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Giustizia, avvocati: “Così si mandano a processo troppi innocenti, la riforma è necessaria”

Campagna per il sì al referendum sulla giustizia in Italia
Campagna per il sì al referendum sulla giustizia in Italia Diritti d'autore  Euronews
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Di Stefania De Michele
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Il Consiglio nazionale forense non prende posizione ufficiale sul referendum giustizia, ma i consiglieri sono favorevoli alla riforma: “Troppi processi inutili, sistema squilibrato"

C’è un imbuto nel sistema penale italiano. Un passaggio chiave - quello tra indagini preliminari e dibattimento - che finisce per riversare nei tribunali una quantità enorme di procedimenti, molti dei quali destinati a concludersi con un’assoluzione.

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I numeri, citati da Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, sono netti: “Nel 97 per cento dei casi le richieste del pubblico ministero vengono recepite, spesso acriticamente, dal giudice per le indagini preliminari” e, a valle, “il 46 per cento dei procedimenti si conclude con un’assoluzione”. Tradotto: troppi imputati non dovevano arrivare a processo.

Una distorsione che, secondo il Cnf, non è solo tecnica ma incide direttamente sulla vita delle persone e sull’efficienza complessiva della giustizia.

È da qui che parte la riflessione dell’avvocatura sulla riforma della giustizia e sul referendum. Una posizione articolata, che tiene insieme libertà individuale e una chiara esigenza di cambiamento.

Nessuna posizione ufficiale, ma l’avvocatura spinge per la riforma

Il Consiglio nazionale forense ha scelto di non esprimere una posizione ufficiale sul referendum, optando per una linea di equilibrio istituzionale che tenga insieme rappresentanza e pluralismo. Una decisione che non nasce da ambiguità, ma dalla consapevolezza di rappresentare una categoria ampia e articolata, al cui interno convivono sensibilità diverse, anche se minoritarie rispetto all’orientamento prevalente.

A spiegare la scelta è lo stesso Cnf, che rivendica un approccio inclusivo: “Abbiamo ritenuto di non prendere una posizione ufficiale perché siamo consapevoli che una parte degli avvocati non condivide la riforma - spiega Greco - Per rispetto di questa componente pur minoritaria rispetto a chi è favorevole, abbiamo ritenuto più opportuno lasciare liberi i singoli componenti del Consiglio nazionale, così come tutti gli avvocati, di avere una posizione individuale”.

Dietro questa scelta istituzionale, il quadro sostanziale appare molto più definito: tra i vertici dell’avvocatura e nella base professionale prevale infatti un orientamento favorevole alla riforma, maturato nella pratica quotidiana delle aule di giustizia. Tutti i componenti del Consiglio nazionale forense si sono infatti dichiarati favorevoli alla riforma, e la grande maggioranza dei 230mila avvocati italiani è a favore del sì.

Secondo il presidente del Cnf, "oggi il processo non risponde al requisito costituzionale del giusto processo”.

Squilibrio nel processo: “Prevalenza del pm sulla difesa”

Il cuore della critica riguarda l’equilibrio tra le parti. Secondo il Consiglio nazionale forense, il processo penale italiano si è progressivamente allontanato dal modello di equidistanza previsto dalla Costituzione, assumendo una struttura in cui il pubblico ministero esercita un peso dominante.

Da qui deriva il giudizio positivo sulla riforma, vista come un intervento necessario per riequilibrare il sistema: “Riteniamo che la riforma sia sicuramente positiva, che migliori il nostro processo e che ci porterà a un processo più giusto, in cui le responsabilità dei colpevoli potranno essere affermate, ma anche l’assenza di responsabilità degli imputati non colpevoli potrà emergere con maggiore facilità”.

Il nodo Gip-Pm: “Il 97 per cento delle richieste viene accolto”

Il punto più critico individuato dall’avvocatura è la fase intermedia tra indagini e dibattimento. È qui che, secondo il Cnf, si genera il principale squilibrio del sistema e l’eccesso di procedimenti che arrivano a processo.

Il meccanismo è descritto in modo molto preciso: “Dopo le indagini, il pubblico ministero chiede al giudice per le indagini preliminari di rinviare a giudizio o di archiviare. Nel 97 per cento dei casi la richiesta del pubblico ministero viene recepita. In caso di rinvio a giudizio, si manda a processo l’imputato con l’idea che sarà il dibattimento a stabilire se è colpevole o innocente”.

Le statistiche ufficiali dicono che il 46 per cento dei procedimenti si conclude con un’assoluzione. Questo significa - sostiene Greco - che quasi la metà dei cittadini sottoposti a processo non doveva esserci, e nonostante questo ha affrontato un procedimento penale che non è una formalità, ma qualcosa di pesantissimo”.

Un processo penale significa anni di giudizio, spesso misure cautelari, sequestri, una pressione enorme anche mediatica. Se una persona è innocente, quel processo può distruggere la sua vita, quella della sua famiglia e dei suoi figli
Francesco Greco
presidente del Consiglio nazionale forense

Il confronto: “In altri Paesi si processa solo chi deve”

Per chiarire la portata della distorsione, il Cnf richiama il confronto con altri ordinamenti, in cui il filtro del rinvio a giudizio è molto più rigoroso. L’esempio citato è quello giapponese, utilizzato come termine di paragone per evidenziare il diverso funzionamento del sistema.

“In Giappone solo il 4 per cento degli imputati viene assolto, perché viene sottoposto a processo soltanto chi, a seguito della richiesta del pubblico ministero, viene valutato con estrema attenzione dal giudice”.

Il confronto serve a mettere in luce il paradosso italiano: “Da noi - commenta Greco - accade il contrario: si fanno tanti processi che non dovrebbero esserci, con un enorme dispendio di risorse economiche, di energie e con il coinvolgimento inutile delle persone e della macchina giudiziaria”.

Francesco Greco, presidente Consiglio nazionale forense
Francesco Greco, presidente Consiglio nazionale forense Euronews

Non è un problema di risorse: “I dati europei lo smentiscono”

Uno dei principali argomenti utilizzati contro la riforma riguarda la carenza di risorse. Ma su questo punto il Cnf assume una posizione molto netta, ribaltando la lettura più diffusa: “Sfatiamo la storiella che le risorse sono poche: il Cepej (Commissione per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa) ha accertato che le risorse destinate alla giustizia in Italia sono superiori alla media degli altri Paesi europei”.

Se il problema non è quantitativo, allora diventa inevitabile interrogarsi sull’efficienza del sistema.

Se negli altri Paesi europei, con risorse analoghe o inferiori, la giustizia funziona, allora bisogna verificare come queste risorse vengono spese. Il grandissimo dispendio che c’è oggi è qualcosa che deve far riflettere
Francesco Greco
presidente Consiglio nazionale forense

Un sistema da ripensare

Il quadro complessivo che emerge è quello di una giustizia che fatica a reggere il peso del proprio funzionamento. Non solo per la quantità di lavoro, ma per il modo in cui quel lavoro viene generato e distribuito.

Sencondo il Cnf, il confronto con l’Europa resta il punto di riferimento: “In Europa, con lo stesso numero di personale e con risorse simili, la giustizia funziona. Da noi non funziona. E allora dobbiamo chiederci il perché”.

La risposta chiama in causa tutti gli attori del sistema: “Noi avvocati siamo pronti a metterci in discussione e a fare la nostra parte. Ci dispiace vedere che non tutti i protagonisti del processo sono disponibili a cambiare, come se la giustizia italiana fosse un fiore all’occhiello, quando invece non lo è” conclude Greco.

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