In vista della sua mostra al Musée des Confluences di Lione, il fotografo francese Stephan Gladieu ha raccontato a European Lens la serie «North Korea», raccolta di scatti realizzati in tre anni e durante numerosi viaggi nel Paese isolato.
In una fotografia, cinque scolari sono in piedi davanti a una parete blu. Le loro camicie bianche inamidate li fanno risaltare con forza. Da dietro le lenti scure dei loro occhiali da sole giallo brillante guardano direttamente lo spettatore, che a sua volta ricambia lo sguardo.
Quando la richiesta del fotografo francese Stephan Gladieu di viaggiare in Corea del Nord è stata approvata, sapeva di voler concentrare il suo lavoro sulle persone del Paese. «L’ho chiarito subito: non avrei fatto fotografia di architettura né scattato luoghi vuoti, non mi interessava», racconta Gladieu a Euronews Culture.
«Volevo restituire un’immagine del popolo nordcoreano, sapendo che i nordcoreani erano completamente invisibili, perché il regime laggiù parla poco di loro. E anche perché in Europa, negli Stati Uniti e in Asia a nessuno importa davvero dei nordcoreani».
In Corea del Nord vivono oltre 26 milioni di persone, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (fonte in inglese). La comunità è in gran parte isolata dal resto del mondo e nell’ultimo decennio si è verificato un regresso nell’accesso all’informazione, come mostra un rapporto del 2025 (fonte in inglese) dell’Ufficio Onu per i diritti umani.
Nel corso di cinque viaggi nel Paese, tra il 2017 e il 2020, Gladieu ha composto una serie di ritratti intitolata "North Korea", che offre uno sguardo su una comunità vistosamente assente dalla copertura mediatica globale.
In "North Korea", i ritratti di Gladieu avvicinano lo spettatore alle persone ritratte. «È come uno specchio», dice. «Io sono solo di passaggio e metto le persone che guarderanno le immagini di fronte a loro… e credo che si impari tanto su se stessi quanto su chi si ha davanti, proprio come quando ci si incontra nella vita reale».
Il primo lavoro di Gladieu nella fotografia documentaria lo ha portato in giro per il mondo, dalla Romania dopo la caduta di Nicolae Ceaușescu alla Namibia, dove la generazione attuale degli Ovaherero fa i conti con la memoria del genocidio degli Ovaherero e dei Nama ad opera delle truppe coloniali tedesche. Proprio in Namibia ha sviluppato quello che lui definisce lo stile dei "ritratti iconici", che avrebbe poi utilizzato in "North Korea".
Per realizzare questi ritratti, Gladieu porta in strada gli strumenti tipici della fotografia in studio, come le luci. «Era molto interessante, per un fotografo di strada, portare le tecniche dello studio sulla strada», racconta.
Gladieu è stato colpito in particolare dall’immagine dell’icona religiosa, «non per l’aspetto religioso in sé, ma più per lo stile iconografico», spiega. Le immagini ridotte all’essenziale sono facili da leggere, aggiunge, e storicamente sono state usate per trasmettere messaggi. È proprio questa funzione dell’icona a guidare il suo modo di fare ritratti.
«Per me era interessante giocare con questo codice iconografico per cercare di costruire un messaggio umanista», spiega. «Così ho iniziato a riflettere sull’uso di tre colori, della stessa inquadratura, e a portare il flash in strada con lo stesso tipo di luce per ogni fotografia».
I ritratti di "North Korea" hanno una luminosità intensa e una simmetria marcata, che richiamano le immagini delle riviste di moda. Ma i soggetti, ripresi davanti agli scaffali dei negozi di alimentari o negli ambulatori medici, restano ancorati alla realtà. Gladieu usa questo contrasto per creare piccole scene surreali di vita quotidiana, in equilibrio tra il realistico e l’iconografico.
Per ogni ritratto ha scelto di posizionare la macchina fotografica a una distanza standard dal soggetto e di illuminarlo sempre allo stesso modo. «Volevo scegliere luoghi che non fossero lontani da dove incontravo le persone, così tutto ciò che si vede è reale», spiega. «Se c’era un posto che mi piaceva molto, ci restavo ad aspettare per fotografare le persone».
Rispetto alla fotografia documentaria, il ritratto iconico ha permesso a Gladieu di «riutilizzare e giocare con un codice» più familiare al contesto, che peraltro lo costringeva a restare per lo più fermo in un luogo, spiega. All’inizio questo ha reso le sue guide più a loro agio con il suo approccio. «Probabilmente questo ha permesso di creare, in mezzo a tutto quel controllo, una bolla di libertà in cui potevo fare cose frutto di una mia scelta», dice.
Nel corso dei cinque viaggi, ognuno di circa quindici giorni e durante i quali è stato quasi sempre accompagnato, Gladieu ha cercato di capire il Paese e la sua comunità. All’inizio ha avuto «lunghe discussioni» per capire dove potesse andare e come fosse la realtà quotidiana.
La sua posizione di outsider rendeva difficile trovare un terreno comune con le guide e con le persone che fotografava, anche per via di storie e contesti socioculturali diversi. «Quando non si hanno riferimenti comuni e si guarda la stessa cosa, non la si analizza e non la si percepisce allo stesso modo», osserva. «Anche se eravamo fianco a fianco, a volte non lo sentivamo nello stesso modo».
Questo portava a volte, racconta Gladieu, a estetiche diverse e a idee differenti su che cosa possa essere un soggetto fotografico. «Il loro rapporto con la perfezione è molto forte e lo si percepisce ovunque. Non si fotografa nulla se non è completamente finito», dice. Ricorda per esempio di avere avuto opinioni opposte alle sue guide sul fotografare operai edili davanti a palazzi in ristrutturazione. «Non era il timore di un problema politico, era solo che il luogo non era finito e andava completato».
Questa attenzione alla simmetria, a volte, si è intrecciata in modo fortuito con lo stile proporzionato dei suoi ritratti iconici. In un’occasione Gladieu ha potuto visitare un poligono di tiro e ha inizialmente voluto fotografare due uomini all’interno. Gli è stato detto che non era possibile perché erano militari. Pur rifiutando la sua prima idea, gli hanno però proposto di fotografare due hostess del poligono.
«Quando sono arrivate, erano vestite di marrone, con la pistola e tutto il resto». Vederle gli ha ricordato un bersaglio che aveva visto nel poligono, montato su una parete marrone, dall’effetto legno. «Ho pensato: “è ovvio che devo usare il bersaglio come sfondo”», racconta.
Il loro suggerimento ha portato a uno scatto sorprendente che il fotografo non si aspettava di realizzare. Nella foto, le donne sono schiena contro schiena, rivolte in direzioni opposte, con il bersaglio tra loro, e i colori dei loro abiti riprendono quelli dello sfondo, creando una composizione dalla forte armonia visiva. «Per me è stata una foto incredibile», dice Gladieu.
«Non hanno mai visto esattamente che cosa stessi facendo, e io non ho mai davvero capito che cosa vedessero loro nelle mie immagini e perché, col tempo, abbiano accettato che tornassi e continuassi a lavorare», afferma Gladieu. «Sapevo solo che era il segno che in qualche modo si riconoscevano, anche se a volte era complicato».
Gladieu era accompagnato da guide che parlavano inglese. La barriera linguistica per lui era quindi un problema minore, ma ha sofferto il fatto di non sapere mai dove stesse andando e di avere i movimenti strettamente controllati. «In Corea del Nord non si va da nessuna parte da soli: ti portano da qualche parte, ma non ci vai per conto tuo», spiega. «È molto complicato, dal punto di vista psicologico».
La serie alterna ritratti individuali e di gruppo. «Un’altra cosa molto difficile era quando dovevo fotografare le persone da sole, perché quasi mai vengono ritratte da sole», racconta Gladieu. Ma anche nei ritratti di gruppo le immagini colgono la presenza di ogni singolo individuo, anche solo nel modo in cui si dispone per la fotografia.
«Cerco di non chiedere loro nulla e mi prendo più tempo del necessario per preparare le scene o fingo di dover regolare le luci», dice, riflettendo sul processo di realizzazione delle fotografie. «Lo faccio perché così hanno il tempo di stare pienamente nei propri panni e nella propria posa».
«Io ho avuto la possibilità di incontrarli nella vita reale», dice Gladieu. «Le persone che guarderanno la collezione forse avranno la possibilità di incontrarli nelle immagini».
"North Korea" è uscita inizialmente come libro nel 2020, con lo stesso titolo.
La mostra North Korea di Stéphan Gladieu è al Musée des Confluences di Lione dal 12 giugno 2026 al 2 gennaio 2028.