La strage di Amendolara squarcia nuovamente il velo sull'impiego dei lavoratori più fragili e sottopagati. In Italia almeno 230 mila braccianti, uno su quattro, sono sfruttati. Eppure abbiamo una legge che è ritenuta all'avanguardia in Europa
Il caporalato in Italia torna al centro dell'attenzione per un terribile fatto di cronaca: lunedì primo giugno, in Calabria, quattro braccianti stranieri sono stati chiusi in una macchina e bruciati vivi nell’area di servizio di Amendolara sulla statale 106, la cosiddetta Jonica. Nemmeno 24 ore dopo sono stati fermati due cittadini pachistani - Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni - con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato. A incastrarli i filmati del sistema di videosorveglianza del distributore di carburante in cui è stata ritrovata l’auto in fiamme.
"È stato un episodio di gravità inaudita sia per oggettività, 4 morti, che per le modalità”. ha commentato in conferenza stampa il procuratore di Castrovillari Alessandro D'Alessio. E rispondendo alle domande dei cronisti: "Il caporalato è una delle piste, ma non l'unica".
Le vittime, ha spiegato poi il procuratore, erano tutti in Italia con regolare permesso di soggiorno ed erano incensurati e presenti in Italia da anni ed erano arrivati in Calabria dopo essere passati dalla Sardegna. I quattro braccianti uccisi sono il pachistano Waseem Khan, di 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27).
Quali sono le reazioni ai gravissimi fatti di Amendolara
"L'orribile omicidio dei quattro braccianti in Calabria ha sconvolto tutti noi. (...) L'Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie: è fondamentale fare piena luce su questo terribile crimine e assicurare tutti i responsabili alla giustizia". Lo scrive su X la premier Giorgia Meloni in merito all'omicidio dei braccianti di Amendolara.
Sabato si terrà una manifestazione della Cgil partendo dalla stazione di servizio dove sono stati uccisi i quattro braccianti, proseguendo con un corteo fino ad arrivare in piazza ad Amendolara, nel cosentino.
Cos'ha raccontato l'unico superstite della strage di Amendolara
Gli investigatori sono riusciti a identificarli grazie ai documenti trovati nell'appartamento in cui vivevano insieme ad altri migranti, tra i quali Mohammad Taj Alamyar, un afgano di 35 anni in Italia da circa un anno, che è l’unico superstite. Ha visto morire sotto i suoi occhi quattro braccianti come lui, tre afghani e un pachistano. Ricoperto di bende accusa senza esitazione i suoi aguzzini e lo fa ai microfoni della tv pubblica Rai: "È mafia, mafia... Sono dei mafiosi pachistani".
In un italiano stentato il bracciante ha raccontato che i due fermati accusati di omicidio volontario erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime non volevano dare. Quando l'hanno capito, i due avrebbero prima gettato la benzina nell'abitacolo e poi un accendino.
L'afgano ha anche detto che i cittadini pakistani minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farlo lavorare e che non pagavano: "I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no".
Si tratta dell'unico testimone oculare della tragedia. E la sua ricostruzione coinciderebbe con quanto documentato dalle telecamere di sorveglianza all’interno dell'aera di servizio. Con i compagni che ha visto morire viveva assieme, in un appartamento a Villapiana, provincia di Cosenza. Nell'alloggio, messo a disposizione dagli stessi caporali pachistani che risiedono nello stesso comune, vivevano in dieci.
Dallo scorso 20 aprile con i quattro "colleghi" erano impegnati nella raccolta delle fragole in un’azienda agricola di Scansano Ionico. A portarli ogni mattina sul posto di lavoro erano sempre i due caporali pachistani. Nei primi giorni sarebbero stati pagati in nero. Poi, pare avessero raggiunto l’accordo: una paga di 45 euro al giorno. "Alla fine ci davano la casa ma niente paga — dice il testimone —. Pretendevano anche cinque euro al giorno per il viaggio fino al lavoro".
Quello di Amendolara è un caso isolato?
Il più recente rapporto Agromafie e caporalato, pubblicato nel 2022 dall’osservatorio Placido Rizzotto del sindacato CGIL, stima che nei campi italiani vengano sfruttate circa 230mila persone, un quarto di tutti i braccianti. Da anni l’osservatorio studia il fenomeno dello sfruttamento in agricoltura, del caporalato e delle infiltrazioni mafiose con un prezioso lavoro di raccolta di segnalazioni e denunce.
Dallo studio emerge che il lavoro irregolare ha un’incidenza elevata soprattutto in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio, dove si stima che oltre il 40 per cento dei lavoratori abbia un contratto irregolare oppure non abbia proprio un contratto. In molte regioni del Nord il tasso di irregolarità è solo leggermente più basso, tra il 20 e il 30 per cento.
Esiste una legge contro il caporalato?
La legge 199 contro il caporalato fu approvata nel 2016 dal governo Renzi e si muove su due filoni, quello repressivo e quello preventivo. L'innalzamento delle pene e l'introduzione della responsabilità non solo per il caporale ma anche per il datore di lavoro, ha prodotto qualche risultato ma la prevenzione è rimasta al palo sia per l'assenza di controlli efficaci sia per le paure dei lavoratori immigrati che, pur di avere i documenti necessari per il permesso di soggiorno, accettano di lavorare come schiavi, persino non pagati come ad Amendolara, e non denunciano.
La legge prevede anche la possibilità di commissariare le aziende indagate e la loro responsabilità in solido come dimostrano gli ultimi casi nella filiera dell'alta moda o della costruzione del consolato Usa a Milano. Indubbiamente il numero dei processi per sfruttamento del lavoro è considerevolmente aumentato, ma resta ancora poco applicato perché tutto è affidato alle attività d'indagine dell'ufficio degli ispettori dei carabinieri, finanza, polizia, magistratura.
La legge prevede la concessione del permesso di soggiorno all'immigrato che sporge denuncia ma l'iter burocratico e i tempi sono lunghi e nel frattempo il migrante resta senza tutela, senza lavoro, senza soldi e senza alloggio e dunque esposto alla vendetta violenta e al ricatto da parte dei caporali.
Ritenuta all'avanguardia in tutta Europa ma sostanzialmente rimasta inapplicata tanto che, come evidenziato dalla strage di Amendolara, la criminalità organizzata italiana ha addirittura stretto un patto di ferro con le mafie straniere degli stessi Paesi da cui provengono gli immigrati sfruttati come schiavi.