Il primo ministro albanese ha dichiarato che l'intesa con l'Italia potrebbe essere prorogata su richiesta di Roma, fugando i dubbi sulla chiusura dei centri alla scadenza dell'attuale accordo.
Il controverso accordo sui centri per migranti costruiti in Albania dall'Italia potrebbe essere prorogato oltre la sua durata attuale, se il governo di Giorgia Meloni lo desidera. Lo ha dichiarato il primo ministro albanese Edi Rama durante l'Enlargement Summit di Euronews a Bruxelles.
L'accordo, in scadenza nel 2029, consente all'Italia di trasferire nei centri di Shëngjin e Gjadër persone migranti irregolari destinatarie di un provvedimento di espulsione, prima del loro rimpatrio verso i Paesi di origine.
È stato firmato nel 2023 ed entrato in vigore a marzo 2024, con una durata iniziale di cinque anni e un rinnovo automatico per altri cinque, a meno che uno dei due Paesi non decida di recedere.
Ma il suo destino potrebbe complicarsi se l'Albania dovesse effettivamente entrare nell'UE prima del 2030, come punta a fare. In questo caso, i due centri non si troverebbero più fuori dal territorio europeo, configurando una situazione nuova dal punto di vista legale e politico.
“L'accordo resterà in vigore finché sarà necessario”, ha detto Rama, promettendo di mantenerlo operativo finché Meloni resterà al potere.
“Quindi [potrebbe essere fino al] 2030, 2040, 2050, finché lei sarà presidente del Consiglio in Italia”, ha scherzato il premier albanese in un vivace scambio di battute con la giornalista di Euronews che lo intervistava, Maria Tadeo: “Volete tirar fuori un titolo contro la mia sorella a Roma, ma non ve lo darò.”
L'accordo ha suscitato polemiche per le presunte violazioni dei diritti fondamentali e per gli alti costi. I due centri allestiti in Albania ospitano attualmente meno di cento persone secondo vari organi di informazione, mentre i numeri ufficiali non vengono resi pubblici.
Un'inchiesta del giornale olandese De Correspondent, premiata con il Premio di giornalismo Daphne Caruana Galizia del Parlamento europeo, ha calcolato che l'Italia ha speso circa un milione di euro per persona trattenuta, nei primi due anni di funzionamento dei centri.
Le strutture di Shëngjin e Gjadër erano inizialmente destinate ad accogliere i richiedenti asilo soccorsi in mare mentre le autorità italiane esaminavano le loro domande. Dopo ripetuti problemi legali e rinvii alla Corte di Giustizia dell'UE, il governo italiano ne ha cambiato la destinazione d'uso, riservandoli ai migranti irregolari già presenti in Italia e in attesa di espulsione verso i Paesi di origine.
Rama comunque ha minimizzato la portata dell'accordo, affermando che non è “una questione così enorme da occupare le menti in Europa”, sostenendo che la migrazione resta una enorme sfida per l'Europa e che leggi più rigide non saranno sufficienti per gestirla.
“Questo problema non scomparirà perché rafforziamo le frontiere”, ha detto durante l'intervista.
Una normativa dell'UE approvata di recente, il "regolamento rimpatri" consente agli Stati membri di stabilire fuori dal territorio europeo return hubs, centri dal funzionamento analogo a quelli costruiti in Albania. Cinque Paesi dell'UE stanno attualmente negoziando con Paesi extra-europei accordi simili a quello fra Roma e Tirana.