Mentre il conflitto in Iran entra nella sua terza settimana, il mercato racconta una storia crudele: profitti energetici e rovina industriale divisi da una sola faglia, la vicinanza al petrolio.
Diciotto giorni dopo l'inizio della guerra in Iran, il bilancio per i mercati azionari mondiali è tutt'altro che rassicurante.
Gli indici di riferimento europei hanno perso circa il 7% dall'inizio delle ostilità. L'Euro STOXX 50 è sceso del 6,5%, il DAX tedesco del 7%, il CAC 40 francese del 7,2% e il FTSE MIB italiano del 6,4%. Perdite ben più pesanti rispetto al calo più contenuto, pari al 2,5%, dell'S&P 500 statunitense, che beneficia del ruolo degli Stati Uniti come primo produttore mondiale di petrolio e di una relativa protezione dallo shock energetico.
Ma questi numeri in prima pagina raccontano solo metà della storia.
Sotto la superficie si è aperto un divario sorprendente tra le aziende europee che prosperano con l'energia cara e quelle che ne vengono schiacciate.
Lo shock energetico che ridisegna il continente
La conseguenza economica più immediata del conflitto è stato un vero terremoto nei prezzi dell'energia.
La chiusura di fatto da parte dell'Iran dello stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del petrolio mondiale, ha fatto schizzare il Brent da circa 70 a quasi 120 dollari al barile nel giro di pochi giorni.
Martedì il Brent viaggiava intorno ai 105 dollari, con un rialzo del 42% rispetto ai livelli precedenti alla guerra.
Per cercare di frenare l'impennata del greggio, l'Agenzia internazionale dell'energia ha coordinato un intervento senza precedenti.
Oltre 30 Paesi in Europa, Nord America e Asia nordorientale hanno concordato il rilascio di complessivi 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, la più grande operazione di questo tipo nei 50 anni di storia dell'Aie.
Ma il mercato del petrolio ha lanciato un segnale chiaro: anche questo massiccio rilascio è ben lontano dal compensare un'interruzione dell'offerta senza precedenti, con i prezzi del greggio saliti di oltre il 17% dopo l'annuncio.
Il gas naturale è stato colpito ancora più duramente. Il benchmark olandese TTF, principale riferimento per i prezzi europei del gas, è balzato del 60% a 52 euro per megawattora.
In una nota diffusa in settimana, l'analista dell'energia di Goldman Sachs Samantha Dart ha avvertito che circa 80 milioni di tonnellate l'anno di forniture di GNL, pari al 19% del totale mondiale, sono attualmente fuori servizio dopo il blocco dello stretto e la chiusura degli impianti di produzione di GNL in Qatar.
Il suo team mantiene una previsione per il TTF di 63 euro/MWh nel secondo trimestre del 2026 e avverte che il progressivo irrigidimento degli equilibri fisici in Europa potrebbe spingere i prezzi nella fascia in cui conviene passare dal gas al petrolio prima che il conflitto si concluda.
I vincitori: energia, rinnovabili e fertilizzanti
I beneficiari più evidenti sono stati i produttori europei di petrolio e gas, le cui entrate si muovono di pari passo con la materia prima che la guerra ha rincarato in modo così drastico.
Il colosso energetico norvegese Equinor è balzato del 23,7% dall'inizio del mese, mentre gli investitori si riversano su uno dei maggiori produttori di petrolio e gas del continente, con asset significativi ben lontani dall'area del conflitto.
L'altro produttore norvegese Vår Energi guadagna il 19,9%, mentre Aker BP sale del 17,1%. L'italiana Eni è in rialzo del 14,7% e la portoghese Galp Energia aggiunge il 13,6%.
I rialzi più sorprendenti, però, arrivano da un fronte inatteso: i biocarburanti.
Il produttore tedesco di carburanti rinnovabili Verbio SE è balzato del 30,4%, mentre la finlandese Neste Oyj, il maggiore produttore mondiale di diesel rinnovabile, guadagna il 28,1%.
Man mano che i combustibili fossili tradizionali diventano più cari e le catene di approvvigionamento più precarie, le alternative energetiche risultano molto più attraenti sia per gli acquirenti sia per gli investitori.
La tedesca Uniper SE, società di servizi del gas che negli ultimi anni ha ridotto la dipendenza dalle forniture russe, è rimbalzata del 19,1%.
Anche il settore dei fertilizzanti ha registrato forti rialzi: K+S avanza del 15,3% e Yara International del 15,0%.
Questi movimenti riflettono una crisi delle materie prime sotto gli occhi di tutti: circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti, pari a circa 16 milioni di tonnellate, transita per lo stretto di Hormuz, comprese il 43% delle esportazioni marittime di urea, il 44% dello zolfo e oltre un quarto dell'ammoniaca scambiata.
I perdenti: acciaio, compagnie aeree ed edilizia
Sul fronte opposto, le perdite sono state altrettanto pesanti. I settori ad alta intensità energetica e le imprese esposte ai rincari senza un adeguato potere di fissazione dei prezzi sono stati duramente colpiti.
Le compagnie aeree hanno subito alcuni dei colpi più duri. Wizz Air, vettore low cost con sede a Budapest e forte esposizione alle rotte dell'Europa centrale e orientale, è crollata del 31,2%.
Air France-KLM ha perso il 22,1% ed easyJet è scesa del 21,8%. Tutte e tre devono fare i conti con la stessa, dura aritmetica: i costi del carburante per aerei sono esplosi, i programmi di copertura offrono una protezione solo parziale e temporanea e lo spazio per trasferire rapidamente i rincari sui biglietti, salvaguardando gli utili, è limitato.
I produttori di acciaio sono stati colpiti con analoga intensità. Salzgitter è scesa del 27,9%, thyssenkrupp del 27,3% e ArcelorMittal ha perso il 19,1%, cui si aggiunge lo specialista dell'acciaio inox Aperam, in calo del 24,5%.
La produzione di acciaio è tra i processi industriali più energivori in assoluto e gli impianti che lavorano con margini ridotti vanno subito in crisi di redditività quando i prezzi del gas salgono del 60% in un lasso di tempo così breve.
Il gruppo di ingegneria spagnolo Técnicas Reunidas ha perso il 23,7%, penalizzato dalla forte esposizione ai progetti di infrastrutture energetiche in Medio Oriente, oggi messi in discussione dal conflitto.
Il gruppo delle costruzioni Webuild è sceso del 26,6%, a riflesso del timore diffuso che il rallentamento legato all'energia congeli gli investimenti infrastrutturali nelle economie europee più esposte.
La mineraria Hochschild chiude l'elenco con un calo del 21%, mentre l'aumento dei costi energetici comprime i margini e fa evaporare l'appetito per il rischio sui titoli estrattivi di dimensioni più piccole.
L'Europa entra in questa crisi in una posizione strutturalmente vulnerabile.
Nonostante dall'invasione dell'Ucraina abbia ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo via gasdotto, il continente resta estremamente sensibile alle interruzioni delle forniture di energia, e i livelli di stoccaggio del gas in vista del 2026 offrono un margine di sicurezza inferiore rispetto agli anni precedenti.