Lunedì mattina i listini europei e i future USA sono perlopiù invariati, il Brent resta sopra 100 dollari e le Borse asiatiche rimbalzano, mentre i colloqui tra Iran e Stati Uniti sono in stallo.
I prezzi del petrolio sono saliti all'apertura di lunedì, mentre le rinnovate incertezze sulla diplomazia tra Stati Uniti e Iran continuavano ad alimentare i timori, malgrado il prolungamento del cessate il fuoco.
Al momento della stesura dell'articolo, il prezzo del Brent, il riferimento internazionale, era in rialzo del 2,8%, a 108 dollari al barile, in aumento del 10% in una settimana.
Nello stesso momento, il WTI, benchmark statunitense, guadagnava il 2,5%, a circa 96,7 dollari al barile.
L'aumento arriva dopo che una seconda tornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran non ha registrato progressi nel fine settimana.
Sabato la Casa Bianca ha annullato i piani per inviare emissari in Pakistan per ulteriori negoziati. Il presidente degli Stati Uniti ha sostenuto che Teheran non aveva soddisfatto le richieste americane e che permanevano incertezze sulla leadership del Paese.
«Se vogliono, possiamo parlare, ma non mandiamo nessuno», ha dichiarato Trump domenica. In precedenza, sui social, aveva scritto: «Devono solo telefonare!!!»
Nel frattempo, il perdurare delle attività missilistiche iraniane ha costretto le petroliere a evitare lo Stretto di Hormuz, una rotta marittima fondamentale attraverso cui transita normalmente circa un quinto dell'offerta mondiale di greggio.
Le Borse europee sono rimaste quasi invariate lunedì mattina: sia l'Euro Stoxx 50 sia il più ampio Stoxx 600 oscillavano attorno alla parità, mentre gli investitori valutavano gli ultimi sviluppi dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Il FTSE 100 di Londra e il CAC 40 di Parigi erano entrambi in leggero calo, mentre il DAX di Francoforte saliva di quasi lo 0,2% e il FTSE MIB di Milano guadagnava oltre lo 0,2%.
I future statunitensi sono tutti in leggero calo, con il Nasdaq, a forte componente tecnologica, che si difende meglio restando quasi invariato.
Mentre gli investitori continuano a seguire da vicino gli sviluppi in Medio Oriente, questa settimana l'attenzione si sposta sulle banche centrali, con importanti decisioni sui tassi attese dalla Banca centrale europea, dalla Federal Reserve e dalla Bank of England.
Tutte e tre le banche centrali dovrebbero lasciare i tassi invariati, ma gli analisti passeranno al setaccio ogni parola per capire quanto a lungo durerà questa posizione restrittiva, mentre l'economia globale resta legata all'imprevedibilità della guerra in Iran.
In definitiva, l'orientamento della politica monetaria per il resto del 2026 continua a essere dettato da una situazione geopolitica che si sviluppa ben al di là del controllo dei governatori delle banche centrali.
Borse dell'Asia-Pacifico contrastate
Nel frattempo, i mercati della regione Asia-Pacifico hanno chiuso in ordine sparso.
L'indice Nikkei 225 di Tokyo ha toccato un nuovo record, balzando dell'1,4% a 60.564 punti, ma in seguito ha restituito gran parte dei guadagni.
Anche il Kospi in Corea del Sud è salito del 2,1%, a 6.617 punti. L'Hang Seng di Hong Kong ha ceduto lo 0,2%, a 25.922 punti, mentre lo Shanghai Composite è avanzato dello 0,2%, a 4.089 punti.
L'S&P/ASX 200 australiano ha perso lo 0,3%, a 8.759 punti, mentre il Taiex di Taiwan è balzato di oltre il 3%, sostenuto dal ritorno degli acquisti sui titoli tecnologici alimentato dal boom dell'intelligenza artificiale.
Sul fronte valutario, il dollaro statunitense è sceso a 159,34 yen giapponesi da 159,59, mentre l'euro è salito a 1,1723 dollari da 1,1701.