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Le fosche previsoni Bce sull'economia del dopo covid

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Le fosche previsoni Bce sull'economia del dopo covid
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Non andrà proprio tutto bene. Anzi, sarà peggio che nel crack finanziario del 2008. L’economia dell’eurozona accuserà nel 2020 un crollo di circa il doppio di dodici anni fa. Constata la presidente della Banca centrale europea, Christine La Garde. È la panoramica, tra le rovine del dopo covid, dell'Europa "anno zero".

Secondo i calcoli della Bce, il calo oscillerà tra il -8 e il -12%. Mentre la previsione iniziale del -5% resta un’ipotesi tanto ottimista quanto improbabile

Ciononostante è meglio aspettare il ritorno alla normalità sociale prima di trarre conclusioni definitive. Lo si può leggere tra le righe di quando ha dichiarato Lagarde:

« Per sapere se l’economia si riprenderà gradualmente o velocemente, bisogna aspettare la fine del confinamento. A quel punto scopriremo quali settori saranno danneggiati più gravemente e che paesi saranno colpiti più di altri. È l’unico modo per capire come superare la situazione attuale»

La crisi del 2008 resta un paragone inevitabile, data la sua gravità. Ciononostante, il collasso post-covid ha una natura diversa. È essenzialmente una frenata manifatturiera e dei servizi, determinata, all'apparenza, da una causa esterna, immediata e inattesa, come una pandemia.

Ecco perché (per l'Italia) bisogna guardare ai dati Istat sui fatturati nei servizi del primo trimestre del 2020.

Il terziario perde in media il 6,2%, con punte fino al -24% per il turismo. Il calo medio tendenziale è del 7%. Nel secondo trimestre potrebbe andare anche peggio, poichè i confinamenti integrali sono cominciati in realtà a metà febbraio.

Complementare ai dati Istat, sono invece quelli sull'occupazione nel mondo forniti dall'Ilo, l'Organizzazione internazionale del lavoro.

L'agenzia Onu rileva che la crisi del Covid colpissce soprattutto l'occupazione giovanile. Oltre uno junior su cinque è rimasto senza impiego dall’inizio della pandemia

Mentre , prosegue lo studio Ilo, molti si sono visti ridurre le ore lavorative del 23%.

E chi ne sembra aver fatto maggiormente le spese sarebbero le giovani donne più dei loro coetanei di sesso maschile.