Urne aperte in tutta Italia dalle 7 alle 23 di domenica 22 e dalle 7 alle 15 di lunedì 23 marzo. Elettori chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale della giustizia
Urne aperte in tutta Italia per il referendum costituzionale relativo alla riforma della giustizia. Si vota oggi, domenica 22, dalle 7 alle 23 e domani, lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15.
Gli elettori sono chiamati a decidere se approvare o respingere una legge di revisione della Costituzione già approvata dal Parlamento, riguardante sette articoli (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 Cost.).
La riforma intende introdurre la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due Consigli superiori della magistratura e una nuova Alta Corte disciplinare.
Come si vota e perché non serve il quorum
I cittadini aventi diritto dovranno recarsi alle urne muniti di tessera elettorale e documento d'identità validi. Gli uffici comunali di tutta Italia rimarranno aperti in via straordinaria nei giorni del voto per consentire il rilascio di duplicati, etichette e tessere elettorali.
Al seggio si riceverà un'unica scheda sulla quale si potrà scegliere tra due opzioni: Sì (conferma della riforma) o No (respingimento della riforma).
Va ricordato che il referendum è di tipo confermativo, pertanto non è necessario il raggiungimento del quorum perché sia valido. Il risultato è valido qualunque sia il numero di elettori che si recheranno alle urne. Vince semplicemente chi ottiene più voti.
Per i cittadini iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) vale, come regola generale, il voto per corrispondenza. Non è stata invece prevista alcuna modalità di voto alternativa per i cinque milioni di cittadini italiani che vivono stabilmente lontano dal Comune di residenza, nel quale dovranno recarsi per esprimere la propria preferenza.
Cosa prevede la riforma della giustizia
Tra i contenuti, il primo quesito riguarda la riforma del Consiglio superiore della magistratura, l'organo di autogoverno dei magistrati. Si chiede agli elettori se vogliano o meno abrogare la legge del 24 marzo 1958 che regola il funzionamento del Csm che, se vincesse il Sì, verrebbe diviso in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pm.
Con il Sì, verrebbe anche creata un'Alta Corte disciplinare, a cui sarebbe affidato il compito di giudicare i magistrati dal punto di vista disciplinare, sostituendo nel ruolo il Csm.
Il secondo quesito, sull'equa valutazione dei magistrati, propone di riconoscere la partecipazione alla valutazione dell'operato dei magistrati anche ai membri non togati, ossia avvocati e professori.
La cosiddetta separazione delle carriere, ovvero il divieto per i giudici e i pubblici ministeri di passare da un ruolo all'altro, è oggetto del terzo quesito referendario. La distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti rappresenta il pilastro della riforma voluta dalla maggioranza in Parlamento.
Il quarto quesito propone di porre un limite alle applicazioni della custodia cautelare. Tali disposizioni resterebbero in vigore soltanto per chi commette reati gravi.
Per ultimo, la riforma interroga gli elettori circa l'abolizione del decreto Severino del 2012 che prevede incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per parlamentari, rappresentanti di governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali in caso di condanna.
I quesiti oggetto di referendum saranno sintetizzati sulla scheda elettorale con il seguente testo: "Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo 'Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare'?".
Un possibile test per il governo
Il voto di domenica e lunedì viene letto da molti osservatori anche come un test per il governo Meloni, al termine di una campagna elettorale segnata dallo scontro tra politica e magistratura e da toni particolarmente accesi, tanto da costringere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a richiamare alla moderazione.
Dato l'appoggio di tutta la maggioranza di governo alla riforma, e l'altrettanto unito fronte del no composto dai principali partiti di opposizione, il voto referendario potrebbe rappresentare un importante segnale riguardo l'intenzione di voto degli italiani, quando manca poco più di un anno dalla fine della legislatura, prevista per l'estate 2027.
La maggioranza sostiene il sì come passaggio chiave per "completare" il percorso di riforma della giustizia e renderla più meritocratica, mentre una parte significativa della magistratura e delle opposizioni invita a respingere il testo, ritenuto deleterio e incapace di incidere sulla reale efficienza del sistema giudiziario in Italia.