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La COP 26 alla prova dei fatti: partirà l'applicazione degli accordi?

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Di euronews e ansa
La COP 26 alla prova dei fatti: partirà l'applicazione degli accordi?
Diritti d'autore  Alberto Pezzali/The Associated Press

Si chiude la COP 26 a Glasgow in quel clima di complicità che nelle apparenze fa sembrare in armonia tutti i leader mondiali; del resto nelle prime 48 ore della conferenza la raffica di annunci che vogliono mettere mano ad una più corretta gestione del pianeta possono dare una sensazione di avanzamento.

Stop alla deforestazione

Il primo dei due impegni chiave che il premier britannico Boris Johnson ha definito "dare un taglio alla motosega" è stato sottoscritto da più di 100 paesi che promettono di fermare la deforestazione entro il 2030. Compare anche il Brasile sebbene ci si chieda se veramente il presidente Bolsonaro si implicherà in questa svolta. Altrettanti paesi sostengono una iniziativa congiunta dell'UE e degli Stati Uniti per ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030, tuttavia i maggiori produttori di emissioni cioè Russia, Cina e India non si sono realmente impegnati. 

I risultati?

In definitiva il vertice ha prodotto per ora risultati parziali sulla questione chiave del contenimento delle emissioni nocive che alimentano la minaccia dei cambiamenti climatici; sull'impegno a mantenere l'innalzamento delle temperature del globo entro il tetto di 1,5 gradi in più rispetto all'era preindustriale; e soprattutto sui tempi per passare dalle parole ai fatti: questioni che continuano a dividere i Paesi, inclusi quelli più grandi e storicamente responsabili dell'inquinamento, lungo linee di faglia ispirate a enormi interessi geopolitici, economici e magari a calcoli di consenso interno.

Una svolta reale per la lotta alla deforestazione?

Sul tema deforestazione, se non altro, questa spaccatura per una volta non c'è stata. Come dimostrano le firme in calce alla dichiarazione annunciata dal premier britannico, nei panni di anfitrione della conferenza, sul piano condiviso da 110 nazioni per mettere fine già in questo decennio alla sistematica "devastazione" di alberi per milioni di ettari: "cattedrali della natura", come le ha definite Johnson, che permettono il respiro della Terra. Un progetto legato alla promessa di finanziamenti da 15 miliardi di sterline (quasi 20 miliardi di dollari usa): 8,7 coperti da fondi pubblici, 5,3 da investimenti privati. Impegni destinati ad andare anche a beneficio di "popolazioni indigene e comunità locali" che di quelle foreste sono "custodi", ha giurato BoJo, non senza esaltare l'adesione a questo accordo di leader coriacei i cui Paesi coprono l'85% del patrimonio forestale del globo: incluse la sterminata Russia di Vladimir Putin, l'Indonesia, il Congo, la Colombia e, più importante di tutti, il Brasile, il cui presidente attuale, Jair Bolsonaro, si è guadagnato peraltro negli anni del suo mandato l'ostilità degli indios e di molti altri detrattori, avendo accresciuto, non certo attenuato, il disboscamento senza tregua della colossale selva pluviale amazzonica.

Gli osservatori attenti

Qualcosa, ma non abbastanza per i rappresentanti dell'Amazzonia, presenti anche loro a Glasgow. Poco per Greta e gli altri manifestanti che continuano a protestare fuori dalle stanze dei lavori. Mentre Papa Francesco unisce la sua voce a quella della regina Elisabetta per ammonire che "non c'è più tempo" per le mezze misure, che occorre dar prova d'uno spirito di cooperazione internazionale da ricostruzione post bellica. E lo stesso Johnson non va oltre un "cauto ottimismo" a fine summit, aggiornando le previsioni di successo della Cop di poco, da "6 contro 10 a 2 contro 5", non senza ammettere che resta ancora "tanta strada da fare" per arrivare al risultato sperato: malgrado gli impegni per 100 miliardi di dollari complessivi disposti finora sul piatto della conferenza e il contributo "senza precedenti" del grande business privato

Il protagonismo di Biden

Nella suddivisione delle spese, intanto, Joe Biden, protagonista della giornata conclusiva fra i leader intervenuti dal palco, ha fatto la parte del leone mettendo sul tavolo 9 miliardi di dollari solo per la lotta alla deforestazione; mentre l'Ue, per bocca di Ursula von der Leyen, garantisce un miliardo di euro su questo dossier. Il Regno Unito cerca di dare un esempio ancor migliore, giocando in casa, con un impegno da 1,5 miliardi di sterline spalmato su 5 anni. Ancora di più uscirà del resto dalle singole quanto capienti tasche di alcuni dei più ricchi fra i super nababbi planetari: in primis Jeff Bezos, criticato il mese scorso dal principe William per "lo spreco" di risorse nel turismo spaziale ma cooptato dall'erede al trono Carlo, pioniere dell'ecologia, nella raccolta di donazioni dal settore privato globale a tutta una serie d'iniziative ambientaliste promosse dalla fondazione del principe di Galles. Bezos a Glasgow si è detto pronto a tirare fuori ben 2 miliardi di dollari per riqualificare i suoli degradati dell'Africa.

Il cruciale taglio delle emissioni

Nel frattempo, a corroborare il cauto ottimismo di BoJo, Usa e Ue annunciano d'aver portato a 100 il numero di Paesi (pari al 70% del Pil mondiale) incoraggiati ad aderire all'obiettivo di un taglio delle emissioni di metano del 30% pure per il 2030. Un passo da cui restano fuori al momento diversi grandi produttori di gas, dal mondo arabo alla Russia, oltre al gigante cinese o a quello indiano; tutti orientati a tenere più in generale il punto di una scadenza più lunga per il taglio delle emissioni in genere (fino al 2060 Pechino e Mosca, addirittura al 2070 New Delhi). Ma pur sempre un ulteriore passo in avanti, se si vuole: sperando che il pianeta sia disposto ad aspettare. 

Un orizzonte vero di energia pulita?

Intanto oltre 40 leader sottoscrivono l'adozione di tecnologie a basse emissioni di anidride carbonica tanto che Boris Johnson ha sfoggiato un cauto ottimismo. "Dobbiamo guardarci dalle false speranze e non illuderci che le cose stiano a posto perché non lo sono. C'è molta strada da fare...il mio messaggio ai negoziatori è molto semplice. I leader mondiali potrebbero aver lasciato o stanno lasciando la COP ora, ma posso dire che gli occhi del mondo, gli occhi delle popolazioni ci osservano, sono gli occhi del governo britannico e di tutti gli altri governi implicati osservano i nostri negoziatori": ha commentato il premier britannico.

Le fasi successive

In effetti i negoziatori affrontano adesso l' elaborazione dei dettagli minuziosi di un accordo sul clima che oltre a dover convincere tutti gli stati membri delle Nazioni Unite a sostenere gli impegni sul clima devono essere finanziati.

Lo scetticismo dei manifestanti

E mentre presidenti e primi ministri se ne vanno gli attivisti dell'ambiente restano e devono ancora essere convinti.