Per i palestinesi la priorità è cambiare il governo israeliano, ha affermato Mustafa Barghouti, leader dell'Iniziativa Nazionale Palestinese. Dopo le elezioni, i partiti arabi hanno l'ago della bilancia e sarebbero decisivi per un nuovo governo
Un governo israeliano guidato da Gadi Eisenkot sarebbe la soluzione migliore per i palestinesi, perché la priorità più urgente è rimuovere dall'incarico l'attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Lo sostiene Mustafa Barghouti, leader dell'Iniziativa nazionale palestinese, un partito politico attivo nella Cisgiordania occupata.
Intervistato durante la trasmissione Europe Today di Euronews, Barghouti ha sostenuto che il leader dell'opposizione dovrebbe fare affidamento sui parlamentari arabi della nuova Knesset per formare un governo, escludendo i ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che ha definito "fascisti".
I partiti arabi - Lista Comune e la Lista Araba Unita (Ra’am) - hanno risultanti importanti alle elezioni, conquistando in totale un record di 19 seggi, che li rende di fatto decisivi. Il loro sostegno sarebbe fondamentale per Eisenkot, dal momento che l'opposizione guidata dal partito centrista Yashar non ha raggiunto la maggioranza nell'assemblea, composta da 120 deputati.
"Netanyahu è responsabile non solo del massacro dei palestinesi a Gaza e dell'intensificazione della pulizia etnica in Cisgiordania, ma anche di aver provocato guerre con il Libano e la Siria, minacciato la Giordania e cercato di imporre Israele come una forza imperiale in grado di controllare il Medio Oriente", ha dichiarato Barghouti.
Diversi partiti di opposizione hanno escluso di collaborare con i partiti arabi
Dopo le elezioni, tuttavia, Eisenkot ha dichiarato che farà tutto il possibile per formare "un governo sionista".
Quasi tutti i partiti del blocco di opposizione sono riluttanti ad allearsi con le forze arabe. Prima del voto, Yashar, B'Yachad, Yisrael Beytenu e i Democratici avevano escluso, con diverse sfumature, una collaborazione con la Lista Comune e Ra'am. Qualsiasi accordo richiederebbe quindi probabilmente di rinnegare gli impegni assunti durante la campagna elettorale.
"Tutti i partiti sionisti in Israele, sia quelli al governo con Netanyahu sia quelli all'opposizione, condividono la stessa posizione di rifiuto dei diritti palestinesi: compresi uno Stato palestinese, il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e l'idea di porre fine all'occupazione illegale israeliana", ha affermato Barghouti, aggiungendo che tutte queste forze politiche "sostengono la prosecuzione della guerra genocida a Gaza".
I partiti arabi rappresentano gli oltre 2 milioni di palestinesi cittadini di Israele, pari a circa il 21 per cento della popolazione del Paese.
Non comprendono invece i 5,5 milioni di palestinesi senza cittadinanza israeliana che vivono nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.
Questa componente dell'elettorato israeliano sostiene la fine della guerra a Gaza, l'interruzione degli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania e, in larga misura, una soluzione a due Stati. Si tratta di temi particolarmente sensibili per l'opinione pubblica israeliana.
"Non ce ne andiamo"
Secondo Barghouti, rimuovere gli insediamenti israeliani illegali dalla Cisgiordania è l'unico modo per salvaguardare la possibilità di uno Stato palestinese.
"Per questi partiti israeliani estremisti, che rifiutano la soluzione a due Stati, l'unica soluzione è la pulizia etnica dei palestinesi. Ma noi non ce ne andremo. Siamo qui. Resteremo. Resisteremo", ha dichiarato.
L'attività di colonizzazione è aumentata fino a raggiungere livelli senza precedenti negli ultimi due anni, secondo un rapporto delle Nazioni Unite sull'argomento. L'ONU afferma che ci sono in totale più di 400 insediamenti e avamposti, tutti illegali secondo il diritto internazionale.
Le prossime settimane saranno decisive per la formazione di un nuovo governo in Israele.
Il presidente Isaac Herzog avvierà ora consultazioni con i leader dei partiti, prima di affidare l'incarico al candidato che riterrà avere le maggiori possibilità di ottenere un sostegno sufficiente.
Il candidato incaricato avrà 28 giorni per formare un governo, con la possibilità di ottenere una proroga di altri 14 giorni. Se dovesse fallire, il presidente potrà affidare l'incarico a un secondo candidato, che avrà a sua volta un massimo di 28 giorni. Se anche questo tentativo fallirà, la Knesset potrà chiedere che venga incaricato un terzo candidato, al quale saranno concessi 14 giorni.
Se tutti i tentativi falliranno e lo stallo si rivelerà impossibile da superare, saranno convocate nuove elezioni, come già accaduto quattro volte tra il 2019 e il 2022.