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L'Islanda dice No ai negoziati di adesione: duro colpo all'allargamento Ue

Un cartello con la scritta "ESB Nei takk", islandese per "UE no, grazie", a Vik, nel sud dell'Islanda.
Un cartello con la scritta "ESB Nei takk", in islandese "EU no grazie", a Vik, nel sud dell'Islanda. Diritti d'autore  Copyright 2026 The Associated Press. All rights reserved
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Di Vincenzo Genovese
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Il "No" nel referendum sulla riapertura dei negoziati di adesione può essere letto come un messaggio politico a Bruxelles: per l’opinione pubblica, i costi dell’appartenenza all’UE superano i benefici

L'Islanda ha detto no alla riapertura dei negoziati per l'adesione all'Unione europea. È un colpo doloroso per il blocco.

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Con un margine ristretto, 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi hanno respinto l'idea di riavviare il processo di adesione, sospeso nel 2013.

Il referendum non era un voto diretto sull'adesione all'UE. Ma, di fatto, gli islandesi hanno chiuso la porta, almeno per il prossimo futuro, privando il blocco di un potenziale nuovo membro promettente, che avrebbe avuto un percorso relativamente semplice verso l'adesione.

E questo nonostante l'Islanda sia già profondamente integrata con l'UE attraverso lo Spazio economico europeo e l'area Schengen. La decisione di non riaprire i colloqui arriva in un momento delicato per il blocco.

Bruxelles cerca con urgenza di proiettare forza strategica nella regione artica di fronte a un'amministrazione statunitense bellicosa, mentre la sua strategia di allargamento fatica a produrre risultati tangibili nell'Europa orientale.

La pesca ha contato più delle minacce di Trump

Una prima lettura di un risultato sul filo del rasoio suggerisce che l'assertività del presidente USA Donald Trump sulla regione artica non ha spinto gli islandesi più vicini all'UE.

Il suo reiterato interesse ad acquisire la Groenlandia e le sue dichiarazioni, che a tratti hanno confuso il confine tra il territorio danese e l'Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri di potere nel mondo.

La posizione strategica dell'Islanda nel Nord Atlantico ha quindi assunto un nuovo peso. Per i sostenitori dell'adesione all'UE, la postura degli Stati Uniti ha rafforzato l'argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all'interno dell'Unione.

Il rifiuto potrebbe significare che, per la maggioranza della popolazione dell'isola, questi argomenti non sono stati abbastanza convincenti da superare le preoccupazioni per la sovranità e il controllo nazionale.

La campagna è stata invece dominata dalle consuete linee di frattura che da anni plasmano il dibattito islandese sull'adesione all'UE: il controllo della pesca e dell'agricoltura, la sovranità e il modello economico del Paese.

La prospettiva di negoziare la gestione del settore della pesca nel quadro della Politica comune della pesca dell'UE ha spaventato gli islandesi più delle rivendicazioni di Trump sulla vicina Groenlandia.

I sostenitori del "No" hanno insistito soprattutto sull'avvertimento che concedere a Bruxelles maggiore voce in capitolo sulla politica economica avrebbe un costo in termini di controllo nazionale.

I promotori della ripresa dei negoziati non sono riusciti a convincere l'opinione pubblica che i benefici di una piena integrazione politica avrebbero compensato la perdita di autonomia implicata dall'adesione. Anche perché l'appoggio della coalizione di governo è stato piuttosto tiepido.

La prima ministra Kristrún Frostadóttir ha descritto soprattutto il referendum come un'occasione per decidere insieme il futuro del Paese. Ha sottolineato con cautela che è impossibile sapere se i benefici supereranno gli svantaggi prima di negoziare concretamente i termini dell'adesione.

Un passo indietro per il messaggio di allargamento dell'Europa

Per Bruxelles, il significato politico del voto è ancora più negativo.

L'UE sta cercando di rilanciare l'allargamento come progetto strategico, soprattutto dall'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia. Ha accelerato il percorso per Ucraina e Moldova, mantenendo al contempo i Paesi dei Balcani occidentali vicini tramite investimenti e partenariati.

L'inclusione dell'Islanda, una democrazia stabile allineata alle norme dell'UE, nel gruppo dei Paesi candidati avrebbe offerto una nuova prospettiva sulla strategia di allargamento. Avrebbe dimostrato che l'adesione è ancora attrattiva per i Paesi ricchi e che l'UE può espandersi in tutte le direzioni.

Invece, quella che poteva essere una storia di successo lineare si è trasformata in un danno di immagine per Bruxelles: perfino un Paese strettamente allineato può considerare l'adesione un passo eccessivo.

La sconfitta al referendum riporta inevitabilmente alla mente alcuni dei più dolorosi confronti dell'UE con il voto popolare, sia all'interno sia all'esterno del blocco.

Nel 2005 gli elettori francesi e olandesi respinsero il Trattato costituzionale proposto, infliggendo un duro colpo al tentativo dell'UE di dotare il proprio progetto politico di una legge fondamentale.

L'Irlanda ha fornito un altro promemoria dei rischi politici legati ai referendum respingendo il Trattato di Lisbona – il sostituto della Costituzione europea – nel 2008, prima di approvarlo in una seconda consultazione l'anno successivo.

Il precedente più vicino al "no" islandese è la decisione della Norvegia di respingere l'adesione all'UE per due volte, nel 1972 e nel 1994. In entrambi i casi le preoccupazioni per la sovranità e il controllo delle risorse naturali, in particolare della pesca, hanno avuto un ruolo centrale, dinamica che potrebbe valere anche per gli elettori islandesi.

Analogamente, la Svizzera ha ripetutamente rifiutato forme più profonde di integrazione europea, come l'adesione allo Spazio economico europeo, pur mantenendo stretti legami economici con il mercato unico attraverso accordi su misura.

Come nei casi precedenti, questo "no" alla riapertura dei negoziati di adesione non significa necessariamente che gli islandesi siano anti-europei, né danneggerà il rapporto del Paese con l'UE. Ma offre agli europei un promemoria sgradito: più il mondo appare incerto, più il controllo nazionale può sembrare prezioso.

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