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Barış Boyun nel processo in Italia: creare un'organizzazione alternativa al PKK

Veduta esterna della sede centrale di Europol, l'agenzia di polizia europea, a L'Aia nei Paesi Bassi, 2 dicembre 2016.
Veduta esterna della sede centrale di Europol, agenzia di polizia europea, a L'Aia, Paesi Bassi, 2 dicembre 2016. Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Esma Çakır
Pubblicato il
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Dalle intercettazioni agli atti emerge che Boyun ritiene insufficiente il PKK e mira a creare un’organizzazione alternativa di «gente di strada» per avviare «una nuova rivoluzione» in Turchia.

I fascicoli d'indagine relativi al procedimento in corso in Italia contro Barış Boyun contengono elementi che vanno oltre le accuse di criminalità organizzata emerse finora nell'opinione pubblica.

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In base agli atti giudiziari consultati da Euronews Türkçe (il servizio turco di Euronew) e alle fonti della magistratura italiana interpellate, la Procura di Milano considera la struttura guidata da Barış Boyun non solo come un'organizzazione di criminalità organizzata, ma come un gruppo che agisce con obiettivi politici e può essere inquadrato nelle norme sui reati di terrorismo.

Dalle intercettazioni presenti nel fascicolo emerge che Boyun, ritenendo insufficiente il PKK, punta a creare un'organizzazione alternativa composta da persone «cresciute in strada» e a dare avvio a «una nuova rivoluzione» in Turchia.

Boyun: «Ho mandato un messaggio ai vertici del PKK»

Euronews Türkçe ha esaminato il fascicolo relativo a Barış Boyun e alla sua organizzazione, arrestati nell'operazione condotta a maggio 2024 nella città di Viterbo, e ha parlato con fonti della magistratura italiana.

Secondo l'atto d'accusa della Procura di Milano, dalla fine del 2023 fino al suo arresto a maggio 2024, Boyun ha continuato a impartire istruzioni ai membri dell'organizzazione in Turchia e in Europa tramite applicazioni di messaggistica, pur trovandosi agli arresti domiciliari in varie città italiane.

In base alle registrazioni ottenute dai dispositivi di ascolto installati nelle sue abitazioni di Milano, Crotone e Viterbo e sul braccialetto elettronico, Boyun afferma che l'obiettivo del gruppo è creare un clima di terrore in Turchia per attuare una rivoluzione e combattere, in primo luogo contro i Sarallar, le organizzazioni criminali che sostiene abbiano «invaso» lo Stato.

In un'intercettazione del 16 gennaio 2024, Boyun usa queste espressioni:

«Ho mandato un messaggio ai vertici del PKK. Ho detto che non accettiamo un'organizzazione di questo tipo e che, per proteggere le persone cresciute in strada, lanceremo una nuova rivoluzione creando un nuovo gruppo.»

In un'altra intercettazione del 19 gennaio 2024, dopo aver detto «Tutti scenderanno in strada e faremo la guerra, spaccheremo le strade», Boyun aggiunge: «Ho iniziato. Vadi Istanbul, Florya... Kalashnikov, bombe...».

In una registrazione del 26 febbraio 2024 si riporta che Boyun afferma: «Sto addestrando i miei uomini per azioni da fedai o kamikaze, per creare terrore e panico nella società».

In un'altra intercettazione del 19 marzo 2024, Boyun dichiara: «Non deluderò né la strada né lo Stato». Facendo gli auguri ai membri del gruppo, aggiunge che «quando tutto sarà finito, l'intero Stato parlerà di loro».

Procura: una struttura che va oltre la criminalità organizzata e persegue obiettivi politici

La struttura guidata da Barış Boyun è spesso definita in Turchia come una «mafia di nuova generazione». Ma la Procura della Repubblica di Milano, nell'atto d'accusa, sostiene che le attività del gruppo non possano essere ricondotte esclusivamente alla criminalità organizzata.

Secondo la Procura, l'obiettivo dell'organizzazione è creare una struttura in grado non solo di confrontarsi con i gruppi criminali rivali, ma di destabilizzare l'ordine pubblico e agire in funzione di obiettivi politici. Per questo si ritiene che il gruppo si distingua dalla competizione territoriale e di economia criminale tipica delle mafie tradizionali.

Nell'atto d'accusa si afferma che Boyun tiene discorsi con finalità politiche, coordina cellule all'estero ancora non completamente individuate, soprattutto in Germania e Turchia, si occupa dell'approvvigionamento di armi e dell'organizzazione degli attacchi e che i membri del gruppo agiscono secondo un principio di assoluta fedeltà nei suoi confronti.

La Procura ritiene che l'organizzazione, oltre a operare nei settori del traffico di droga, di armi e di migranti, segua una strategia che prende di mira le istituzioni statali e abbia così acquisito «un vero carattere terroristico».

Nel documento il gruppo viene definito come «una nuova organizzazione capace di provocare caos nelle istituzioni e di realizzare una rivoluzione».

Le fonti della magistratura italiana interpellate da Euronews Türkçe qualificano il gruppo come una struttura armata con finalità terroristiche, pur sottolineando che presenta caratteristiche diverse rispetto alle attuali organizzazioni terroristiche locali o internazionali.

Le stesse fonti ricordano che la valutazione giuridica definitiva spetterà alla Corte d'assise competente per il processo e spiegano che le intercettazioni mostrano come Boyun consideri il PKK insufficiente e punti a creare una struttura alternativa.

Uno degli avvocati di Barış Boyun in Italia, Fabrizio Cardinali, ha rifiutato di rispondere alle domande di Euronews Türkçe.

Fonti giudiziarie: «Per la prima volta ci troviamo di fronte a un'organizzazione criminale turca di queste dimensioni»

Le fonti della magistratura italiana sentite da Euronews Türkçe affermano di non aver rilevato alcun legame tra il gruppo di Barış Boyun e le strutture mafiose attive in Italia, e che il clan agisce in modo completamente indipendente.

Secondo queste fonti, il procedimento rappresenta per l'Italia «il primo caso in cui un'organizzazione criminale turca di tale portata viene ricostruita in modo così dettagliato».

La maggiore preoccupazione degli inquirenti riguarda la capacità del gruppo di accedere ad armi da guerra, l'esperienza nel loro utilizzo e il potenziale di compiere azioni violente in luoghi pubblici in diversi Paesi europei.

Le autorità ritengono che, dopo le operazioni e gli arresti eseguiti, la capacità operativa del gruppo si sia indebolita, ma sottolineano che la minaccia non è del tutto scomparsa.

Un magistrato riassume così la situazione:

«Indaghiamo da molti anni sulla 'Ndrangheta e su altri gruppi mafiosi con radici qui. L'organizzazione di Boyun è però molto più complessa. Seguire una struttura criminale che ha origine in un altro Paese rende il lavoro più difficile. Le azioni delittuose sono imprevedibili; è estremamente arduo anticipare la loro prossima mossa. Non tutte le cellule in Europa e in Turchia sono state finora individuate.»

Nel fascicolo compare anche una conversazione intercettata tra due membri del gruppo in Italia. Nella registrazione, dopo l'arresto di Boyun, si sostiene che l'intero sistema sia crollato e si afferma: «Se quest'uomo vacilla, siamo finiti tutti».

Secondo la Procura, le risorse finanziarie del gruppo sono state usate per obiettivi politici

L'atto d'accusa contiene anche valutazioni sul finanziamento dell'organizzazione.

Secondo la Procura, i proventi illeciti sono stati immessi in circolazione in Europa tramite sistemi informali di trasferimento di denaro, come «hawala» e «token», al di fuori dei canali finanziari ufficiali.

Si sottolinea che Boyun dispone di rilevanti risorse economiche, utilizzate per coprire i bisogni dei membri del gruppo, dei detenuti e delle loro famiglie, ma si precisa che non è stato possibile individuare dove sia custodita una parte significativa di questi fondi.

La Procura ritiene che i proventi non siano destinati soprattutto all'arricchimento personale, ma alla copertura degli obiettivi politici dell'organizzazione.

Posto in duro regime di isolamento dopo aver comunicato con il gruppo secondo il metodo della mafia siciliana

Arrestato nell'operazione condotta il 22 maggio 2024 a Viterbo, Barış Boyun è detenuto dallo scorso autunno nel carcere di massima sicurezza de L'Aquila, in regime 41-bis, uno dei più rigidi sistemi detentivi in Italia.

Secondo le fonti giudiziarie, la decisione è stata presa dopo che si è accertato che Boyun continuava a inviare ordini al gruppo anche dal carcere.

Nel fascicolo si indica che le istruzioni venivano trasmesse con il metodo dei «pizzini» usato dalla mafia siciliana Cosa Nostra, cioè tramite piccoli biglietti scritti a mano, e che un parente sospettato di aver fatto da tramite in questo processo è stato successivamente arrestato.

Nel regime 41-bis, applicato in Italia ai condannati o imputati per reati di mafia e terrorismo che potrebbero continuare a dirigere le loro organizzazioni dal carcere, i colloqui, l'uso del telefono, la corrispondenza e i contatti con gli altri detenuti sono fortemente limitati.

Le fonti giudiziarie aggiungono di non condividere le valutazioni apparse talvolta sulla stampa italiana secondo cui Viterbo sarebbe diventata «la capitale della mafia turca».

Secondo queste fonti, durante la loro permanenza in Italia Boyun e i membri del gruppo hanno cambiato spesso città, spostandosi in particolare tra Milano, Crotone e Viterbo.

«Mentre la moglie è fuggita in Turchia per paura, l'amante Özge non ha abbandonato Barış Boyun»

Secondo l'atto d'accusa, tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2024, mentre si trovava agli arresti domiciliari, Boyun ha mantenuto i contatti con l'organizzazione attraverso la moglie Ece Boyun e l'amante Özge Büyükkaplan. La Procura sostiene che entrambe abbiano avuto un ruolo importante nella trasmissione delle istruzioni riguardanti le azioni compiute.

In base al fascicolo, durante il periodo in cui Boyun era agli arresti domiciliari a Crotone, Özge Büyükkaplan ha vissuto con lui. Dopo l'arrivo in Italia di Ece Boyun, il 6 marzo 2024, ha però lasciato l'abitazione e si è trasferita in un albergo.

Secondo un'intercettazione del 5 febbraio 2024, Büyükkaplan dice a Boyun di essere «leale fino alla morte»; aggiunge che Ece Boyun è tornata in Turchia per paura, mentre lei è al suo fianco da tre anni e continuerà a restare con lui.

Ece Boyun è rimasta per un certo periodo in Italia, poi è tornata in Turchia. Processata in contumacia nel procedimento in corso in Italia, è stata arrestata in Turchia a ottobre 2024, poco dopo il rientro, e successivamente rilasciata. In seguito è stato emesso un nuovo mandato di cattura nei suoi confronti.

L'atto d'accusa riporta inoltre che, quando è stata fermata a Como il 5 ottobre 2023, Özge Büyükkaplan avrebbe dichiarato alle forze dell'ordine: «Sono membro del PKK. Per questo ho chiesto lo status di protezione internazionale e non ho bisogno dei documenti d'identità che avete sequestrato».

Büyükkaplan è stata arrestata in Italia insieme a Barış Boyun a maggio 2024.

Respinti la richiesta di estradizione della Turchia e la domanda di asilo di Boyun

La Turchia ha presentato due richieste separate all'Italia per l'estradizione di Barış Boyun. La questione è stata affrontata anche nei colloqui tra i ministri della Giustizia dei due Paesi.

L'Italia ha però respinto le richieste di estradizione sulla base di motivazioni giuridiche legate alle condizioni carcerarie e al rispetto dei diritti umani.

Le fonti giudiziarie sottolineano che la decisione è frutto di valutazioni legali e non politiche e che il processo a carico di Boyun proseguirà in Italia. In caso di condanna definitiva, si prevede che sconti la pena nel Paese.

Barış Boyun, Özge Büyükkaplan e alcuni membri dell'organizzazione hanno a loro volta presentato domanda di asilo politico in Italia.

La richiesta di Boyun è stata respinta. Mentre è in corso il ricorso, Euronews Türkçe non è riuscita a verificare a che punto siano le procedure relative alle domande presentate dagli altri imputati.

Le accuse rivolte a Barış Boyun e alla sua organizzazione

Nelle operazioni condotte il 22 maggio 2024 in varie città, in primo luogo a Viterbo, con la collaborazione tra le forze di sicurezza italiane e turche e l'Europol, sono state arrestate 19 persone insieme a Barış Boyun. In una seconda operazione successiva sono stati aggiunti altri quattro indagati al fascicolo.

Gran parte degli imputati, tra cui i collaboratori più stretti di Boyun e Özge Büyükkaplan, si trova tuttora in stato di detenzione in Italia. Ece Boyun, che si trova in Turchia, viene processata in contumacia.

Tra gli imputati figurano, oltre a cittadini italiani, persone di origine turca che vivono da molti anni nel Paese. Secondo la Procura, questi ultimi hanno avuto un ruolo soprattutto nell'ottenimento di documenti e nella gestione dei flussi di denaro.

La Procura generale di Milano considera la struttura di Barış Boyun non come un semplice gruppo criminale attivo in Italia, ma come un'organizzazione internazionale con cellule in Germania, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera e Turchia. La componente presente in Italia rappresenta solo una parte di questa rete.

Il processo è iniziato a giugno 2025 presso la Prima Corte d'assise di Milano ed è tuttora in corso. Uno degli imputati ha scelto il rito abbreviato ed è stato condannato in primo grado.

A Barış Boyun vengono contestati numerosi reati, tra cui la costituzione e la direzione di un'organizzazione armata con finalità terroristiche, il traffico di esseri umani, il traffico internazionale di armi e droga e l'istigazione all'omicidio commesso a Berlino a marzo 2024.

Detenuto in regime 41-bis, Boyun partecipa alle udienze tramite videoconferenza.

Secondo l'atto d'accusa, il gruppo ha condotto in tutta Europa attività di traffico di armi, organizzazione della migrazione irregolare e traffico di stupefacenti. Si specifica che una parte consistente delle armi pesanti è stata procurata tramite diversi canali, in primo luogo dalla Siria, e che alcune sono state modificate illegalmente in varie città europee.

Nel fascicolo si afferma che l'Italia non è stata tanto il Paese in cui gli attacchi venivano eseguiti, quanto un centro logistico dove Boyun, ricercato dalle autorità turche, si è stabilito per coordinare le attività in Europa.

La Procura sostiene che, attraverso i collegamenti in Germania, Paesi Bassi, Belgio e Svizzera, l'organizzazione gestisse il traffico di armi, l'organizzazione della migrazione irregolare e i trasferimenti internazionali di denaro.

Sempre secondo l'atto d'accusa, mentre cercavano di ottenere uno status legale presentando richieste di asilo in Italia, Boyun e i suoi collaboratori fornivano supporto ai nuovi membri dell'organizzazione che arrivavano attraverso la rotta balcanica e coordinavano da qui le attività.

La Procura osserva che, sebbene il numero di reati gravi commessi direttamente in Italia sia limitato, è stato accertato che Boyun abbia coordinato dal Paese gli attacchi in Turchia e un assassinio avvenuto a Berlino.

Continuava a impartire ordini al gruppo mentre era agli arresti domiciliari

Barış Boyun è stato arrestato per la prima volta a Rimini nel 2022, in esecuzione della richiesta di estradizione e della «red notice» emesse dalla Turchia.

Dopo il rilascio, Boyun è stato nuovamente fermato il 5 ottobre 2023 a Como, insieme a tre membri del gruppo e a Özge Büyükkaplan, durante un controllo di routine. Nel veicolo sono state trovate armi e alcuni documenti che la Procura considera materiale di propaganda terroristica; nei loro confronti è stato aperto un procedimento, ma in seguito sono stati rimessi in libertà.

Considerato ricercato e pericoloso dalle autorità turche, Boyun è stato posto sotto sorveglianza tecnica e arrestato di nuovo il 19 gennaio 2024. Successivamente è stato trasferito agli arresti domiciliari nella sua abitazione a Crotone.

Il 18 marzo 2024 la casa è stata oggetto di un attacco armato. Secondo l'atto d'accusa, nelle conversazioni intercettate Boyun sostiene che dietro l'aggressione ci fosse il gruppo Sarallar e ordina ai membri dell'organizzazione di prepararsi con armi pesanti per vendicare l'attacco.

L'indagine su questo episodio è condotta dalla Procura di Catanzaro.

Dopo l'attacco, Boyun è stato trasferito in un'altra abitazione a Viterbo. Secondo la Procura, anche da lì ha continuato a impartire ordini ai membri del gruppo e, poiché tali istruzioni si sono tradotte in azioni concrete, è stato nuovamente arrestato nell'operazione del 22 maggio 2024.

Nell'atto d'accusa figurano anche i piani di attacco già emersi in precedenza nell'opinione pubblica

Nel fascicolo della Procura sono incluse intercettazioni riguardanti una serie di piani di attacco contro il gruppo Sarallar, con cui Boyun è in conflitto.

Secondo l'atto d'accusa, il 21 marzo 2024 Boyun ha ordinato un attacco con un lanciarazzi anticarro LAW, fucili Kalashnikov e granate contro una fabbrica di alluminio a Çerkezköy ritenuta appartenere al gruppo Sarallar. Nello stesso piano sarebbe stato richiesto di colpire anche Burhanettin Saral.

Si afferma che, dopo la segnalazione delle autorità italiane alle controparti turche, l'attacco sia stato sventato e i sospetti che si stavano preparando siano stati arrestati in possesso di armi pesanti.

Dalle intercettazioni risulta che Boyun commenta l'accaduto dicendo: «Tra noi ci sono dei traditori» e chiede l'uso di metodi di comunicazione più sicuri.

Nel fascicolo si sostiene inoltre che Boyun abbia ordinato, il 17 aprile 2024 a Sakarya, un attacco contro Ali Kaplan e suo fratello, ritenuti vicini al gruppo Sarallar, e che anche questo piano sia stato sventato.

Sulla base delle intercettazioni, si sostiene anche che Boyun sia il mandante dell'omicidio di Veysel Erol, ucciso a Berlino a marzo 2024. La Procura ritiene che questo episodio dimostri la capacità del gruppo di esercitare violenza su scala internazionale.

Nell'atto d'accusa si indica inoltre che Boyun ha ordinato ai membri dell'organizzazione in Turchia di compiere azioni di attacco e intimidazione contro la filiale di Etiler del ristorante Nusret Steakhouse; nel fascicolo compaiono anche le sue istruzioni relative al ferimento con arma da fuoco di una persona a Bursa e all'aggressione contro una gioielleria nel quartiere Cevizlik di Bakırköy.

Nella parte dedicata al traffico di droga si sostiene che Boyun abbia tentato di agevolare una grande spedizione di cocaina inviata dal Sud America al porto di Ambarlı a Istanbul, puntando a facilitare le operazioni doganali del container tramite i suoi contatti nello scalo.

Poiché la sostanza stupefacente oggetto della spedizione non è stata sequestrata, l'accusa viene inquadrata come «tentato import di droga».

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