Museveni avvia il settimo mandato in Uganda tra accuse di brogli e forte presenza militare. Sullo sfondo il petrolio del Lago Alberto, controllato da TotalEnergies e CNOOC. Italia presente con Piano Mattei ed Eni
A 81 anni, e dopo quasi quattro decenni al potere, Yoweri Museveni ha giurato per il suo settimo mandato alla guida dell’Uganda.
La cerimonia si è svolta a Kololo, Kampala, con una forte impronta militare: parata delle forze armate, salve di cannone e presenza di numerosi leader africani. Un’immagine di continuità istituzionale che convive però con un clima politico teso.
Museveni ha vinto le ultime elezioni con circa il 71 per cento dei voti, mentre l’opposizione guidata da Bobi Wine ha denunciato irregolarità diffuse, repressione durante la campagna e limitazioni alla libertà di manifestazione.
Il messaggio politico è chiaro: stabilità interna forte, ma altamente accentrata.
Il vero tema sullo sfondo: il petrolio del Lago Alberto
Se la politica mostra continuità, l’economia guarda altrove: al petrolio. Nel bacino del Lago Alberto, tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo, sono stati scoperti circa 1,4–1,7 miliardi di barili di petrolio recuperabile. È una delle più grandi scoperte dell’Africa orientale degli ultimi decenni.
Il valore potenziale supera i 100 miliardi di dollari lungo l’intero ciclo produttivo, ma soprattutto cambia la natura stessa dell’economia ugandese: da agricola a energetica.
Due progetti guidano lo sviluppo: Tilenga, nella parte nord-occidentale del bacino; Kingfisher, più a sud, vicino al confine con la RDC. Il tutto collegato alla pipeline EACOP, lunga oltre 1.400 km fino alla costa tanzaniana.
Chi controlla il petrolio: equilibrio tra Francia, Cina e Stato ugandese
Il controllo dello sviluppo del petrolio del Lago Alberto è oggi nelle mani di pochi grandi attori internazionali. Il ruolo principale è di TotalEnergies, una delle maggiori compagnie energetiche al mondo e la più importante azienda petrolifera francese, attiva in estrazione, raffinazione e trasporto di energia in oltre 100 Paesi. In Uganda guida il progetto Tilenga e soprattutto la costruzione della pipeline EACOP, l’infrastruttura che permetterà di esportare il petrolio verso la costa dell’Oceano Indiano.
Accanto a TotalEnergies opera CNOOC, grande compagnia petrolifera statale cinese tra le principali al mondo nel settore offshore. CNOOC è responsabile dello sviluppo del giacimento Kingfisher e rappresenta la presenza diretta della Cina nelle risorse energetiche dell’Africa orientale.
Lo Stato ugandese partecipa tramite la National Oil Company con una quota minoritaria, mantenendo il controllo politico delle risorse ma non la gestione operativa dei progetti principali.
Italia: presenza discreta ma strategica tra energia e Piano Mattei
Il ruolo dell’Italia in Uganda è oggi più politico e strategico che industriale diretto.
Eni non è tra gli operatori del petrolio del Lago Alberto, dove la scena è dominata da Francia e Cina. Tuttavia resta uno dei principali attori energetici europei in Africa e un tassello della strategia complessiva italiana.
L’interesse italiano si muove soprattutto dentro il nuovo Piano Mattei, che punta a costruire relazioni energetiche stabili con i Paesi africani, combinando investimenti, cooperazione e sicurezza degli approvvigionamenti. In questo quadro, l’Uganda non è ancora un hub operativo per l’Italia, ma rientra nella geografia potenziale delle future partnership energetiche.
Africa orientale: la partita globale dell’energia
La scena ugandese si inserisce in un quadro più ampio, dove l’Africa orientale sta diventando un nuovo spazio di competizione tra potenze energetiche.
La Cina consolida la sua presenza attraverso investimenti infrastrutturali e partecipazioni dirette nei progetti estrattivi.
La Francia mantiene un ruolo industriale forte grazie a TotalEnergies, uno dei principali operatori globali del settore. L’Europa, nel complesso, cerca una nuova posizione più strutturata, mentre l’Italia prova a costruire una presenza sistemica attraverso il Piano Mattei e la rete energetica di Eni.
Dalla storia coloniale alla corsa multipolare
L’Uganda è passata, nel giro di poco più di un secolo, da periferia dell’Impero britannico a territorio strategico nelle nuove dinamiche economiche globali. Dopo essere stata un protettorato del Regno Unito fino al 1962, l’indipendenza non ha portato subito stabilità politica, ma una lunga fase di instabilità culminata in conflitti interni e cambi di regime. La svolta arriva nel 1986 con l’ascesa di Yoweri Museveni, che stabilizza il Paese e crea le condizioni per l’ingresso di capitali esteri e grandi progetti infrastrutturali.
Negli ultimi due decenni, l’Uganda è entrata in una nuova fase: da economia agricola a potenziale hub energetico grazie alla scoperta del petrolio del Lago Alberto. In questo contesto, la presenza europea non è più quella coloniale britannica del passato, ma si è trasformata in una competizione economica e industriale, in cui la Francia ha assunto un ruolo centrale attraverso TotalEnergies, oggi principale operatore nei progetti petroliferi del Paese. Parallelamente, la Cina si è inserita come grande finanziatore infrastrutturale, mentre l’Italia cerca spazio attraverso una diplomazia energetica più recente legata al Piano Mattei.
Gli equilibri africani stanno quindi evolvendo da una logica coloniale storica a una competizione multipolare tra potenze economiche, dove non esistono più domini esclusivi ma una sovrapposizione di interessi energetici, finanziari e strategici. L’Africa orientale, e l’Uganda in particolare, rappresentano oggi uno dei punti più evidenti di questa transizione globale.