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Pompei, fuga dall'eruzione: copre la testa con un mortaio, l'IA ricostruisce i suoi ultimi istanti

Uomo con mortaio a Pompei
Uomo con mortaio a Pompei Diritti d'autore  Parco Archeologico di Pompei
Diritti d'autore Parco Archeologico di Pompei
Di Stefania De Michele
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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A Pompei riemergono le storie di due uomini morti durante l’eruzione del 79 d.C. Tra fuga, oggetti quotidiani e IA, prende forma il racconto degli ultimi istanti

Sollevare un mortaio di terracotta sopra la testa per proteggersi dalla pioggia di fuoco. È un gesto istintivo, disperato, quasi primordiale. Eppure è reale: è uno degli ultimi atti compiuti da un uomo in fuga durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., oggi ricostruito grazie ai nuovi scavi nella necropoli di Porta Stabia, a Pompei. Un frammento di vita - e di morte - che restituisce tutta la drammaticità di quelle ore.

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Due vittime, due momenti dell’eruzione

Gli scavi, condotti nell’area della tomba monumentale di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher, hanno portato alla luce i resti di due uomini morti durante la catastrofe. Le loro posizioni e le condizioni dei corpi raccontano due fasi diverse dell’eruzione. Il più giovane fu probabilmente travolto da una corrente piroclastica, una nube rovente di gas e cenere capace di uccidere all’istante. Il secondo, più adulto, morì qualche ora prima, sotto una pioggia incessante di lapilli, mentre cercava di allontanarsi dalla città.

Accanto al corpo dell’uomo più adulto, gli archeologi hanno trovato un mortaio di terracotta con evidenti segni di frattura: tutto lascia pensare che lo stesse usando come protezione. Con lui c’erano anche una lucerna in ceramica, probabilmente per orientarsi nell’oscurità causata dalla cenere, un anello in ferro al mignolo sinistro e un piccolo gruzzolo di dieci monete in bronzo. Oggetti quotidiani che diventano indizi preziosi: raccontano una fuga lucida, organizzata quanto possibile, nel caos di un’apocalisse.

Foto dei resti di una delle vittime dell'eruzione del 79 d.C
Foto dei resti di una delle vittime dell'eruzione del 79 d.C Parco Archeologico di Pompei

Quel gesto estremo trova un’eco sorprendente nelle fonti antiche. Plinio il Giovane, testimone oculare dell’eruzione, descriveva persone in fuga che “si legavano cuscini sulla testa” per difendersi dalla caduta di detriti. A Pompei, per la prima volta, quella descrizione diventa materia concreta: non più solo parole, ma un oggetto reale, una scena che attraversa i secoli e si materializza davanti agli archeologi.

L’intelligenza artificiale entra negli scavi di Pompei

Dai resti emerge anche una novità che guarda al futuro: l’uso dell’intelligenza artificiale nell’archeologia. Il Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con l’Università di Padova, ha realizzato una ricostruzione digitale della vittima, basata sui dati raccolti durante lo scavo. Si tratta di un modello sperimentale che combina algoritmi e tecniche di fotoritocco per restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti.

Ricostruzione IA dell-uomo che fugge da Pompei proteggendosi con un mortaio
Ricostruzione IA dell-uomo che fugge da Pompei proteggendosi con un mortaio Parco Archeologico di Pompei

Le voci degli esperti: tra innovazione e responsabilità

“L’Italia storicamente ha sempre fatto della cultura classica un ingrediente fondamentale dell’innovazione”, ha dichiarato il ministro della Cultura Alessandro Giuli. “A Pompei l’intelligenza artificiale aiuta non solo nella tutela dell’immenso patrimonio archeologico, ma anche nel racconto, coinvolgente e accessibile, della vita antica”.

Sulla stessa linea il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel: “La vastità dei dati archeologici è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici”.

Luciano Floridi, founding director del Digital Ethics Center a Yale, che ha commentato così la novità: “L'uomo di Pompei fuggiva con un mortaio sul capo, una lucerna in mano, e dieci monete: portava ciò che gli sembrava utile per orientarsi nel buio. Duemila anni dopo, l'IA ci aiuta a ricostruire i suoi ultimi momenti. Il caso parla a tutte le discipline umanistiche. L'IA non sostituisce l'archeologo. Sotto il suo controllo, ne amplia e approfondisce le potenzialità; e rende accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo per pochi".

Secondo Floridi, senza l'IA gran parte del patrimonio rischia di restare inesplorato per chi fa archeologia, e muto per chi la ama. Marguerite Yourcenar, nei taccuini delle Memorie di Adriano, descriveva il suo esercizio come un piede nell'erudizione, l'altro nella magia: quella magia che consiste nel trasportarsi col pensiero dentro qualcun altro. È esattamente ciò che l'archeologia fa da sempre: ricostruire scientificamente dal di dentro un mondo scomparso, e permetterci di immaginarlo. L'IA accelera la resa di quella ricostruzione, ma la magia resta umana.

Una tecnologia così potente porta con sé rischi reali. L'IA produce ipotesi, non verità. Le ipotesi vanno riviste, discusse, corrette, integrate, approvate. La responsabilità scientifica non si delega. Ma il rischio non è che l'IA sbagli: è che smettiamo di pensare usandola
Luciano Floridi
founding director del Digital Ethics Center a Yale

E il professor Jacopo Bonetto dell'Università di Padova sottolinea: “Una tecnologia che può contribuire alla produzione di modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione, ma che richiede un uso controllato e metodologicamente fondato, sempre in integrazione con il lavoro degli specialisti”.

Pompei, laboratorio tra passato e futuro

È proprio qui che si gioca la sfida: usare la tecnologia senza perdere il rigore, rendere il passato accessibile senza tradirlo. A Pompei, ancora una volta, l’archeologia si conferma un laboratorio vivo, capace di innovare e interrogarsi. E quell’uomo, con il suo mortaio sollevato contro la cenere, continua a parlarci: non come simbolo astratto, ma come individuo reale, colto nell’istante più umano di tutti - quello in cui prova, fino all’ultimo, a salvarsi.

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