avuti tra il 2016 e il 2026?
Per rendere il confronto il più equo possibile, abbiamo paragonato i primi ministri britannici ai singoli membri del Consiglio europeo che hanno esercitato il potere esecutivo in ciascun Paese UE negli ultimi dieci anni. Il titolo della carica varia da Stato a Stato: in alcuni casi è presidente, in altri primo ministro, in altri ancora cancelliere.
Fino all’uscita del Regno Unito dall’UE, nel 2020, anche i primi ministri britannici erano membri del Consiglio europeo.
Non ci siamo limitati a confrontare la sola carica di primo ministro in ogni Paese, come fanno alcuni post, perché il ruolo cambia molto da una parte all’altra del continente. Il nostro conteggio comprende qualsiasi leader che abbia governato in qualsiasi momento tra il 2016 e il 2026, chi ha lasciato l’incarico in quel periodo ed è poi tornato viene considerato una sola volta.
Tenendo conto di questi criteri, in testa alla classifica c’è la Bulgaria, con 10 primi ministri diversi tra il 2016 e il 2026, a causa di anni di instabilità politica e coalizioni fragili.
Regno Unito e Austria condividono il secondo posto con sette leader ciascuno, se si considera anche il prossimo primo ministro britannico ed escludendo i cancellieri ad interim di breve durata in Austria, che hanno esercitato temporaneamente le funzioni tra un governo e l’altro senza mai essere nominati cancellieri permanenti.
L’Italia è stata a lungo considerata il caso emblematico dei Paesi con un ricambio continuo di leader, nota per aver avuto decine di governi dal secondo dopoguerra con una media di circa uno all’anno, spesso con un nuovo presidente del Consiglio. Oggi però si colloca al terzo posto, a pari merito con Lettonia e Slovacchia, con cinque leader ciascuna.
In fondo alla graduatoria ci sono diversi Paesi UE che tra il 2016 e il 2026 hanno avuto solo due leader: due presidenti in Francia, due primi ministri in Portogallo e due in Spagna.
Le differenze in Europa rendono difficile un confronto pieno
Ogni Paese, naturalmente, ha un diverso sistema di governo e i leader vengono scelti con modalità differenti. Questo fa sì che alcune cariche siano più stabili di altre.
Alcuni Paesi, come il Regno Unito, hanno un sistema parlamentare, con un capo del governo (il primo ministro) distinto dal capo dello Stato (un monarca o un presidente con funzioni soprattutto cerimoniali). Gli elettori scelgono i membri del parlamento, che a loro volta designano il primo ministro, di solito il leader del partito o della coalizione di maggioranza. Il primo ministro e il governo rispondono al parlamento, che può sfiduciare l’esecutivo con un voto di sfiducia.
Altri, come Cipro, hanno un sistema presidenziale, in cui il presidente è sia capo del governo sia capo dello Stato. È eletto direttamente dai cittadini e di norma non può essere rimosso solo perché perde l’appoggio parlamentare.
Altri ancora adottano sistemi semipresidenziali, in cui un presidente eletto direttamente, che è capo dello Stato, e il primo ministro condividono i poteri esecutivi. È il caso, ad esempio, della Francia e della Romania. Il primo ministro e il governo rispondono sia al presidente sia al parlamento, quest’ultimo può costringere il primo ministro alle dimissioni con un voto di sfiducia.
Il presidente, però, di solito resta in carica per un mandato fisso e non può essere rimosso semplicemente dal parlamento, anche se in alcuni Paesi sono previste procedure costituzionali di impeachment in casi eccezionali.
Tutto ciò per dire che è difficile fare paragoni diretti tra i leader dei vari Paesi, perché le loro funzioni sono molto diverse.
Per esempio, il presidente francese è eletto direttamente in un’elezione presidenziale, mentre il primo ministro britannico è il leader del partito che detiene la maggioranza in parlamento, di norma dopo le elezioni generali.
Questo significa che, se il partito vuole cambiare leader, come è accaduto con Starmer, il Paese non deve tornare alle urne per nuove elezioni generali. È il partito di governo a scegliere un nuovo leader, che poi assume automaticamente il ruolo di primo ministro.
In altri Paesi europei i governi si reggono su coalizioni fragili. Se uno dei partner si ritira, l’intero esecutivo può cadere e occorre formarne uno nuovo da zero, incluso il primo ministro.
Anche il confronto diretto tra primi ministri non è del tutto chiaro
Questo spiega anche perché i post che confrontano solo il numero dei primi ministri, invece dei capi di Stato o di governo, in Europa e nel resto del mondo sono fuorvianti: i loro ruoli cambiano a seconda del Paese.
In alcuni casi il primo ministro è la massima carica politica del Paese, in altri è un nominato del presidente e viene spesso utilizzato come scudo amministrativo per il capo dello Stato.
Questo spiega perché alcuni Paesi che non hanno un sistema parlamentare, come la Francia, hanno comunque visto un vero e proprio via vai di primi ministri negli ultimi anni. Se ci limitassimo a contare i soli cambi alla carica di primo ministro in Europa dal 2016, il Regno Unito non rientrerebbe nemmeno tra i primi tre.
La Francia ne ha avuti nove, in gran parte a causa della crisi politica tra il 2024 e il 2025, seguita alle elezioni legislative che hanno prodotto un parlamento senza maggioranza, diviso in tre blocchi. Lo stallo, unito ai contrasti sul bilancio, ha portato a rapidi passaggi di consegne da Gabriel Attal a Michel Barnier, poi a François Bayrou e infine all’attuale primo ministro Sébastien Lecornu.
I dieci primi ministri della Bulgaria nello stesso periodo sono il risultato di una frammentazione politica estrema e dell’incapacità dei partiti di formare coalizioni di maggioranza stabili. Ad aprile gli elettori sono tornati alle urne per l’ottava volta in cinque anni e sembrano aver posto fine all’instabilità: il partito populista di sinistra Bulgaria Progressista ha vinto a valanga e Rumen Radev è stato nominato primo ministro.
La Romania, nel frattempo, ha avuto 11 primi ministri dal 2016 (contando ogni persona una sola volta, anche se è tornata successivamente in carica). I governi del Paese sono instabili da anni: l’ultima volta che un primo ministro ha portato a termine un mandato risale al 2008.
Più di recente, il governo del primo ministro Ilie Bolojan è caduto a maggio dopo aver perso un voto di sfiducia, in seguito a una crisi politica e a controverse riforme delle pensioni. Bolojan resta per ora in carica come premier ad interim.