Ucciso a Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, capo dell’intelligence militare delle forze di Haftar. La Libia torna sotto pressione: in gioco sicurezza, elezioni, migranti e gas per l’Italia
Un attentato scuote la Libia orientale e riporta in primo piano la fragilità dell’equilibrio raggiunto negli ultimi anni. Il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze orientali guidate dal maresciallo Khalifa Haftar, è stato ucciso a Bengasi.
Secondo le prime ricostruzioni, un ordigno sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell'auto. L'attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l'attentato e le autorità hanno aperto un'indagine.
La morte di al-Mansouri arriva in un momento particolarmente delicato per la Libia. E non è l'unico episodio a indicare che la relativa stabilità degli ultimi anni potrebbe essere più fragile di quanto appaia.
Nelle stesse ore, infatti, anche la parte occidentale del Paese è stata colpita: un attacco con droni ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.
Due Libie, due fronti di tensione
Il quadro che emerge è quello di una Libia ancora profondamente divisa. A Tripoli il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh deve fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.
A est, invece, Haftar mantiene un forte controllo militare e politico attraverso l'Esercito nazionale libico.
L'assassinio di un alto responsabile dell'intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell'area controllata da Haftar.
E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.
La partita delle elezioni
La Libia cerca da anni di uscire dalla transizione permanente iniziata dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Il percorso sostenuto dalle Nazioni Unite punta a creare le condizioni per elezioni presidenziali e legislative e, soprattutto, a superare la divisione tra istituzioni dell'est e dell'ovest.
Il problema è che manca ancora un accordo politico sufficientemente solido. La missione ONU UNSMIL ha avvertito che la paralisi istituzionale, la presenza di due strutture di governo e la duplicazione della spesa pubblica continuano a destabilizzare l'economia libica. Sono circa 2,8 milioni gli elettori registrati che attendono ancora di poter votare alle elezioni nazionali.
Il percorso verso il voto resta quindi aperto, ma tutt'altro che scontato. Ed è proprio qui che l'attentato di Bengasi assume un significato più ampio: la sicurezza resta una delle condizioni indispensabili per qualsiasi processo di riunificazione.
Perché la Libia riguarda direttamente l'Italia
Per l'Italia la questione non è soltanto geopolitica. La Libia è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.
Il legame più evidente è quello con Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l'Italia il gas prodotto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.
E proprio nel 2026 la cooperazione energetica tra Roma e Tripoli ha fatto un nuovo passo avanti. A giugno Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all'anno.
A marzo, inoltre, Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.
Il punto è dunque evidente: mentre la Libia cerca una difficile stabilizzazione politica, l'Italia ha interessi energetici concreti e crescenti nel Paese.
Gas, petrolio e infrastrutture: cosa c'è in gioco
La Libia possiede le maggiori riserve petrolifere accertate dell'Africa e dispone di enormi risorse di gas. Ma estrarre e trasportare queste risorse richiede infrastrutture funzionanti e, soprattutto, sicurezza.
Un attacco a un comandante militare a Bengasi e un attacco a un'infrastruttura petrolifera a Zawiya mostrano proprio quanto siano vulnerabili i due pilastri dell'economia libica: sicurezza e idrocarburi.
Per l'Italia il rischio non riguarda soltanto eventuali interruzioni delle forniture. Una nuova fase di instabilità potrebbe complicare gli investimenti, aumentare la pressione migratoria e rendere più difficile la gestione delle infrastrutture energetiche che collegano direttamente la Libia alla penisola.
Roma deve guardare a est e a ovest
È qui che la partita libica diventa particolarmente delicata per il governo italiano. Roma non può permettersi di leggere la Libia soltanto attraverso il rapporto con Tripoli.
La divisione tra Tripolitania e Cirenaica resta infatti il nodo centrale. E proprio per questo l'Italia, insieme agli altri attori internazionali, deve mantenere aperti i canali con entrambe le aree, sostenendo il processo di riunificazione istituzionale senza trasformare il dossier libico in una semplice competizione per l'accesso alle risorse energetiche.
Il quadro internazionale, del resto, è tutt'altro che neutrale. Stati Uniti, Turchia, Russia e Cina hanno interessi politici, militari, energetici o infrastrutturali in Libia. La competizione si intreccia con quella europea, mentre Mosca mantiene una presenza strategica nel Paese e Ankara conserva un ruolo importante soprattutto nell'ovest.
Il rischio per l'Italia è una nuova instabilità nel Mediterraneo
L'attentato di Bengasi, preso isolatamente, potrebbe essere un episodio ancora difficile da interpretare. Ma inserito nel quadro degli attacchi alle infrastrutture energetiche, della persistente divisione istituzionale e delle difficoltà del processo elettorale, assume un peso diverso.
La Libia non è tornata alla guerra civile. Ma non è nemmeno arrivata alla stabilizzazione definitiva.
Per l'Italia questo significa che il dossier libico torna a essere strategico su almeno tre fronti: energia, migrazione e sicurezza del Mediterraneo.
E c'è un quarto elemento: la competizione internazionale. Più a lungo Tripoli e Bengasi resteranno divise, più spazio avranno gli attori esterni interessati a costruire proprie sfere d'influenza.
Il vero punto, quindi, non è soltanto capire chi abbia ucciso Fawzi al-Mansouri. È capire se l'attentato sia un episodio isolato oppure il segnale di una nuova fase di destabilizzazione. Per Roma, che proprio quest'anno sta rafforzando la propria presenza energetica in Libia, è una differenza tutt'altro che marginale.