Il presidente degli Stati Uniti avverte che una civiltà potrebbe essere sul punto di scomparire se il regime di Teheran non risponderà al suo ultimatum entro martedì sera. Quali sono gli scenari possibili? Euronews lo spiega
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un avvertimento senza precedenti: un’“intera civiltà” potrebbe essere distrutta stanotte se l’Iran non risponderà al suo ultimatum.
Trump ha minacciato attacchi contro ponti e infrastrutture energetiche, dichiarando che il Paese potrebbe essere riportato “all’età della pietra”, a meno che Teheran non riapra lo Stretto di Hormuz e accetti un accordo. La situazione segna un’escalation preoccupante, con il rischio di conflitto aperto e conseguenze globali.
Trump fa sul serio?
In passato, Trump aveva già emesso ultimatum, per poi fare marcia indietro. Il 21 marzo aveva minacciato di distruggere le installazioni petrolifere iraniane se lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto entro 48 ore, ma non ordinò attacchi, annunciando invece una pausa di cinque giorni e rivelando contatti indiretti con Teheran.
Questa volta, però, Trump si è impegnato pubblicamente e ripetutamente, dichiarando: "Abbiamo un piano, grazie alla potenza delle nostre forze armate, per cui ogni ponte in Iran sarà decimato... ogni centrale elettrica in Iran sarà fuori uso, brucerà, esploderà e non sarà mai più utilizzata".
Critici e analisti militari, come l’ex agente dei servizi segreti israeliani Danny Citrinowicz, ritengono che anche attacchi significativi non garantirebbero la capitolazione dell’Iran, definendo la strategia più un “pio desiderio” che un piano realistico.
La risposta dell’Iran
Teheran ha respinto categoricamente l’ultimatum, con toni di sfida. Il generale Ali Abdollahi Aliabadi ha definito la minaccia americana “impotente, nervosa, squilibrata e stupida”, aggiungendo che “le porte dell’inferno si apriranno per voi”. Altri ufficiali iraniani hanno avvertito che qualsiasi tentativo di sconfiggere la Repubblica Islamica si trasformerebbe in un pantano per gli Stati Uniti.
Prima dell’ultimatum, l’Iran aveva chiesto condizioni più ampie, tra cui la fine delle ostilità, la revoca delle sanzioni e garanzie di sicurezza. La loro posizione rimane ferma e intransigente.
La posizione dell’Unione europea
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha dichiarato che “qualsiasi attacco alle infrastrutture civili, in particolare agli impianti energetici, è illegale e inaccettabile”, richiamando l’esperienza della guerra in Ucraina. Costa ha sottolineato che il popolo iraniano sarebbe la principale vittima di un’escalation.
Altri leader europei sono rimasti in disparte, mentre la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non ha ancora commentato pubblicamente, sebbene fosse attesa a un evento in Germania.
Bombardamenti su larga scala: un’arma efficace?
Secondo esperti, anche un massiccio attacco alle infrastrutture iraniane non garantirebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’Iran potrebbe utilizzare mine, droni e missili per mantenere la navigazione insicura. Secondo il think tank Defense Priorities, anche se Teheran accettasse la riapertura in cambio della fine dei bombardamenti, si tratterebbe di un ritorno al “prebellico” e non di un risultato strategico più ambizioso, come il cambio di regime o la fine del programma nucleare.
Coinvolgere Israele per fermare i suoi attacchi rappresenterebbe un ulteriore ostacolo, considerando la riluttanza storica di Trump a esercitare pressione sul Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
Diplomazia dell’ultimo minuto: possibilità residue
I tentativi di mediazione da parte di Egitto, Pakistan e Turchia mirano a ottenere un cessate il fuoco temporaneo e la riapertura dello Stretto, ma finora senza successo. Trump ha parlato di prospettive di pace “significative” e della negoziazione di una controparte “attiva e disponibile”, pur senza fornire certezze.
Alcuni osservatori, come David Cortright del Reppy Institute della Cornell University, mettono in dubbio la reale volontà diplomatica di Trump, definendo la sua politica una “cancellazione della diplomazia”.
Impatti interni negli Stati Uniti
L’opinione pubblica americana appare sempre più contraria all’azione militare: un sondaggio PBS News/NPR/Marist segnala che il 56 per cento degli americani si oppone all’intervento e il 54 per cento disapprova la gestione di Trump.
Un’escalation potrebbe aggravare perdite umane ed economiche, con effetti sui prezzi del carburante, già oltre i 4 dollari al gallone, e sull’economia domestica. Le divisioni interne tra i repubblicani e la base MAGA cominciano a emergere, mentre sempre pi# voci autorevoli, come quella di Papa Leone, criticano la retorica e le azioni del presidente.