A Bruxelles si valuta lo strumento di finanziamento della difesa SAFE II, con i Paesi del fianco est che chiedono sovvenzioni anziché prestiti. L’esito di SAFE I, lo sviluppo dell’industria bellica europea, il vantaggio tecnologico dell’Ucraina e gli scenari di guerra orienteranno le mosse
A un anno dall’avvio del programma SAFE (Security Action for Europe), la Commissione europea sta già valutando una seconda fase dello strumento finanziario che ha inaugurato il primo grande schema di indebitamento comune dell’Unione dedicato alla difesa. L’obiettivo non è soltanto proseguire il sostegno agli investimenti militari degli Stati membri, ma anche trasformare il meccanismo, passando progressivamente dai prestiti alle sovvenzioni.
La discussione arriva in un contesto geopolitico sempre più complesso. La guerra in Ucraina continua a rappresentare la principale minaccia alla sicurezza del continente, mentre il progressivo ridimensionamento dell’impegno statunitense in Europa spinge Bruxelles a rafforzare la propria autonomia strategica. A questo si aggiungono le recenti minacce ibride registrate sul fianco orientale dell’Unione, comprese le incursioni di droni e le interferenze ai sistemi GPS, che hanno aumentato la pressione sui governi europei affinché accelerino gli investimenti nel settore della difesa.
SAFE I: domanda superiore alle risorse disponibili
Il programma SAFE consente agli Stati membri di ottenere prestiti a condizioni agevolate per finanziare la spesa militare, beneficiando della flessibilità prevista dalla clausola di salvaguardia nazionale che permette di escludere tali investimenti dai vincoli ordinari del Patto di stabilità.
L’interesse registrato durante la prima fase del programma è stato superiore alle aspettative. I governi europei hanno manifestato l’intenzione di richiedere finanziamenti fino a 188 miliardi di euro, ben oltre i 150 miliardi inizialmente messi a disposizione dalla Commissione.
Tuttavia, non tutti i Paesi hanno sfruttato appieno le risorse disponibili. Alcuni governi, tra cui Italia e Romania, hanno ridotto la propria partecipazione rispetto alle stime iniziali, lasciando potenzialmente inutilizzati tra gli 8 e i 18 miliardi di euro. L’entità effettiva delle risorse residue sarà chiarita soltanto dopo la firma definitiva dei contratti di prestito prevista nei prossimi mesi.
Parallelamente, diversi Paesi dell’Europa orientale, come Polonia e Lituania, si preparano a presentare nuove richieste di finanziamento, segnale di una domanda che continua a crescere.
Il nodo delle sovvenzioni
La principale questione politica che accompagna il dibattito su SAFE II riguarda la natura dei futuri aiuti. Molti degli Stati più esposti alle minacce provenienti dal fronte orientale hanno già raggiunto i limiti consentiti dalle regole fiscali europee, anche tenendo conto delle deroghe attualmente previste.
Per questo motivo cresce la richiesta di sostituire almeno in parte i prestiti con sovvenzioni dirette. Paesi come Estonia e Lettonia sostengono che un ulteriore ricorso al debito rischierebbe di compromettere la sostenibilità delle finanze pubbliche, rendendo necessario un nuovo approccio europeo al finanziamento della difesa.
La prospettiva di un sistema basato sulle sovvenzioni rappresenta però una sfida politica significativa. Molti Stati membri restano prudenti rispetto all’idea di ampliare il debito comune europeo e di mutualizzare ulteriormente i costi della sicurezza.
La sfida dell’industria europea della difesa
Uno degli obiettivi principali di SAFE è rafforzare la base industriale europea della difesa. Bruxelles ritiene infatti che il problema non sia soltanto l’aumento delle spese militari, ma anche la capacità dell’industria continentale di soddisfare una domanda crescente e sempre più sofisticata.
La frammentazione del mercato europeo continua a rappresentare un ostacolo. Ogni Stato tende a privilegiare le proprie aziende nazionali e questo limita la nascita di grandi programmi comuni e di capacità realmente interoperabili.
Le criticità emergono in particolare nel settore dei droni e delle tecnologie anti-drone, diventati elementi centrali dei conflitti moderni. Nonostante l’industria europea disponga di capacità produttive importanti, fatica a tenere il passo con l’innovazione tecnologica sviluppata sul campo di battaglia ucraino.
Secondo molti osservatori, il rischio è che nel prossimo futuro siano proprio i produttori ucraini a diventare fornitori strategici per gli eserciti europei grazie all’esperienza maturata durante il conflitto.
Ucraina partner strategico della difesa europea
Il rapporto tra Unione europea e industria militare ucraina è destinato a diventare sempre più stretto. Una parte significativa dei nuovi finanziamenti europei concessi a Kiev potrebbe infatti essere spesa direttamente presso aziende ucraine, soprattutto nei comparti in cui il Paese ha acquisito un vantaggio competitivo, come i droni e i sistemi autonomi.
Per evitare che l’industria europea resti indietro, Bruxelles sta promuovendo joint venture tra imprese dell’UE e aziende ucraine. L’obiettivo è integrare il know-how maturato durante la guerra all’interno delle catene produttive europee, accelerando il trasferimento tecnologico e migliorando la competitività del settore.
Verso una nuova strategia di sicurezza europea
Le riflessioni sul futuro di SAFE si inseriscono in un dibattito più ampio sul ruolo dell’Europa nella sicurezza globale. La possibile riduzione della presenza militare statunitense nel continente obbliga infatti l’UE a interrogarsi sulle proprie capacità strategiche.
Particolare attenzione viene riservata ai cosiddetti “strategic enablers”, le infrastrutture, i sistemi logistici e le capacità tecnologiche che permettono alle forze armate moderne di operare efficacemente. Secondo le stime della Commissione, sostituire completamente il contributo americano in questi settori potrebbe richiedere investimenti fino a 500 miliardi di euro.
In questo scenario, SAFE II potrebbe rappresentare non soltanto un nuovo programma di finanziamento, ma il primo passo verso una politica industriale e di difesa europea più integrata. Resta però una domanda fondamentale: quale tipo di conflitto dovrà essere in grado di affrontare l’Europa nei prossimi anni? La risposta determinerà la forma e l’ambizione del prossimo grande piano europeo per la sicurezza.